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venerdì, 16 maggio 2008
 

Ascoltare col groppo alla gola e lo stomaco attorcigliato il primo cd di mp3 masterizzati dopo averli scaricati da Napster, e considerare come il 2001 sia davvero un millennio diverso, en'era geologica fa, un contesto spazio tempo distante anni luce.

Avere difficoltà a ricordare se portassi o meno, e in caso positivo quanto lunghe e quanto folte, le basette nel 2001.

Tentare di capire come cazzo si sia riusciti ad uscire vivi dallo sciollero no-limits dell'inverno-primavera 2001.

Leggere con un velo agli occhi gli addi degli Hellacopters che si stanno sciogliendo e farsi venire in mente cosa significassero per te gli Hellacopters nel 2001.

Quel 2001 vissuto con la gola in fiamme e le corde vocali a sanguinare, trascorso troppo in fretta, sempre due passi avanti, volato via mentre aveva ancora troppo da dire e troppissimo da fare.

Quel 2001 in the fast lane.

Quel 2001 che se lo volessi raccontare non troverei altro di meglio da fare che ficcare gli auricolari nelle orecchie dell'interlocutore, e fargli ascoltare i quattro minuti e quaranta di Nothing dei Beatings. Il 2001 in quattro minuti e quaranta secondi.

Il 2001della Zagara, delle lenti a contatto, del vespone di Cicci, degli enne mesi in Olanda, di Buffy The Vampire Slayer ogni pomeriggio cascasse il creato, delle nottate a vincere scudetti e coppe dei campioni col Messina F.C. a Pc Calcio e delle domeniche a vincere campionati di c1 inculando l'elefante sugli scaloni del Nuovo Comunale Giovanni Celeste, i su e giù dall'A18, ufficialmente e clandestinamente, sempre di notte, solo di notte, e le albe che ho visto su quell'autostrada, porcaputtana quante ne ho viste, un anno di albe sulla vespoa, un anno di albe annebbiate da tanto di quell'alcool che il fatto che ancora me ne ricordi, seppure sommariamente, è uno di quegl'eventi talmente inspiegabili che lascio proprio perdere. Il 2001 a velocità warp, a carburante nucleare, a denti digrignati e notti insonni, a mattinate di sonno disturbato e di occhiali da sole a nascondere sguardi liquidi e vacuità assortite. E lo sciollero uber alles. E l'autunno che per la prima volta non mi ha fatto venir voglia di morire. E il nodo in gola che mi viene adesso quando ascolto la musica del 2001, quella musica, che per ogni episodio c'ho la canzone che gli corrisponde, qui dietro, stampata a fuoco nella corteccia cerebrale.

2001. Altro che Odissea nello spazio. Odissea nei miei cazzi.

 

Senza il 2001 Bop non sarebbe mai esistito.

 

Garantisce Mister TheGoblin | maggio 16, 2008 16:03 | commenti (2)


martedì, 06 maggio 2008
 

(Questo è quello definitivo. Quello che verrà dopo non loso, devo ancora pensarci)

"Dammi le chiavi, vado a fare un giro con la moto che chissà per quanto non la vedrò più, una moto".

Parti per Orvieto tra tre giorni, è appena iniziato agosto. Tanto per iniziare ti fai quindici giorni di Car. Centro addestramento reclute. Un palo nel culo di dimensioni colossali. Roba da bestemmiare, davvero. Roba da non pensarci, che se ci pensi poi ti infeliciti anche gli ultimi giorni prima di un buco nero grande dieci mesi.

"Dammi le chiavi, vado a fare un giro in moto".

Giuseppe ha il Ducati Monster 600. Giallo. Come quello che piace a te. Come quello che avresti in garage se non fosse che tenerlo in garage per un anno mentre tu sei a marciare e giocare a fare la guerra non è proprio una mossa delle più intelligenti. Il Ducati Monster 600 giallo, le cui chiavi Giuseppe ti lancia al volo. Ben felice di farti sverginare la sua creatura. Giuseppe, che con te e dieci altri amici da una vita ha diviso vespe, motori, caschi verniciati a bomboletta e cadute da nsobri e da ubriachi, ossa rotte e ginocchia sbucciate, e mattine d'estate sottratte al sole e al mare e immolate all'altare degli 0,2 cavalli in più sul motore della vespa incrostato eternamente d'olio, tutti attorno, come gli alchimisti, ad improvvisarsi preparatori a colpi di lima e flessibile, combinando guai pur di fare andare la sua vespa giusto un Km orario più veloce del Si di Davide. E quindi questo giro sulla moto nuova te lo meriti.

"Portamela sana, che ancora la sto pagando".

Scherza, Giuseppe. Sa della tua passione per la marmorea ciclistica delle Ducati, e del piglio da Kevin Schwantz col quale affronterai i cinque km di curve che da Letojanni portano a Sant'Alessio. Conosce i quattro anni che hai trascorso a farti il culo, quasi settimanalmente, avanti e indietro dai percorsi impestati del campionato regionale di enduro, e che la moto tu la chiami tranquillamente per nome. E quindi scherza, sapendo che di tiri mancini tu non ne fai.

E quindi sali in sella. Il casco. Porca troia, un casco. Che senza il casco nemmeno la tolgo dal cavalletto, la moto. Chi cazzo ha un casco, qui?

"Chi cazzo ha un casco, qui?", domanda Bop, fiducioso. "Tu?". "No, io no". Tu?" Nemmeno io". "Tu?" "Si, ma è a casa. Toh le chiavi, sali e prendilo". Evvaffanculo, che ti tocca farti tre rampe di scale, e dopodomani parti pure per i quindici giorni di Car. E il Ducati Monster giallo che aspetta solo te. Mondo di merda. E quindi sali, apri la porta, rovisti, trovi il casco, scendi giù. A noi due, Ducati Monster giallo.

"Torno subito, ci metto due minuti".

"No, cazzo, aspetta..."

"Giuro, due minuti giusti"

Fai appena in tempo a sentire "minuti", che Sebastiano si è già volatilizzato all'orizzonte. SUl Ducati Monster Giallo la cui sella aspettava il tuo, di culo. Sebastiano è il gemello di Giuseppe, e benchè a guardarli non li definiresti nemmeno lontanamente parenti, il legame di sangue è il legame di sangue, e viene sempre per primo. La gerarchia innanzitutto. E resti lì, col casco in testa come uno stronzo, a bestemmiare contro Giuseppe mentre un bicilindrico a distribuzione desmodromica urla sempre più lontano e sempre più basso. Fottuto effetto doppler.

Tre giorni ancora.

Tre giorni alla privazione della libertà per i successivi dieci mesi.

Il cazzo di servizio militare.

E la Ducati Monster che ha preso il volo.

"Vaffanculo tu e quel coglione di tuo fratello. Un giro, volevo farmi, uno solo".

Frustrazione, si chiama. Col casco ancora in testa.

"Mi ha detto che torna tra un paio di minuti, che cazzo di fretta hai?"

Giusto. Che cazzo di fretta hai? Te l'ha strappato da sotto il culo, il Ducati Monster giallo, ma che cazzo di fretta hai? Nessuna. Tra un po' avrai il vento in viso ed il ginocchio a cinque centimetri dall'asfalto. Che saranno mai un paio di minuti in più? Niente. Non sono niente.

Solo un po' d'ansia ingiustificata.

E un groppo alla gola.

E uno strano risentimento verso Giuseppe.

E la sensazione strana di aver visto Sebastiano allontanarsi al posto tuo.

Dovevo esserci io, là sopra.

Dovevo esserci io, pensi.

E lo stomaco ti si contorce.

Ma ci scherzi sopra, imputando tutto al disappunto che deriva dal sentirti scavallato.

E diventi perfido.

"E secondo te te la riporta tutta intera?", interroghi Giuseppe, che di riportare al garage mezzi a due ruote piegati in due ne sa qualcosa. "E' la genetica che vi fotte, a voi due". Infierisci. Tutti ridono. Giuseppe ride. Ridono Fabio e Paolo, ridono Francesco, Laura e Graziana, ride Romina. Ridoto tutti. Tu no. Tu non ridi. Tu non hai voglia di ridere. Tu hai qualcosa che ti impedisce di respirare.

I due minuti diventano dieci. E tutti a prendere per il culo Giuseppe.

I dieci diventano venti. E tutti a guardare gli orologi.

I venti diventano trenta. E tutti a cercare di parlare d'altro.

I trenta diventano quaranta. E nessuno ha più voglia di scherzare. E tu sudi freddo. E la temperatura si abbassa di colpo. E' il tre agosto, e tutti abbiamo le felpe col cappuccio calato sulla testa, quando un cellulare trilla.

"E' tuo fratello, che ti chiama per farsi venire a prendere", dice qualcuno. Forse lo dici tu, ma non ne sei sicuro. E' il momento di quella notte che nessuno riesce a ricordare con certezza. Forse non è mai accaduto.

"Giuseppe, Sebastiano ha avuto un incidente, qui, all'incrocio. Aspettami lì, sto venendo a prenderti"





Ancora oggi, ogni volta che mi fermo a quel semaforo che hanno messo un paio di giorni dopo l'incidente, la coda dell'occhio coglie il rifiuto che ho da nove anni di soffermare lo sguardo su quella lapide, ma il suo dovere deve pur farlo, e quindi mi offre quella visione periferica e sfocata che volutamente cerco di ignorare.

Perchè so che quei fiori stretti intorno al palo della segnaletica avrebbero dovuto essere i miei.

Questione di secondi, e su quel Ducati Monster giallo sventrato come se qualcuno avesse messo una granata nel serbatoio ci sarei stato io. Avrei dovuto esserci io. Per questo, quando passo da quell'incrocio che oggi è sorvegliato che nemmeno la Casa Bianca, ho sempre cura di distogliere lo sguardo dall'aiuola.

Distolgo lo sguardo che mi riporta alla mente i lampeggianti blu delle ambulanze, il serbatoio accartocciato del Ducati Monster giallo a sessanta metri di distanza da una Mercedes guidata da un diciottenne culo pieno che degli stop se ne fotte tre cazzi, una Mercedes di quelle belle grosse con quello che resta di un Ducati Monster giallo piantato dentro la parte sinistra del cofano.
Distolgo lo sguardo da silenzio calato come una mannaia tra le prese per il culo dell'ultima serata spensierata prima dei dieci mesi di malo verde militare nel culo.
Distolgo lo sguardo sulle ossa che si gelano, e sugli occhi fuori dalle orbite che ricordi aver avvertito distintamente quando Giuseppe chiude il cellulare e dice solo "Sebastiano è morto", prima ancora di saperlo. Perchè il legame di sangue è il legame di sangue. Perchè due gemelli li separi alla nascita, ma in fondo non hai separato un beato cazzo, hai solo messo due specchi di fronte l'uno all'altro, e uno specchio, che per quanto deformante sempre specchio resta, se si spacca sull'altro riflette le crepe e le linee frastagliate.
Distogli lo sguardo sull'aria che ti è mancata per un secondo lungo un paio di millenni.
Distogli lo sguardo su tutte le coincidenze che hanno fatto sì che lì, su quell'asfalto, il corpo disarticolato, irriconoscibile e morto non fosse il tuo. Che qualcuno avesse deciso al posto tuo, ed avesse concluso che la tua ora ancora non era arrivata.

Quest'estate saranno nove anni, Sebastiano. Nove anni che hai preso il mio posto.
Cercherò di farmene una ragione dopo nove anni.
Che in tutti questi anni non ci sono mai riuscito, a capacitarmene, a ragionare razionalmente sul fatto che sei morto quando invece avrei dovuto morire io, sparso a pezzi tra una Mercedes, un'aiuola, sessanta metri di strada e quello che restava di un Ducati Monster giallo, lì dove oggi c'è una lapide che ti ricorda.
Probabile che stavolta troverò il tempo e la voglia di portartelo un fiore.
No, non in quella sera.
Facciamo che sarà una sera diversa.
Una notte.
Ci faremo una chiacchierata, io e te, dopo questi nove anni.
Probabilmente ti ringrazierò.
Non t'incazzare casomai dovessi farlo. Sai cosa voglio dire.
Parleremo un po', da soli, tu ed io.
E mi racconterai cosa è successo davvero quella sera.
Perchè sei morto tu e non io, perchè hai voluto per forza farti un giro prima di me, di prepotenza, quasi che fosse una questione di vita e di morte.
Mi racconterai un po' di cose.
Io ti porterò un fiore, uno solo.
E canterò una canzone.
Life's a gas, dei Ramones. "La vita è una cosa meravigliosa", vuol dire, alla lontana. Sarebbe bello potertelo sentire dire ancora.
Ecco, facciamo che lo dico io. Anche per te.
Ciao Sebastiano, vediamo quest'estate.

 

Garantisce Mister TheGoblin | maggio 06, 2008 17:17 | commenti (6)


sabato, 26 aprile 2008
 

 

The Mask

 

La Simonia è peccato.

Il primo comandamento vieta di venerare chiunque non sia Dio in persona

Gesù Cristo i mercanti li ha cacciati dal tempio. A calci in culo.

Poi dice che Dio s'incazza.

 

Garantisce Mister TheGoblin | aprile 26, 2008 12:44 | commenti (9)


venerdì, 18 aprile 2008
 

Dove cazzo è

Lee Harvey Oswald

proprio quando

c'è bisogno di lui?


 

Garantisce Mister TheGoblin | aprile 18, 2008 15:38 | commenti (9)


giovedì, 10 aprile 2008
 

Quando ascolto Slide Away degli Oasis, la canticchio con accento mancuniano e credo di avvertire l'odore di iodio dei quarantacinque all'ora in riva al mare direzione Faro e di risentire le vibrazione da Harley Davidson che la vespa mi infliggeva al culo pur avendolo fermamente calamitato, il culo, alla sedia di fronte alla scrivania, allora vuol dire che sono cazzi.
Vuol dire che qualcosa qui dietro, sopra la nuca ed in mezzo alle orecchie, ha deciso di incrociare le braccia, di accavallare le gambe, e di rispondere con una sonoro Mavafanculo a qualsiasi tentativo di riportare ordine e produttività.
Quando c'è in atto quello scollamento spaziotemporale che mi riposta all'estate del 1995, sulla vespa, con gli auricolari nelle orecchie ed il vento a tirarmi dietro i capelli, che all'epoca il casco per la vespa non era ancora obbligatorio, vuol dire che qualcosa s'è definitivamente fottuta, lì dentro.

Si chiama sinestesia.
Deragliamento dei sensi.

Tipo quando si combina una cazzata irreparabile, o succede l'inaspettato, o ci si ficca in situazioni dalle quali non si torna più indietro, e l'unica cosa che davvero si desidera è addormentarsi e stringersi le gambe in posizione fetale.
E riscoprire il caldo abbraccio dell'utero materno.
E tutti i cazzi del mondo fuori. Al freddo e al gelo.
Ecco.
Ho voglia di addormentarmi, con la testa incassata tra le spalle e le mani a stringere gli stinchi, e svegliarmi a luglio inoltrato.



Poi però Winamp capisce e mi vomita una velenosa prescrizione di "demons", si, proprio con le virgolette, New Bomb Turks e Destroy All Monsters.
E il mondo torna ad essere quello splendido grigiume inutile, merdoso e ipocrita che un giorno, di questo potete starne certi, riuscirò a cancellare dalla faccia della terra.

 Let It Bleed, come dicevano quei vecchietti lì, gli attori di quel film di Martin Scorsese.

Garantisce Mister TheGoblin | aprile 10, 2008 14:31 | commenti (2)


giovedì, 03 aprile 2008
 

(The Action Is Go)

 

Garantisce Mister TheGoblin | aprile 03, 2008 19:20 | commenti (2)


venerdì, 28 marzo 2008
 

Eccomi qui, allo specchio. A domandarmi chi ho davanti. A domandarmi se vent'anni fa m i sarei immaginato così. Domandarmelo senza trovare una risposta esaustiva. E nemmeno una adeguata.

Eccomi qui, io, con le mia basettone clamorosamente fuori moda ed i jeans che ho invece appreso essere all'ultimissima moda. In Francia.

Eccomi qui a fare finta che una settimana fa non fossi ancora trentaquattrenne, a cercare di dimenticare che il tempo passa, e passando infierisce. E infierendo non ha rimorsi.

Eccomi qua, bagnato fino al midollo spinale da stamattina alle nove perchè l'uomo coraggioso ama la natura sulla pelle, ma l'uomo saggio invece decide che è meglio prendere l'ombrello. E quello più ancora più saggio non si fa scrupolo a prendere la macchina quando Dio decide di risterminare l'umanità con un diluvio universale peggiore del primo. Di certo non ci pensa neppure, a farsi cinque km sotto la pioggia orizzontale e l'ombrellino-ino-ino che si scoppola ad ogni alito di vento. E come risultato ho il giubbotto di pelle che pesa ventisei kg e gli anfibi che ci potrei allevare i cefali, ci potrei.

Perchè si, trentacinque anni, ma la testa di cazzo, quella non cambia mai.
Trentacinque anni e tre lavori che si sovrappongono e si spintonano, tre cazzo di lavori che non lasciano spazio a nient'altro che sia il minimo indispensabile per poter definire umana l'attività che va poco oltre la nutrizione, il sonno disturbato e la ritmica produzione di anidride carbonica. L'unica che ormai riesco a concedermi.
Una condizione esistenziale che se me l'avessero prospettata quando a trentacinque anni m'immaginavo già imperatore dell'universo da almeno un lustro mi sarei messo a ridere. O mi sarei tagliato la gola.

E siccome a me la Bibbia m'è sempre piaciuta, in questi momenti mi viene da agire come il giudice Sansone, che non a caso ha un nome che significa pressappoco "piccolo sole".
Piccolo ma cazzutissimo.
"Ch'io muoia insieme ai Filistei", quindi. Facendo crollare su di loro e su di me sto cazzo di edificio che mi sono costruito attorno sperando che per miracolo regesse. "E furono più quelli che Sansone uccise morendo che quelli che aveva ucciso durante la vita".
Come soluzione potrebbe non essere la peggiore.
Nel senso che a disposizione me ne sono state prospettate di molto più idiote, alcune delle quali avevano a che fare con operazioni di bidè palle e culo con la lingua a certi personaggi loschi che Tony Soprano si può tranquillamente mettere di fianco.

Eccomi qui, a trentacinque anni, a raccogliere ogni sera, in ora tarda, i cocci del mio culo spaccato in quattro, sui quali sforzandomi poteri leggervi le suole di chi ha tentato di lesionarlo inferendo terrificanti calci che modestamente me la 'nnacano, però dai e dai il fastidio lo si avverte sempre di più. E il fatto che chiunque abbia la mia età potrebbe testimoniare più o meno le stesse sensazioni è una di quelle cose che mi fanno girare i coglioni ,sempre. La presa per il culo, oltre alla beffa che già di suo si somma al danno.
La generazione presa a calci in culo dalla storia.
Mavaffanculo.

E quindi eccomi qui, a leggere e rileggere le parole di Transmaniacon Mc dei Blue Oyster Cult e desiderare di essere altrove, nello spazio e soprattutto nel tempo.
A vivere la vita di qualcun altro, con la faccia patibolare, i bicipiti malamente tatuati , tanta di quella methedrina in corpo da stroncare una mandria di bufali, una stecca da biliardo accorciata e appuntita ed un bobber Shovelhead sotto il culo.

Direzione Altamont. Ad inseguire quella Career of evil che visto che sono in piento trip da Blue Oyster Cult non posso fare a meno di citare.

Per prendere definitivamente a calci in culo quel sogno, il sogno pidocchioso senza il quale adesso io e un paio di milioni di miei coetanei non ci troveremmo a sputare la merda che ci affoga.

Sessantotto un cazzo. Rivoluzione un cazzazzo. Ecco dove mi hanno portato i figli del sessantotto, bastardi pezzi di merda.

"Altamont was the product of diabolical egotism, hype, ineptitude, money, manipulation and, at base a fundamental lack of concern for humanity".

Ottimo. Non chiedo altro.



Altamont, sto arrivando.

 

Garantisce Mister TheGoblin | marzo 28, 2008 17:38 | commenti (7)


venerdì, 21 marzo 2008
 

Mister (side)Burns 

 

 

Garantisce Mister TheGoblin | marzo 21, 2008 15:18 | commenti (11)


martedì, 18 marzo 2008
 

SEARCH & DESTROY


a.k.a. Let it loose una minchia

 

(la sera stessa del post piagnucoloso-intimistico-crepuscolare)
...di nuovo a cazzo duro, dopo un ritorno a casa con le lacrime per il nervoso e Search and Destroy a ripetizione nelle orecchie, l'intermezzo di un investimento sulle strisce pedonali, una rissa e la sensazione che dare e prendere pugni alla fine è la migliore delle soluzioni. E si torna a ghignare in faccia al mondo bastardo, con il ginocchio che duole per il parafango di un coglione che giornata peggiore per fare il malandrino non poteva scegliere e il cuore che ricomincia a battere a centotrentamila bar di pressione, il sangue che scorre tumultuoso e tutto il cazzutissimo resto.

(Apro parentesi per puntualizzare il fatto che non è cambiata una virgola rispetto alle ore passate a inghiottire merda, il che porta alla quantificazione del problema: molto. Un problema che sta per compiere trentacinque anni. E a trentacinque anni non mi sarei mai immaginato così, da piccolo, da un po' meno piccolo, da adolescente, da giovane. Da sempre, vai. E insomma, una mezza giornata di angoscia e pessimismo cosmico e scoramento e voglia di mollare tutto me la posso anche permettere. Per cui, ecco, io chiederei una moratoria all'introduzione dell'ora legale, perchè si, il sole e il mare e la brezza e le maniche corte, ma questo oscillare continuamente tra voglia di infliggere morti dolorose e necessità di tessermi la tela attorno e aspettare qualche anno prima di rinascere farfalla, necessiterebbe ancora di un po' di crepuscolo in ora di avanzato pomeriggio. Chiusa parentesi)

Quindi, caro il mio furbone sulla Peugeot 206 portata forte con l'assetto ribassato, che hai scelto la sera peggiore per fare il malandrino, che probabilmente non avevi la benchè minima contezza del rischio che hai corso inchiodando sulle strisce, facendo il gesto di mandarmi affanculo e mimando di investirmi inserendo nervosamente la prima e lasciando la frizione di scatto quel tanto che bastava a toccarmi appena il ginocchio, ecco, magari chissà, ti sarà riuscito così bene un sacco di volte di intimorire un povero stronzo che convinto sulla scorta della conoscenza del codice della strada, di avere la precedenza assoluta sulle strisce pedonali, si, anche sulle Peugeot 206 portate forti con l'assetto ribassato, e insomma, ecco, caro il mio malandrino, sappi che non ce l'avevo con te in particolare.
Sappi che tu, intendo tu personalmente, non mi avevi fatto niente di particolare per meritare che ti tirassi fuori a forza dall'auto e ti sminchiassi di bastonate: i calci nelle costole, i pugni, la furia selvaggia che ci ho messo dentro, gli altri calci e l'umiliazione di salire di nuovo sulla Peugeot 206 portata forte con l'assetto ribassato e andartene come un crasto, sgommando e minacciando e tutto il resto che, mi rendo conto, è il gioco delle parti. Io ti rompo il culo, tu mi minacci per avere una pervenza di onore salvo. Anche se in quella strada c'eravamo solo io e te.
Chissà, probabilmente una volta a casa sarai andato a rileggere i vecchi tomi della scuola guida e ti sarai reso conto che si, in effetti chi attraversa sulle strisce ti piscia in testa, in quanto a precedenza, e non importa che tu vada a duecentotrenta chilometri orari, non hai che da frenare come un cornuto. E possibilmente metterti la lingua nel culo, che il torto è tutto dalla tua.
O forse non farai niente di tutto questo, e continuarai a fottertene, prima di incontrarmi magari un'altra volta, chissà, mentre attraverso la strada sulle strisce, con gli Stooges nelle orecchie, il peso di una giornata terrificantemente merdosa sulle spalle, e la voglia di fare del male a qualcuno.
Potrebbe succedere.
Mi libereresti da un peso, e probabilmente ti ringrazierei.
Daresti un senso a tutta la merda che devo mandare giù, e mi rifarei un minimo dei calci in culo che il destino riserva a chi non li merita. Tipo me, tanto per non andare lontano.
Quindi sappi che non ce l'avevo con te.
Sei stato solo il bersaglio di una serie di cose che non vanno, un burattino nelle mani del destino che se fossi passato cinque secondi prima o cinque secondi dopo avresti evitato un po' di calci in culo e pure una lezione di civiltà. E io sarei tornato a casa col passo veloce e gli occhi rossi di lacrime isteriche e nervose, di quelle che scendono senza che tu lo voglia.
Consolati, per un attimo hai fatto le veci di Gesù Cristo, che si è immolato per i peccati altrui.
Quando dice il potere taumaturgico di una bella manciata di bastonate.
Oggi date, domani, chissà, subite.
Altro che Fight Club.

 

Garantisce Mister TheGoblin | marzo 18, 2008 17:48 | commenti (9)


lunedì, 10 marzo 2008
 

Let It Loose

E allora vaffanculo.

Che se ne vada tutto a farsi fottere.

Let It Loose, dicevano i Rolling Stones nell'anno in cui sono nato.
Che come consiglio in questo momento mi pare davvero ottimo, anche perchè è l'unico che potrei seguire nel pieno di tutte le mie facoltà.

Che poi sarebbe la soluzione dei cornuti, quella di alzare il braccio destro in segno di fanculeggiamento, voltare le spalle e andarsene, visto che non è più possibile altra soluzione.

Perchè arriva un punto in cui, dopo aver fatto sbiancare le nocche a furia di stringere i pugni, avere le labbra piene di sangue a furia di morderle, trovarsi i pollpastrelli di un lebbroso perchè le unghie sono ormai un ricordo lontano, l'unica cosa è mollare il colpo.Questo, oppure danzare sui cadaveri. Niente, meglio lasciare che se ne vada tutto a farsi fottere.

Let It Loose.

Anche se fuori c'è il sole delle occasioni che non si dimenticano e quelle nuvole striate di rosso che si vedono una volta ogni tre anni. Anche se il finesettimana è stato di quelli. Senza una virgola fuori posto.
Il problema è che poi si torna, stessi cazzi, stessa assenza di soluzioni, stesse ulcere ormai inguaruibili, stessa situazioni incancrenite senza rimedio. E non solo davanti. Anche dietro, a destra, a manca, sopra, sotto. Un cazzo di assedio.
E che puoi fare di fronte all'assedio, a meno che tu non sia spartano e uno dei trecento, che per inciso si, la battaglia e lo sprezzo del pericolo e i persiani e noi siamo guerrieri e voi mezze seghe, tutto giusto e tutto bello, ma alla fine chi l'ha presa tutta sana nel culo non sono stati i persiani, tanto per ristabilire le giuste proporzioni.
E di combattere ogni giorno contro i nemici invisibili non ne ho più voglia.
Che a me la facceda di Enrico Toti che tira la stampella gli austriaci faceva ridere anche in quarta elementare.

E quindi niente, che se ne vada tutto affanculo. Let It loose, come dicevano i Rolling Stones.

Perchè se in questo momento mi mettessi a spulciare tra i dischi, i milioni di dischi, non mi sentirei dell'umore adatto per la furia degli Zeke, o per la violenza dei Germs, o ancora per l'assalto dei New Bomb Turks o le viscere fumanti dei Misfits o per il nichilismo da baraccati degli Stooges o per gli umori mortiferi dei Birthday Party, e nemmeno per la calma contemplazione dei Grant Lee Buffalo, per l'intimismo di Nick Drake o per l'alienazione dei Jesus and Mary Chain o per l'epica da perdenti dei Social Distortion o per il cazzo dritto deio Turbonegro o per le atmosfere sofisticate di John Coltrane o per quelle sudate di James Brown o per la sacra deferenza che normalmente tributerei alle parole di Johnny Cash.
No.
Ho voglia dell'arpeggio liquido e tremolante, della voce rotta dai singhiozzi, dell'atmosfera di decadenza, dell coraggio di chi è esausto e non ha più niente da perdere, delle voci che si sovrappongono confuse, del pianoforte che lamenta contro iol destino, dell'implosione di chi non ha più niente.

Perchè mi sento dell'umore di chi è troppo esausto anche solo per accennare ad una qualche reazione, una qualsiasi, troppo stanco per qualcosa che vada oltre un vaffanculo di resa, una bandiera bianca solo appena sporca di sangue, di fango e di sudore, senza nemmeno l'onore delle armi. Solo un forte desiderio che tutto vada a farsi fottere, finisca come finisca.

Perchè ogni tanto anche ai supereroi girano i coglioni.

Let It Loose.

Keep those tears hid out of sight, let it loose, let it all come down.

 

Garantisce Mister TheGoblin | marzo 10, 2008 18:01 | commenti (6)


giovedì, 06 marzo 2008
 

Potrei dirvelo,

ma poi dovrei uccidervi,

quindi soprassiedo,

e taccio.

Ma io so.

Sappiatelo.

 

Garantisce Mister TheGoblin | marzo 06, 2008 18:56 | commenti (12)


venerdì, 29 febbraio 2008
 

Quando l'attività con la quale ti fai largo a spallate nella vita è cantare con una manica di sbandati che si chiamano "ragazzi morti", il massimo che puoi sperare non è molto.
Quando quello che canti è disperazione, amici che si vergognano di quello che sei diventato, band che metti sù speranzoso e poi si sciolgono come amori finiti nel cesso, morte che arriva proprio sul più bello, vuol dire che hai una vena profetica di quelle che Cassandra si può mettere di fianco.
Quando vedi le persone con le quali sei cresciuto devastarsi fino all'annichilimento, quando insegui il successo e vedi che il successo sposta sempre l'astina una tacca più sù e ti lascia indietro, quando ti guardi allo specchio e vedi un teschio ricoperto da un sottile strato di pelle giallastra, quando il confine entro il quale racchiudi le tue speranze va dalla cinquantatreesima alla terza avenue, quando bussi a casa Johnny e tutt'e due chiamate al telefono DeeDee per vedere se è in casa e insieme andare a caccia di una pietra di cinese, quando sai di essere nato per perdere, e quando tutte 'ste faccende le metti in musica, quando sul piatto c'è tutto questo, sai che le cose non possono che andare nel peggiore dei modi.

Ma sei il Sonic Reducer. Quello che non perde mai.

Hai la testa piena di pensieri mentre caracolli in giro per Parigi, tu, americano decadente che se sul vocabolario ci fosse questa voce, lì sotto piazzerebbero la tua fotografia, quando pensi a Babe Buell che tra un figlio con Steven Tyler ed un matrimonio con Todd Rundgren ha voluto farsi un paio di scopate con te prima di mollarti in mezzo alla strada, quando consideri con un certo imbarazzo come tua moglie ti abbia lasciato per farsi qualche storia ed un paio di strisce con una band di rocker finlandesi che si chiamano Hanoi Rock e che tra l'altro sono tuoi amici (rocker finlandesi, Cristo di un Dio, tu che pensavi che in Finlandia ci fossero solo laghi, rallysti, allevatori di branzini e qualche architetto), quando provi a rifarti una vita in una città che non sa chi sei, cosa hai fatto e basilarmente non gliene fotte un cazzo di te, quando cerchi di non ricommettere gli errori che ti hanno reso un fantasma che cammina, ma la prima cosa che fai è mettere sù un gruppo che chiami "le troie di Babilonia", ed i primi due che ti vengono in mente sono i compagni di stravizi Johnny e DeeDee, si, proprio loro, proprio quelli nati per perdere, quelli della pietra di china brown. Proprio loro, che certe abitudini non si perdono mai, che da certe cazzate e certe cattive compagnie sei attratto magneticamente e non riesci a scrollartele di dosso nemmeno con un oceano di mezzo.

Hai la testa piena di pensieri mentre ti butti di peso su una sedia in un caffè parigino, di quelli che qualcuno ti ha detto che una volta i bohemienne frequentavano, e tu ti senti uno di loro, magro come un chiodo, decadente, straccione, con i capelli irti, la maglietta strappata e gli occhiali da sole anche di notte. Soprattutto di notte.

Hai la testa piena di pensieri che si fanno strada nella nebulosa che hai nel cervello e ti fanno ricordare un nome, un nome inciso su una lapide, Peter, Peter Laughner, il piccolo Pete che dall'alto dei tuoi tre anni in più prendevi a calci in culo, lì, a Cleveland, quando incrociavate gli strumenti, quando gli portasti via quel demonio della sei corde che era Cheetah Chrome dai suoi Rocket From The Tomb, per formarci assieme i Dead Boys.
Ti appare nei ricordi, poi guardi lo specchio e lo vedi, riflesso nella tua immagine, Peter ed i suoi problemi, Peter e tutti i suoi abusi, peter e tutti i suoi cazzi amari che oggi sono anche i tuoi, di cazzi amari, i tuoi, di problemi. I tuoi, di abusi.

Hai la testa piena di pensieri mentre cerchi di ricordare come faceva quella canzone, si, proprio quella, quella che scrissero loro, i Rocket From The Tombs e che poi suonasti anche tu nei Dead Boys. Quella di morte, disperazione e sconfitta. Quella che fa sanguinare il cuore solo a sentirla. Proprio quella.

H
ai la testa piena di pensieri mentre attraversi la strada, stordito, immerso nella nebbia viola, nel tepore chimico, mentre inizi a ricordare. Non è affatto divertente quando sei sempre di corsa, non c'è niente di cui essere felici quando i tuoi amici disprezzano ciò che sei diventato. Ecco. Adesso ricordi. Si, ricordi. La ricordi tutta. Ricordi come la cantavi, con la furia della belva ferita a morte. Non è per nulla divertente quando sei così in orbita da non riuscire più a tornare coi piedi per terra, non c'è niente da ridere quando sai che morirai giovane. Si. Ecco come faceva, quella canzone. Adesso ricordi.

Perchè sai che morirai giovane.

Hai la testa piena di pensieri mentre attraversi la strada, e non vedi il taxi che arriva.

Hai la testa piena di pensieri mentre voli, ma stavolta voli davvero, e non perchè sei fatto come un demonio.

Hai la testa piena di pensieri mentre all'improvviso senti tutto il dolore che hai tentato per anni di scacciare narcotizzando anima, corpo, coscienza e sentimenti.

Hai la testa piena di pensieri quando ti alzi barcollando, e non per le ossa rotte o per l'emorraggia interna che ancora non sai di avere, ma perchè ti rendo solo vagamente conto di quello che è successo.

Com'è che faceva il ritornello di quella canzone? Mi erano così cari, e adesso mi sputano dritto in faccia, ma non riesco quasi nemmeno a sentirlo, è una tale vergogna/ho preso a pugni una finestra ma non me ne sono quasi accorto, è successo tutto così in fretta.
Tutto così in fretta che non hai avuto il tempo di accorgertene.

Hai la testa piena di pensieri mentre torni a casa tra gli sguardi increduli della gente che ti credeva morto. E chissà, forse un po' lo sei già.

Hai la testa piena di pensieri mentre ti ficchi a letto, pallido come la morte e rassicuri quella povera crista che ti sta accanto. "Non è niente", le dici, "Io sono il Sonic Reducer, io non perdo mai", le racconti ridendo mentre sputi sangue e lentamente scivoli verso la fine. E ti penti di averla trattata così come l'hai tratata. E vorresti chiederle scusa. ma è troppo tardi. Ti addormenti, piano.

Hai la testa piena di pensieri mentre per la prima volta hai consapevolezza dell'oblio che si avvicina. Non è divertente quando le dici che è solo una troia, non fa ridere quando lei ti sputa in faccia e ti lascia lì, sul marciapiede a compatirti.

Non è piacevole quando sciogli ogni band che hai messo insieme.

Non è divertente quando sai che morirai giovane.

Ecco, come faceva quella la canzone.

 

 

(in morte di Stiv Bators,1949/1990)

Garantisce Mister TheGoblin | febbraio 29, 2008 17:05 | commenti (9)


venerdì, 22 febbraio 2008
 

WHAT BECAME OF THE LIKELY LADS

E' così che andava.
Andava che io mi piazzavo mezz'orate sotto casa sua ad aspettare che decidesse di smuovere il culo e portarlo nel sedile passeggero della mia Ford Fiesta millecento sx nera (targata 552020), per poi risollevarlo tipo sei minuti dopo per ripoggiarlo sul bisolo del Panama, che abbiamo avuto cura di lucidare, sempre col culo, per sei anni abbondamenti con cadenza praticamente giornaliera.
Il tempo di minchioneggiare un po' e di cercare di coordinarci tra strofa e coro di Basket Case dei Green Day e poi di nuovo in macchina, cassette nello stereo e via, finchè non ci veniva sonno.
Diecimila lire di benzina bastavano per una settimana, all'epoca. Bei tempi.

Andava che io e lei ci raccontavamo quella vita che ci si parava davanti e che stentavamo a capire, ci raccontavamo quei cambiamenti ai quali non riuscivamo a stare dietro, quel senso di inadeguatezza e di sottile disagio nei confronti del mondo che, con l'andare degli anni, abbiamo sepolto sotto tonnellate di altre nevrosi, altri stati d'animo, ma che sappiamo bene tutt'e due che, se solo volessimo, a scavare per un paio d'ore tornerebbe a galla come se quindici anni fa fossero lontani venti minuti.
Lo sappiamo, ma non ce lo diciamo più.
Al massimo sfioriamo l'argomento, vi alludiamo, ma non lo prendiamo mai di petto.
Perchè ormai siamo grandi.

Andava che la Fiesta ha lasciato spazio alla Punto rossa, alla Y10 color ramarro, all'altra Fiesta verde petrolio, alla Polo turbodiesel, ma bene o male (tranne la sbandata per Papa Ricky che non riesco a giustificare in altra maniera che non sia "turbine orminale" poi fortunatamente rientrato), nello stereo c'era sempre un bel po' di ottima musica.
Musica che succedeva che per botte di ore, ore notturne, cantavamo a sanguinacordevocali, lei con la sua pronuncia da West End londinese, io con la mia da Camaro Superiore, talmente tanto in sintonia che qualcuna, segnatamente Barbara, si interrogava meditabonda e non capiva esattamente cosa stesse succedendo, non lo capiva al punto tale che ad un certo punto un bel giorno d'estate mi ha guardato in faccia e mi ha detto qualcosa tipo "occhei, d'accordo, facciamo che abbiamo scherzato", lasciandomi con un'altra canzone triste da scrivere, e pagine e pagine di un capitolo di quel romanzo di formazione per disturbati terminali che ho vergato a memoria qui, negli anfratti dell'ipotalamo.
Cose che capitavano, quindici anni fa.
E meno male che c'era lei, in quei momenti, quando farsi scapolare il piede, viste i personaggi ai quali mi accompagnavo, era un attimo. Io, che alle solfe e ramanzine e consigli mai richiesti sono sempre stato allergico, e quella presenza costante e mai invadente era veramente quanto di più vicino ad un angelo custode abbia mai avuto.
E avrò mai.

Oggi me la ritrovo qui, una Mary Poppins solo senza ombrello ed un po' troppo di sinistra, e mi scopro a pensare come certe storie siano destinate ad essere intrecciate dal destino che a volte è meglio lasciarlo fare piuttosto che cercare di provare a capire come cazzo agisca.

E penso che è bello averla di nuovo tra i coglioni, mentre mi gratto il mento cercando di capire cosa cazzo voglia dire la discussione di mezz'ora appena sostenuta, a farla innervosire, a desiderare di accoltellarla quando con il ghiaccio nelle sacchette riesce a mantenere l'innocenza e la flemma degli incoscienti durante il sanguinoso conto alla rovescia del giovedi pomeriggio, a fare domande di quelle che farebbero bestemmiare la salma di papa Giovanni Paolo secondo, poste con perversa precisione e tono petulante giusto il maledetto giovedi pomeriggio.
E però sono contento.
Me la ritrovo qui, a ragionare insieme da colleghi, a trovare il suo nome accanto al mio, a considerare come per un uomo quasi di mezz'età e per una donna che per la mezza età ci vogliono ancora un paio d'anni, ecco, ritrovarsi dicianovenni pieni di domande e di canzoni da cantare sarebbe un attimo.

E quindi sono andato a scovare quella canzone che per anni ci ha accompagnato lungo la litoranea, sull'aliscafo per Vulcano, all'aeroporto a prendere un aereo diretto a Londra, sull'autostrada per il Tout-Va, dentro e fuori dal Panama, mentre mi accompagnavi e poi mi venivi a prendere quando provavo con gli Airwalkers, mentre mi confessavi l'inconfessabile stretti nei giubbotti intorno al lago, durante le diecimila birre e le centomila figure che sono passate attraverso la visione deformata delle bottiglie che facevamo fuori, sempre con la testa per aria, con i piedi saldamente piantati sulle nuvole, come scrisse Ennio Flaiano, che nemmeno se ti avesse fatto una polaroid sarebbe riuscito a descriverti meglio, in quei giorni strani tipo quel cazzo di febbraio di tredici anni fa, quando mi sostenevi durante i dubbi, mi raccontavi le debolezze e  mi martirizzavi i coglioni con la corretta pronuncia di Sean Connery
Sono certo che te la ricordi, quella canzone.

Tutto questo.
E tutto il resto che sappiamo, e non ci raccontiamo più.

"I think I'm going insane/ I cant't remember my own name", faceva quella canzone, che se appena appena mi viene in mente che fine ha fatto il cd che la conteneva attacco a bestemmiare come un saraceno.

 E pure tu, mi sa.

 

Buon compleanno, scunchiuduta. So che lo apprezzerai, il titolo di questo post. Anche se non conosci i Libertines.

 

Garantisce Mister TheGoblin | febbraio 22, 2008 17:53 | commenti (10)


venerdì, 15 febbraio 2008
 

Jimi è vivo. E lotta insieme a noi.

(Quale altra città potrebbe dedicare una statua ad un chitarrista mancino, nero, tossicomane e pure morto?)

Garantisce Mister TheGoblin | febbraio 15, 2008 18:03 | commenti (10)


lunedì, 11 febbraio 2008
 

Esiste una versione di Gimme Shelter dal vivo, registrata per un album live che i Rolling Stones dovevano alla loro casa discografica dell'epoca, la Decca, per liberarsi da un contratto strangolacoglioni.
Era il 1972, quando i Rolling Stones erano una macchina da guerra di quelle che non lasciavano prigionieri in vita. 
La Decca si era fatta due calcoli e aveva fiutato l'affare, senonchè Mick Jagger e Keith Richards, che non sono gli ultimi due arrivati, invece che un album intero dal vivo, considerarono bene che il loro ultimo lascito avrebbe potuto essere benissimo un solo brano.
E quindi sulla scrivania dei managers della Decca arrivò una cosettina delicata, intimista, lamentosa, solo chitarra acustica e voce, dal titolo significativo di Cocksucker Blues.
Il blues del pompinaro.
Una finezza che dietro il titolo fuorviante nascondeva liriche, qualora ci fosse stato ancora qualche dubbio, tipo "Where can I get my cock sucked? Where can I get my ass fucked?", che immediatamente sgomberavano il campo dagli equivoci.

E insomma, nel 1972 i Rolling Stones allargavano culi come mai avevano fatto prima e come mai avrebbero fatto dopo. E il motivo è tranquillamente racchiudibile in un nome ed un cognome.
Mick Taylor.
Un ragazzino dalla faccia paffutella, anonima, tutt'altra cosa dalla spettrale magrezza dei Glimmer Twins, che si era fatto le ossa da purista del blues nei Bluesbreakers di John Mayall, cancellando a colpi di Gibson les Paul e Marshall il ricordo di un Eric Clapton pre rincoglionimento senile, subentrando a Peter Green che del "manolenta" ne aveva già preso posto dietro la chitarra solista e facendoci notare dagli Stones che c'avevano i loro problemi con Brian Jones in fase di deragliamento cerebrale.
E insomma, Mick Taylor entra nella banda giusto in tempo per terminare la trilogia nucleare Beggar's Banquet, Let It Bleed e Sticky Fingers, e ne esce all'indomani del maldestro Goat's Head Soup , quattro anni dopo, giusto in tempo di giganteggiare in quel  monolite di suono che è  Exile On Main Street, testamento ed epitaffio dei migliori Rolling Stones che il mondo abbia mai avuto. Un periodo di tempo durante il quale prende basilarmente a calci i culi di chiunque si affannasse dietro ad una sei corde.
Era il 1969.
In Let It Bleed, giusto all'inizio c'è probabilmente il pezzo più significativo dei Rolling Stones, quella Gimme Shelter che in tre minuti e mezzo attraversa tutte le sensazioni negative permesse all'essere umano. Mick Taylor non ci suona, su quel brano. Sia della ritmica che della solista se ne occupa un Keith Richard al quale l'eroina faceva tanto bene quanto la cocaina a Maradona, probabilmente.
In Gimme Shelter, a dare una mano a Mick Jagger, dietro al microfono prende posto la cantante losangelena Mery Clayton, che asfalta i passaggi salienti della canzone con una colata di negritudine che fa cadere la pelle a brandelli.
Dal vivo, di quell'apocalisse sonora, nel 1972, resteranno solo i cinque stones originali. Voce, due chitarre, basso e batteria. Nemmeno il fido Ian Stewart, sesto membro ombra e pianista con i controcazzi, osò avvicinarsi ai tasti bianchi e neri. Gimme Shelter veniva ridotta all'osso, scarnificata e data alle fiamme. E il piromane in questione era Mick Taylor.
Su "quella" Gimme Shelter, il ventunenne coi capelli rossicci e la faccia paffuta libera la sicura alle dita e violenta la Gibson Les Paul come nessuno prima (e mai nessuno dopo, nemmeno quella sega di Jimmy Page) seppe fare, scatenando gli elementi con un suono così grasso e saturo che secondo me il suo Marhall era alimentato a plutonio, non con la normale corrente a duevventi.
In quei cinque minuti, i Rolling Stones annichiliscono chiunque, senza se e senza ma., con una foto del mondo virata in rosso che, per quanto mi riguarda, seguirà a 1970 degli Stooges come personale colonna sonora dell'apocalisse.
Sarà il loro canto del cigno.


E niente, tutto questo bordellino per obbligarvi a cercare questa canzone e ascoltare dal minuto 2:06 al minuto 3:20 e poi dal minuto 4:10 fino a praticamente la fine, per capire il motivo per il quale Bop, quando sente questa Gimme Shelter, si ritrova all'improvviso con il cazzo a forma di grattacielo.

 

A grattacielo, proprio.

 

 

Garantisce Mister TheGoblin | febbraio 11, 2008 15:17 | commenti (13)


giovedì, 07 febbraio 2008
 

Diggin' the wild.

Mi sono svegliato stamattina che 'ste parole ce le avevo scolpite a scalpellate sulla corteccia cerebrale.

Scavare in profondità, strato dopo strato, cercando di riportare in superficie quelle sensazioni che sono scivolate giù senza che tu te ne accorgessi. Niente a che vedere con l'introspezione, o la psicanalisi, o qualsiasi cosa abbiano demandato a mantecare la confusione che alberga nella testa di una qualsiasi persona che valga la pena di chiamare tale.

E per non sbagliare mi faccio tenere compagnia dai Grant Lee Buffalo e dai Jesus and Mary Chain.
Pare appena iniziato l'autunno, tanto che giurerei di aver visto le foglie cadere.
Sarà che stanotte ho avuto la netta sensazione che Ayrton sia venuto a trovarmi, accucciato aai piedi del letto.
Per vedere come me la cavassi.
Eh, gli avrei risposto.

E' passato un mese.

Oggi piove che pare di essere sul set di Twin Peaks.

Garantisce Mister TheGoblin | febbraio 07, 2008 14:44 | commenti (4)


venerdì, 01 febbraio 2008
 

Allora.

Facciamo che piazziamo la puntina sul solco e ci godiamo i tre secondi di silenzio frusciante prima che inizi il bordello. Così, tipo la boccata d'aria per iperventilare giusto un attimo prima dell'immersione.
Una cosa simbolica, che poi, alla fine, quello che vogliamo è il frastuono, quello che rimbomba nelle orecchie per ore, che lascia quel fischio come di verto infranto sotto le scarpe, quel fischio che vorresti dormire ma non puoi, che così acuto com'è non ti lascia nemmeno chiudere gli occhi.

Blue is the frequency, diceva un tale.

Ecco. C'è mancato tanto così che da blu che erano, tutte le frequenze diventassero rosse.
Quando l'udito è talmente compromesso che riesci a capire quello che ti dicono solo se si piazzano davanti e spalancano la bocca in maniera che il labiale sia inequivocabile, e di conseguenza vivi in un mondo di fischi e frequenze ovattate che ti rendono un estraneo nei confronti delle logiche del mondo esterno, un autistico disadattato che campa tranquillo facendosi solo i cazzi di sua stretta competenza, beh, sono cose che alla fine potrebbero pure fare gioco.
Perchè il numero di cazzate che personalmente riesco a sopportare in un giorno è pericolosamente vicino alla zona rossa, e quindi guardare un idiota dagli occhi iniettati di sangue (segnatamente, l'editore) che ti sbraita contro una cazziata diretta a qualcun altra (segnatamente, la direttrice) che invece fischietta come se non c'entrasse niente e finge indifferenza prima e sollecitudine poi, mentre tutto quello che mi passa nella mente sono frequenze blu che faccio di tutto perchè non diventino rosse all'improvviso,

virgola

e mentalmente ripasso il testo di City Slang versione degli Hellacopters che è bella stridente e fischiante e fastidiosa per i timpani vergini di chi non ha il Rock'n'Roll come patologia terminale, mentre tento disperatamente di seguire la linea solista di quella Gibson 335 che strepita dentro il Mashall Jcm800 fuori da ogni controllo perchè se non lo facessi mi vedrei costretto a spaccare il culo al mio editore,

altra virgola

mentre cerco di ricostruire le cinque voci che si sovrappongono durante il ritornello, sepolte da un magma di distorsione valvolare, per distrarmi da quella voce con una seccante cadenza di paese pedemontano,

ulteriore virgola

mentre urlo mentalmente, tra corteccia cerebrale e sinapsi che iniziano pericolosamente a chiudersi, l'assolo di chiusura, quello definitivo, quello della più cazzuta versione di City Slang che il mondo abbia mai conosciuto,

si, sempre virgola

facendo finta che l'atteggiamento leccaculistico della direttrice è una maniera di pacificare i deliri di un rincoglionito terminale a salvaguardia di certe dinamiche redazionali, mentre invece è semplicemente un preoccuparsi del suo buco del culo dirottando un cazzo volante che girava da ore verso il culo di chi invece, tipo il sottoscritto, non c'entrava nè dal dritto nè dal rovescio, cosa che la renderebbe passibile di sgozzamento immediato,

e adesso qui gli piazzo un punto altrimenti finisce che nessuno ci si racapezza più e non si capisce un cazzo, e siccome sto parlando di storie di un certo livello non voglio che accada. Ci siamo capiti.

Ecco che succede. Ecco a cosa sono costretto, a che compromessi mi forzo a scendere, mentre tento disperatamente di annichilirmi in un ronzio di fondo di frequenze che collidono tra distorsioni e rumore bianco per non esagerare con la reazione, che per me non è mai uguale e contraria, ma diversa e balcanicamente cento volte più violenta, mentre penso che come cura farsi risuonare 24 ore al giorno City Slang versione degli Hellacopters è cosa buona e giusta.

Altrimenti mi vedrei davvero costretto a fare del male a qualcuno.

 

Fortuna che poi la sera sono andato a sciropparmi gli Adel's. E lo sciollero è tornato prepotentemente a sorridermi.

 

Garantisce Mister TheGoblin | febbraio 01, 2008 18:12 | commenti (6)


venerdì, 25 gennaio 2008
 

Ogni finesettimana Giuseppe prende il motorino e va alla scuderia, dove trascorre la giornata a strigliare ed addestrare i suoi due cavalli. Giuseppe ha tredici anni e una vera passione per i cavalli. Qualche volta, con un po' di vanità, Giuseppe indossava il berretto di equitazione anche a scuola. Il 23 novembre 1993, Giuseppe sta asciugando il suo cavallo dopo una cavalcata pomeridiana, quando un'auto si ferma davanti alla scuderia. Ne escono tre uomini con la divisa della polizia. Chiamano Giuseppe dall'altro lato della strada. "Andiamo, salta in macchina - gli dicono - andiamo da tuo padre". Il viso del ragazzo si illumina. Lascia cadere le spazzole, e corre. Corre verso quegli uomini in divisa da poliziotto. Sale sul sedile posteriore della macchina. "Andiamo", dice. Nessuno lo rivedrà mai più.

Durante il viaggio, Giuseppe si rende conto che non sta andando ad incontrare il padre. Se ne accorge. Domanda perchè. E' allora che gli uomini vestiti da poliziotto lo immobilizzano, lo tengono per le braccia, e gli infilano un cappuccio in testa. Quando l'auto si ferma, lo trascinano fuori e lo guidano lungo i gradini di una stanza sotterranea e buia. Giuseppe non riuscirebbe a vedere ugualmente nulla, per via del cappuccio che ha sulla testa. I tre uomini vestiti da poliziotti gli legano una corda intorno ai polsi ed alle caviglie, poi lo assicurano al muro. E lo lasciano lì.

Il padre di Giuseppe si chiama Santino. Per via del suo naso schiacciato, da pugile, tutti lo chiamano menzanasca. Uno importante, menzanasca. Uno che si faceva rispettare. Soldi, potere, rispetto. Aveva tutto quello che un uomo del suo rango potrebbe sperare di avere. Poi aveva deciso di raccontare certi fatti. E da potente e riverito che era, agli occhi dei suoi amici era diventato un delatore. Un confidente. Un infame. E gli infami non possono vivere accanto agli amici di una volta. Santino vive in una località segreta, al nord.

Giuseppe era un ragazzino metodico. Problemi non ne aveva dato mai, mai un dispetto, mai un ritardo. Quando la madre Francesca non vede il motorino, la prima cosa che fa é chiamare la scuderia. "Giuseppe è andato via poco prima delle cinque", le dicono. "Col motorino", aggiungono. La madre chiama gli ospedali della zona, preoccupata. Niente. Nessun ricoverato corrisponde alla sua descrizione.
Villabate è un paesello, una stretta striscia di verde tra le montagne in fondo ad una scarpata di rocce scure, ad est di Palermo.
Quando a Palermo non torni in orario, e non sei all'ospedale dopo un incidente, la preoccupazione si trasforma in paura, di quella che ghiaccia il sangue nelle vene. Perchè é probabile che sia accaduto il peggio. E a Palermo, il peggio non è semplicemente morire.
E' morire in una certa maniera.

Tutti sembrano aspettare Giuseppe. In realtà aspettano sue notizie. Perchè sanno che Giuseppe non lo rivedranno mai più.
Lo sanno, in fondo al cuore.
Alle nove di sera, sulla porta di casa del suocero compare un messaggio. "Il ragazzo lo abbiamo noi. Tuo figlio non deve fare tragedie". Il figlio in questione é Santino menzanasca.

Tecnicamente, Santino é un collaboratore di giustizia. Di quelli "pesanti". Di quelli che conoscono i segreti, quei segreti che non possono essere rivelati, il cui riserbo genera una violenza che non conosce limiti. Il segreto prima di tutto.
Abita lontano, Santino. In una località segreta. E racconta. racconta fatti, persone, circostanze. Dettagliatamente. In prima persona. E quindi va zittito. E punito. Prima punito.
Quando Santino inizia a raccontare i fatti di cui è a conoscenza, la moglie Francesca decide di non seguirlo nella sua nuova casa segreta. Resta a Palermo. Lì ha le sue radici, lì vuole restare, e far crescere i suoi figli. Si trasferisce poco lontano, ad Altofonte.
Francesca é figlia di Altofonte, dell'aria che si respira ad Altofonte, della cultura che imbeve Altofonte. ha sposato un uomo di un certo tipo, di quelli coi soldi e col potere. E' rispettata, si é fatta una posizione. E non capisce, non vuole capire la decisione del marito di rinunciarvi.

Quando gli giunge la notizia che il figlio è stato rapito, Santino fugge dalla custodia della polizia e arriva a San Giuseppe Jato, nel tentativo di saperne qualcosa in più sulle sorti del figlio. Dopo due giorni si riconsegna alla polizia. La notizia gli arriva sotto forma di un altro biglietto lasciato sotto la porta del padre. "Tappaci la bocca", c'è scritto. Insieme al biglietto sgrammaticato, ci sono due fotografie di Giuseppe. Chi l'aveva rapito sapeva dell'adorazione che correva tra nonno e nipote, e aveva sperato che potesse far leva su Santino. Per tappargli la bocca.

San Giuseppe Jato non é lontana da Altofonte. L'aria che si respira è la stessa. A San Giuseppe Jato comandano due fratelli. Giovanni ed Enzo. Sono figli d'arte. Di quell'arte che si sublima ammazzando, rubando, affossando le sorti di un'isola. Di quell'arte che si fa scudo di parole e le difende a colpi di pistola.
Si fanno chiamare uomini d'onore.
In nome dell'onore della famiglia, Giuseppe è segregato per due anni in una caverna, perchè il padre non racconti.
A gennaio del 1996, Giovanni é condannato all'ergastolo. Cieco di rabbia, dalle sua mani parte l'ordine. Giuseppe va eliminato.
Prima di farlo, gli fanno scrivere un'altra lettra al nonno. L'ultima. Stremato da una prigionia di oltre due anni, la grafia è illegibile. "Non ce la faccio più", si intuisce. E poi la frase agghiacciante "Voi ve ne fregate di me". Prima di ammazzarlo, riescono a fargli maledire il padre.

Lo raggiungono nella caverna. Lo girano con la faccia al muro. Giuseppe non resiste. Due anni in catene gli hanno mangiato i muscoli. Non ce la fa nemmeno a stare in piedi. Anche stavolta sono in tre. Il primo, che combinazione si chiama anch'egli Giuseppe, lo tiene per i piedi, Enzo lo alza per le braccia. Il terzo, Vincenzo, gli fa un cappio intorno al collo. Giuseppe, l'ormai quindicenne Giuseppe, muore, lentamente. Quando esala l'ultimo respiro, i tre gettano il corpo in una tinozza d'acido. Bruciano i vestiti ed il materasso sul quale Giuseppe aveva dormito per ventisei mesi. Mentre Vincenzo sta per buttare la corda che lo ha ucciso, Enzo ride. "Perchè non la tieni come trofeo?" gli chiede.


Sono questi, gli uomini d'onore.




Giuseppe Di Matteo muore dopo oltre due anni di prigionia.

Santino Di Matteo perde un figlio dopo aver scelto di collaborare con la giustizia.

Francesca Castellese, sua moglie, perde un figlio. Si era dissociata pubblicamente dalla decisione del marito, e restò in silenzio fino alla fine.

Giovanni Brusca finisce all'ergastolo da latitante, nel gennaio del 1996. Tempo dopo, rivolgendosi a lui durante un processo, Santino Di Matteo gli grida in faccia "Se ti prendo ti ammazzo con le mie mani. Perchè non sei venuto a trovare me, così vedevamo chi doveva morire, tu o io?"

Enzo Brusca, suo fratello, viene catturato dalla polizia, dopo un raid. Davanti alle telecamere ha il volto tumefatto. Le foto segnaletiche gliele scattano sotto le fotografie di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Non saranno pochi i politici a stigmatizzare i festeggiamenti che i poliziotti, incappucciati col mefisto per evitare rappresaglie, mettono in scena dopo l'arresto.

Vincenzo Chiodo, in preda ai rimorsi per l'omicidio di Giuseppe Di Matteo, scappa. Due giorni dopo, sotto la porta di casa, la moglie riceve un biglietto. "Se tuo marito si fa arrestare e poi si pente, berremo il sangue dei tuoi figli". Il giorno dopo si presenta alla Dia di Palermo. Ha molte informazioni da condividere.

Giuseppe Monticciolo, il terzo assassino, diventa collaboratore di giustizia. Sarà lui a raccontare tutta la storia di Giuseppe Di Matteo.




La mafia è una montagna di merda.



Garantisce Mister TheGoblin | gennaio 25, 2008 17:04 | commenti (7)



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