........e quella volta che il mio amico Carmelo dai molti nomi mi disse:
"Siciliani di scoglio o di mare? Di zolfo o di sale?
Non era importante capire di quale genere fosse la loro “razza”, loro sapevano di essere molto simili.
Sotto molti punti di vista.
E’ strano come la chimica possa interagire a tal punto con la vita delle persone quando meno ce lo si aspetterebbe.
La sera precedente al loro primo incontro, lei aveva scoperto un nuovo negozio di cosmetici. L’aveva incuriosita il nome, “come mi vuoi”, ed era entrata.
Aveva pensato che le commesse che ci lavoravano fossero delle “madamine” che poco si addicevano all’atmosfera di quel posto.
Si era infastidita a tal punto da aver preso la decisione di uscire senza acquistare nulla.
Ma il diavolo stava per metterci la coda.
Infatti, accanto alla cassa, proprio vicino all’uscita c’era un cesto. Uno di quei cesti di vimini che i negozianti utilizzano per vendere gli scarti di magazzino a prezzi bassissimi.
Gli occhi di lei, bassi per la decisione presa di uscire dal negozio senza salutare quelle statue di cera che avevano finto di servirla, si concentrarono su una confezione azzurra.
Sopra c’era scritto maschera per capelli.
L’acquisto in sé era molto banale. Ma lei decise in quel preciso istante che quella maschera avrebbe mantenuto la promessa che altri prodotti non erano mai riusciti a mantenere: rendere i suoi capelli unici.
Pagò, uscì dal negozio in fretta e la sottile gioia di aver fatto un acquisto le fece subito dimenticare l’antipatia che si respirava nel luogo in cui lo aveva effettuato.
Il mattino dopo era lì, al suo posto di lavoro.
Pantaloni scuri, cintura vistosa e camicetta a scacchi bianchi e rossi.
Bella e intensa come il sole al tramonto.
Era abituata a sorridere a tutti quelli che ogni mattina transitavano davanti alla sua scrivania.
Lo faceva per due motivi. Il primo, più professionale, dal momento che lavorava alle dipendenze del mega boss. Il secondo, più naturale, era legato al maledetto obbligo che il suo viso le imponeva.
Era splendida, e il sorriso era un optional che il suo volto non poteva risparmiare di sfoggiare.
Erano passate da poco le dieci del mattino, quando lui entrò nel suo ufficio.
Per lui era il primo giorno di lavoro lì dentro. Non conosceva ancora nessuno se non le due persone con cui avrebbe dovuto collaborare da quel giorno in avanti.
Gli avevano detto di rivolgersi a lei per avere un’informazione operativa.
Lui era timido, e soprattutto detestava arrangiarsi per ottenere informazioni.
Aveva percorso il corridoio pensando che quello non fosse modo di fare. Chiedere un’informazione senza avere nemmeno una scrivania sulla quale posare il culo. Né un telefono, né un pc dal quale leggere la propria posta. Ma in effetti non aveva ancora nemmeno un suo indirizzo di mail aziendale.
Era convinto che la persona cui doveva rivolgersi per quella informazione fosse la solita acida che solo perché frequenta i piani alti si sente in diritto di tirarsela.
Gli stava sulle palle già prima di averla conosciuta. Ma lui era così: le cose se le “sentiva” sempre in anticipo.
E quel giorno il suo intuito fallì completamente.
“Ciao, avrei bisogno di sapere…”, le sue parole rimbombarono nel silenzio e, in quel momento, lei alzò la testa e lo guardò negli occhi. Quell’istante fu la morte di un presentimento, e la genesi di una nuova vita nella mente di lui.
Lo aveva stregato. Sentiva un misto di fastidio e piacere allo sterno. Erano gli occhi di lei che gli erano entrati dentro. Si stavano ambientando dentro quello strano personaggio che non avevano mai visto prima di quel giorno.
“Scusa, magari è meglio che prima mi presenti. Sai è il primo giorno…”. Lei sorrise, in realtà non aveva mai smesso di farlo e gli tese la mano. Quella stretta di mano lui stava desiderando potesse durare all’infinito. Ma così non fu.
Non appena lei la ritrasse la passò tra i capelli. Morbidi, grossi, cadevano sulle spalle appoggiandosi lentamente sul collo. Come fosse una scena al rallentatore.
E i riflessi del sole che li toccavano proiettavano una luce incredibile.
Lei non lo sapeva, ma quella nuova maschera che aveva utilizzato era stata la scintilla che aveva fatto innamorare lui di lei.
………………………….
Uno di fronte all’altra. Muti. Completamente muti.
Dietro di lui una finestra dalla quale si intravede un panorama verdissimo. E in lontananza alcune case.
Dietro di lei l’ombra confusa della porta della stanza d’albergo nel quale avrebbero passato la notte.
Il destino, e il loro desiderio di forzarlo, li aveva portati lì.
Improvvisamente tutte le circostanze avevano fatto in modo che l’auto si mettesse in viaggio e li portasse a contatto con quel panorama, circondati da quelle pareti.
Gli sguardi erano da sempre la loro ancora di salvataggio.
Ogni volta che l’imbarazzo del “non so cosa dire” sopraggiungeva, i loro occhi si incrociavano e tra una boccata di fumo e un gesto qualsiasi l’imbarazzo passava.
Quella volta però fu diverso.
Gli sguardi non bastavano più, e finalmente potevano dimostrarlo.
Le mani di lui accarezzano il volto di lei.
Ne tracciarono il profilo prima delle tempie, poi degli occhi.
Le dita che inizialmente tremavano, si fecero ferme e scesero lungo il naso fino ad arrivare alla meta più ambita. Le labbra di lei.
Le aveva sempre desiderate quelle labbra. Erano scure, trasmettevano calore.
Le mani scesero prepotentemente sul collo e le cinsero la nuca, spingendo la sua testa dolcemente verso di lui.
Fu come un meccanismo perfetto. Lei si avvicinò rispondendo a quel tacito invito e gli offrì le sue labbra.
L’incontro della carne fu magnifico.
Le due labbra sprofondarono le une nelle altre. Si scoprirono piano piano.
Lui iniziò a morderle, dolcemente, e gli occhi di lei sembrava lo stessero implorando di non smettere.
L’incontro della lingua di lui con quella di lei sembrò l’avverarsi di un sogno. Un momento tanto desiderato al punto da invadere i loro sogni fatti in due letti così lontani l’uno dall’altro.
Il bacio fu lungo, appassionato, interminabile.
E rimasero a scambiarselo sempre lì, fermi sulle gambe ma con il cuore che batteva all’impazzata.
Senza accorgersene, ma volendolo profondamente, si ritrovarono a ridosso del letto. Era grande, coperto da una trapunta verde. Intenso come quello degli occhi di lei.
Sempre uno di fronte all’altra e sempre più saldi dentro il loro bacio.
Lei iniziò a spogliarlo, ma le mani di lui la interruppero.
Voleva iniziare per primo. Aveva sognato quel momento tante volte. E voleva finalmente vivere quel sogno da protagonista.
I bottoni della camicia di lei sembravano sciogliersi come burro sotto le sue dita. Piano piano la carne della pancia veniva fuori. Scura, esattamente come il resto della sua pelle.
Il reggiseno che ormai si era rivelato agli occhi di lui era nero. Semplicissimo. Il luogo più naturale dove potesse trovare ricovero quel seno. Mai “presuntuoso”, anzi sempre coperto e discreto. Ma un seno importante, di quelli che ti affascinano anche se non ti invadono la vista.
Lui la strinse a sé, e nel frattempo anche il suo petto era nudo dal momento che le mani di lei avevano letteralmente fatto sparire anche la sua camicia.
Come in un gioco di prestigio sparì anche il reggiseno. La loro pelle si incontra per la prima volta da così vicino.
E’ bellissimo, emozionante. Il cuore di tutti e due comincia a urlare.
Si desiderano come non mai e vogliono che quel momento duri il più a lungo possibile."
E quindi fate come Bop stamattina. Scendete dal treno a Villa San Giovanni intorno alle sei, sbadiglio deciso, auricolari ben saldi alle orecchie e volume ragionevolmente elevato. Uscite dalla stazione e, cercando di non farvi arrotare dai tir che scendono dalle navi tipo Schumacher alla seconda di Lesmo a Monza, dirigetevi con un po’ di musica nelle orecchie verso il molo che ospita le imbarcazione della Caronte (funziona anche con le navi delle FF.SS., ma si perde il brivido dell’arrotamento e una camminata di sei, sette minuti che vi fa scivolare il torpore di dosso). Apprezzate il fresco “sirino” della mattina ed inforcate gli occhiali da sole anche se ancora è praticamente notte. Se sono Rayban Wayfarer è meglio, l’impersonificazione bopmorfa riesce in maniera più soddisfacente Nel lettore mp3 c’è April Danger dei Birdman Of Alkatraz. E’ uno di quei brani che vi fanno venire voglia di guardarvi alle spalle per controllare che nessuna creatura infernale sia sbucata dall’ombra per disossarvi e gettare quello che resta di voi in pasto alle viriole. Fa un certo effetto mentre camminate immersi nei cazzi vostri con il mare a sinistra e l’oscurità dell’alba intorno. E quindi procedete, spediti ma non frettolosi, ché certi momenti vanno assaporati. Se volete farla completa auguratevi che la nave sulla quale state per salire sia
la Stretto
Messina
, ma non è una condicio sine qua non, quindi una qualsiasi va benissimo. Lasciate l’obolo di un euro, rimpiangendo (cfr. nonenti) i bei tempi in cui si traghettava a sbafo mentre vi lasciate cullare dalla nenia ipnotica per chitarra e psicosi latenti di Demon Cleaner dei Kyuss. Non levate per nessun motivo al mondo gli auricolari, nemmeno quando ordinate un discreto caffè che, ahimè, viene servito nel malefico bicchierino di plastica. Ma siccome tutti sappiamo che la perfezione non appartiene a questo mondo (figuratevi se appartiene alla Caronte/Tourist) evitate di bestemmiare verso il cielo, che ne frattempo si è riempito di una tenue luminescenza che, se solo il cuore vi pompa ancora sangu,e non farà a meno di farvi slogare la mascella per lo stupore. Mentre la nave molla gli ormeggi e voi guadagnate il ponte superiore sprezzanti del vento, vi terrà compagnia Keep On Hustlin’ degli Hydromatics. Sette minuti e mezzo di puro soul di Detroit suonato con il pepe al culo da una banda di vecchi e viziosissimi e cazzutissimi rocker. Sedetevi a poppa. Accavallate le gambe e guardate. Si vede Scilla. E Faro, dall’altro lato. Le nuvole incombono sui due piloni, li guardate e sentite che qualcosa cresce dentro. E’ lì che la terra inizia. E finisce. Scilla e Cariddi.
La Sonic
’s Rendezvous Band vi omaggia di una tellurica Sweet Nothing, dal vivo. Per quanto vi sforziate di respirare a fondo non vi basta mai. E’ il cuore che vi è cresciuto all’interno della cassa toracica e vi lascia senza fiato. Sweet Nothing lì dove qualcosa finisce e qualcos’altro inizia. Il vento in viso, il colletto del giubbotto alzato, che fa sempre la sua figura. Quei due lembi di terra che avete davanti sono i segni tangibili dell’esistenza di una divinità superiore, una qualsiasi. Se vi sta scappando una lacrima ci sono gli Zeke a rimediare. Evil Dead, Lawson e Jack Torrance in meno di tre minuti suonati alla velocità della luce vi riportano si binari della virilità. Tough men don’t cry, dicono. Voi fatelo comunque, se sentito di doverlo fare. Siete soli, sul ponte, non vi vede nessuno. Le nuvole si diradano e cominciano ad infuocarsi mentre la nave lascia dietro di sé una scia che si fa strada tra le cento correnti differenti dello stretto. L’alba si rischiara, il sole è ancora dietro le montagne, il piede tiene nervosamente il tempo, l’elettricità lungo la spina dorsale diventa tangibile. Il mare sembra un tappeto di velluto sul quale un bambino si sia accanito a disegnarci su tutte le linee conosciute all’uomo in maniera casuale. C’è una striscia di terra che dai laghi di Ganzirri arriva fino al pilone. Poi scompare. Guardate lungo quella direzione, fisso. Comincerete a vedere qualcosa che nessun altro vedrà. Sono le sei e mezza passate. Il sole vi sorprende a dialogare con gli spiriti mentre ascoltare Heart Of Stone dei Rolling Stones. Voglia di gridare a pieni polmoni, battito accelerato. Nel centro dello Stretto. E’ l’ora in cui ci si sveglia in preda a quella strana angoscia che accompagna per tutta la giornata, sorda, pulsante, minacciosamente latente. E’ lo spirito dello Stretto. Consideratevi fortunati ad avere la possibilità di vederlo, di potergli parlare per un istante, di sentirlo attraverso la musica. Come le antiche civiltà che paganamente adoravano il sole. Face a New God, la cantano i New Christ. Messina è adesso di fronte a voi, illuminata dalla radiazione rossa del sole all’alba. Brucia, brucia per i peccati che qualcun altro ha commesso e che adesso la città sta espiando. Soffre, Messina. Ma cova il fuoco, dentro. Alcune notti potreste sentirle respirare. Non spaventatevi. Vi sale dentro la marea. Sono le forze primigenie della natura, qualcosa che ha a che fare con le forze creatrici, qualcosa che non può essere compreso, solo accettato senza una parola. Messina chiama. La sua voce, il suo linguaggio, parla solo a chi sa ascoltarla. Ecco. Quando succede parte City Slang, nella versione degli Hellacopters. Dentro vi esplode un fuoco termonucleare che cerca di uscire. City Slang. Respirate a pieni polmoni. Urlate se vi va. Contorcetevi. City Slang. Il vento che sferza, il sole che acceca, la musica che assorda. Siete i catalizzatori di un’energia che devasta, distrugge, plasma. Bop la sente, se ne nutre, la tira fuori, appena partono gli ultimi quarantacinque secondi della canzoni e le chitarre impazziscono ed il basso tuona e la batteria diventa un tornado e le voci gridano lo fa. Cade in ginocchio e mima il movimento con in quale il buon vecchio Fred “sonic” Smith, pace all’anima sua, usava concludere la canzone che per primo scrisse e, con la sua Sonic’s Rendezvous Band, suonò. Bop grida City Slang, in ginocchio, la chitarra immaginaria che si imbizzarrisce ed impenna tra le sue mani. City Slang. Messina assiste impassibile. Sorride sorniona. Eccola,lì davanti. La nave arriva, tutto torna normale. Fatelo, una volta nella vita. Alle sei di mattina. Fatelo.

Non credo troverete mai i Guitar Wolf in nessuna classifica dei migliori. Dubito che li troverete in alcuna classifica, punto. Perché sono realmente uno dei gruppi più scarsi mai apparsi sulla terra. Vedete, certe cose possono venire fuori solo dal Giappone, terra misteriosa e per me incomprensibile. Tanto incomprensibile che nemmeno più ci provo, a capisci qualcosa. Ecco. Non fossero giapponesi, i Guitar Wolf avrebbero potuto nascere solo su Marte. Garantito. Tre brutti ceffi conciati come i greasers americani degli anni’50, solo più parossistici, Seiji, Billy, Toru. Come dei Ramones un po’ più Ramones. Come dei degeneratissimi Elvis. Come se gli spermatozoi di Link Wray avessero misteriosamente fecondato Betty Page. E poi Dragster, motociclette giapponesi dei primi anni’ 70, Sci-Fi e B-Movies, muscle cars, Ufo, Jet Generation, Kung-Fu ramone, Fujiyama Attack, Cyborg Kids, canzoni suonate malissimo e registrate col walkman in cessofonia mono, video farneticanti, ciuffazzi, giacche di pelle, occhiali da sole e pettine unto nella tasca dietro. Questa, gente, si chiama devozione. Una pagana, bruciante, intollerante,estremista, sacra, invasata devozione alle radici ed allo spirito del rock'n'Roll. Alla tradizione dei tre accordi, alla sua forma codificata per i tempi dei tempi,immutabile. Pura trash culture americana. Purissima. Totalmente inetti sugli strumenti (no, dico inetti sul serio. No, dico davvero. Inetti, incapaci, handicappati), totalmente fuori dal mondo, totalmente sublimi. Un fumetto vivente. C’è un film (un film, giuro) in cui recitano, in giro, si chiama Wild Zero, che è talmente delirante che al confronto i film di Russ Meyer hanno la profondità dei Fassbinder e l’ermeticità dei Bergman. E poi i titoli. Praticamente tutti uguali, due parole assolutamente a cazzo, totalmente inventate, assolutamente assurde. Quando sforavano la regola delle due parole uscivano fuori perle tipo ”I Love You Ok”. Pura, fottutissima poesia. E poi, come cazzo non si può amare un gruppo che intitola una canzone Kawasaki z 750 Rock’n’Roll (pronunciato LOCCHENLOLL, come tutti i giapponesi che si rispettino)? Un anno fa uscì un tributo, Ii love Guitar Wolf Very Much, e gente tipo John Spencer e la sua Blues Explosion, gente come J. Macis, gente come i D4 decisero di suonarci sopra. Pure Jim O'Rourke, roba da non crederci. Non è roba da tutti. Erano in tre, i guitar Wolf. Il cantante e chitarrista si chiamava Guitar Wolf, il bassista era Bass Wolf, il batterista rispondeva al nome di Drum Wolf. Facile, dritto alla meta, lapalissiano. Seghe zero, azione mille. Il 20 marzo Bass Wolf è morto, a trentott’anni. Ed io che non ho scritto un cazzo per le morti di Joey, DeeDee, Johnny, Johnny Cash, Joe Strummer e tutti quelli che in questi tre anni hanno tolto il disturbo leggo la notizia e mi commuovo. Tutto il mondo per il Papa ed io per Hideaki Sekiguchi, Billy per gli amici, Bass Wolf per tutti gli altri. E’ così che vanno le cose. Con tutta probabilità si scioglieranno, ed il Rock’n’Roll perderà definitivamente quell’attitudine delinquenziale che, vaffanculo, del Rock’n’Roll è cuore, sangue, spina dorsale e coglioni, in un mondo che difetta di coglioni ma incredibilmente ne partorisce altrettanti sputandoli fuori a mitraglia. E ci toccherà sorbirci quel figlio di troia di Ryan Adams che intitolerà Rock’n’Roll uno dei suoi lagnosi e merdosissimi album che qualche stronzo più di lui si affretterà a definire il futuro del Rock’n’Roll. Lui e Bono Vox. Gente che, semplicemente, si prende troppo sul serio.
In addition to bands like The Ramones, The Cramps, Johnny Thunders and the Heartbreakers and Joan Jett, are there any other major influences on your sound?
"Bruce Lee, the sound of 750 motorcycle, wolf’s howl, bullet train, gangster/yakuza movie."
You've claimed to be in love with Joan Jett. How was it playing on the same bill as her in Japan?
"Great honor. I think she is half wolf. We can howl at the moon together."
I've read that a couple of years ago you were negotiating with the Cartoon Network in the United States for a possible cartoon project. Is there going to be a cartoon based on the life and sound of Guitar Wolf?
"It would be cool. But if US cartoon I don’t want Robin Williams' voice."
Questi sono (erano) i Guitar Wolf. Come cazzo si fa a non averli amati?
