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martedì, 21 giugno 2005
A te che mi guardavi un po' di sere fa e che hai continuato a guardarmi ancora la volta dopo, e quella successiva e così via, ogni volta che mi vedi. A te che osservavi la mia maglietta e ti domandavi incuriosita che cazzo di marca potrebbe mai essere quel The Stooges in giallo su fondo nero, nerissimo. A te che stringevi dal collo una bottiglia di quell’imbevibile troiaio che ti spacciano per rhum e qualcosa, color verde marziano, e quasi te ne vergognavi ( e facevi benissimo, a mio modo di vedere) mentre ti mordevi le labbra e ridacchiavi imbarazzata al mio indirizzo. A te che allungavi il collo per vedere dove cazzo mi fossi cacciato quando io, tatticissimo, mi spostavo fuori dalla tua visuale continuando a scrutarti sornione. Sai perfettamente ( e nel caso in cui non lo sapessi provvediamo subito) chi sono, cosa faccio, dove lo faccio. Magari non perfettamente, va bene, ma più di qualche indizio ce l’hai. A te che ti accompagni a persone trascurabili, e lo vedo che lo pensi anche tu ma allarghi le braccia e fai buon viso a cattiva sorte perché le amicizie le si tiene anche quando la vita separa inesorabilmente le strade, a te che un po’ ti imbarazzi a sentire certi discorsi che tuo malgrado ti vedono tirata in ballo, a te che ti annoi ma vabbè, fa lo stesso, le amiche del cuore sempre amiche del cuore rimangono, anche quando chiocciano in maniera insopportabile. Che quando parlavamo della stagione calcistica del Messina esaltante fino alla follia e di Carmine Coppola in nazionale come la prova tangibile che un dio c’è e che gli piace il gioco del pallone la tua amica se ne è uscita con quella sparata infelicissima “….ma il calcio è cooooooosì nazionalpopolare….” sottolineandolo con un ampio e teatrale gesto delle mani ed io già cominciavo a sentire i Turbonegro suonare nella mia mente (che quando sogno squartamenti e torture medievali mi partono sempre i Turbonegro in testa) e mi domandavo se lo sapesse, che cazzo vuol dire nazionalpopolare, e se nella sua mente cretina questo sostantivo assumesse una valenza negativa e se mai nella sua inutile vita quell’essere si sia esaltato fino alle lacrime per qualcosa, per qualcuno, per un momento. E mi chiedo cosa ci fai tu lì con loro, tu vestita di virginale bianco, così lontana dal mio sulfureo blu inchiostro. Tu con le All-Star rosse come le mie. A te che te lo leggo nello sguardo che vorresti fare un giro sulla parte oscura come cantò il buon Lou Reed. A te che la parte oscura la nascondi bene, ma solo a chi non la conosce, la parte oscura. Ché a chi la conosce sin troppo bene appare chiaro che tu la abbia, sepolta sotto anni di conformità a modelli che non ti appartengono. Proprio tu. Che la volta dopo hai guardato con attenzione l’immagine della targa automobilistica sulla mia maglietta che faceva capolino dal giubbotto di jeans ed hai concluso (con notevole intuito e fantasia) che quelle sei cifre fossero la mia data di nascita. A te che hai preso il coraggio a due mani, ti sei avvicinata e mi hai rivelato che non mi avresti mai dato trent’anni. E che subito dopo mi hai lasciato il tuo numero di telefono scritto sull’etichetta strappata del bacardi breezer. E poi sei andata via senza una parola. Lasciandomi, non faccio fatica ad ammetterlo, a bocca aperta.
Ecco.
Si, proprio tu.
La prossima volta se vuoi fare colpo almeno comprami una birra, così potrò batterti quando subito dopo faremo a gara a chi rutta più forte.
venerdì, 17 giugno 2005
Ciao Ron,
è da un po’ che non ci sentiamo, vero?
Si.
Colpa mia. Hai ragione. Ti scrivo per dirti una cosetta. Te la dico subito così ci leviamo il pensiero.
Io domani non ci sarò.
Lasciami spiegare, prima di dire qualsiasi cosa. Già che tu sei quello che parla poco. E’ l’altro, lo smilzo, l’iguana, quello con la lingua lunga. E comunque. Lo vedo dallo sguardo che sei deluso. Sotto gli occhiali a goccia marroni, lo vedo. Non me lo diresti mai, ma sei deluso. Hai ragione.
Maledetto chi ha sparato la cazzata che il lavoro nobilita l’uomo.
Un cazzo.Il lavoro lo incula, l’uomo. Lo incatena. E quindi niente, non posso venire. Già mi pregustavo quelle due ore di sana distorsione valvolare con il Castello di Otranto sullo sfondo invece cazzi. Guarda, dispiacerà più a me che a te, stanne certo. Ma tu non ti abbattere, per favore. Continua a menare fendenti su quella cazzo di Reverend Rocco, continua a torturare qui due stack dil Marshall Plexi che hai alle spalle, fai quello che sai fare.
Che nessuno al mondo lo sa fare come te.
Nessuno strappa quegli accordi disperati. Nessuno tira quelle corde con la tua furia. Nessuno si accanisce sul Wha-wha come fai tu. Sali su quel palco e suona il Rock’n’Roll the way it should be done, come dicono dalle tue parti. Tieni alto il vessillo della Detroit Rock City che tu ed i tuoi avete contribuito a creare. Non siamo rimasti in molti a suonare il Rock’n’Roll, Ron. Si, lo so che è proprio per questo che sei incazzato con me. Hai ragione. Eccheccazzo. Hai ragione. Ma tu fottitene. Fai come se ci fossi, vai, disintegra tutto e poi via.
Come sai fare tu.
Come mi hai insegnato a fare.
Sali sul palco, scarifica la pelle degli spettatori nelle prime quindici file con il tuo suono, sparati quei cazzo di riff in la ripetuti allo stordimento, devasta un po’ di cervelli e non fare prigionieri. Secondo me vi divertite.
Dì a tuo fratello di sorridere qualche volta da dietro la batteria, che con quella faccia da criminale e quelle mani tipo fabbro un po’ di timore lo incute.
E tranquillizza Mike Watt, digli che non è un sogno, che davvero sta suonando con gli Stooges, anche se dopo due anni avrebbe dovuto capirlo da solo.
Fate suonare un po' di più Steve Mckay, che quando soffia in quel sassofono succedono cose magiche.
E soprattutto dì ad Iggy di tenere l’uccello a posto. Ha cinquantott’anni, checcazzo. Anche se sembra un ragazzino.
Che dirti in più?
Divertitevi.
Io bestemmierò forte dalle 23.00 in poi. Che altro devo fare?
Però una cosa te la prometto, e mi cascassero i coglioni per terra se non la mantengo: Quando verrete a Roma il 3 settembre ci vedremo. Anzi, guarda che faccio. Ci vediamo anche il 4 a Bologna.
Eccheccazzo.
lunedì, 13 giugno 2005
L’intenditore di vino per la maggior parte delle volte è un tipo che fino all’anno scorso beveva birra alla spina in bicchiere di plastica (categoria di essere vivente che dovrebbe subire l’esilio in Siberia), mi guardava schifato ed inorridito se chiedevo un bicchiere di Zibibbo al pub e in generale del vino sapeva solo che era fatto con l’uva e che bianco/pesce-rosso/carne, nella migliore delle ipotesi. Poi un giorno la lettura di qualche stronzata da GQ o da Max che ciarlava sul mito dei vini ha aperto loro gli occhi. Quello e la serie di tristissimi corsi di degustazione che per trecento euro ti promettono di svelare i segreti più reconditi del mosto fermentato.
Ecco.
Queste esperienze creano mostri. Creano gente che va dicendo in giro che dentro il vino (succo d’uva reso moderatamente alcolico dalla fermentazione dello zucchero) ci sente le albicocche, le prugne, l’incenso, le rose appassite, i fiori secchi, il pellame (diocristo, il pellame….ma chi cazzo se l’è mai ficcato in bocca una striscia di cuoio?), la frutta matura, le violette, le margherite, il cazzo che li strafotte. Ma dico io, che cazzo siete, tutti sotto acido? Avete mai assaggiato una violetta? O una margherita? Puzza di merda, la margherita! Aromi? Sentori? Profumi? A me il vino sa di vino, assomiglia al sapore del vino, annusandolo ci sento il vino, degustandolo (termine che comincia a starmi simpatico pressappoco quanto tumore, telecom, by the way e tutti i tristi ed inutili neologismi aziendali in inglese) sento un vago sapore di vino. Al massimo di legno, se è stato fatto stagionare in botti di rovere.
Tu invece no.
Lo guardi in controluce e ne analizzi il colore, ed io rido, perché avendo una botte in cantina ed avendola nutrita dello stesso mosto per decine d’anni ti posso assicurare che a parità di prodotto il vino non viene mai uguale a quello dell’anno prima (in natura il concetto di replica serialenon esiste, è un’illusione inventata dall’uomo), ma tu non lo sai, non te l’hanno mai detto e lo osservi in controluce, lo fai ondeggiare dentro il calice, lo pieghi, lo studi. Ed io rido. Rido forte e rido amaro.
C’era una volta un posto malandatissimo che si chiamava Zio Angelo. Un cesso maleodorante di alcolizzato, proprio al centro. Il vino lo vendeva al bicchiere, a qualcosa tipo 500 lire il bicchiere (bicchiere da 30 cl). Quel posto lo frequentavano i punkabbestia ed i barboni, basta. Adesso ci sono i wine bar, quelli con i muri pitturati d’arancione (più caloroso, intimista, giusto per preparare il tuo accogliente culo al conto da sessanta euro la bottiglia)) o di bianco (più high tech, per inculate più distaccatema non per questo meno dolorose), che se ti va bene ti vendono un terzo della quantità dello stesso vino dello Zio Angelo ad un costo del 2000%. E sei contento, perché sei saturo delle stronzate che ti hanno insegnato in un corso di tre giorni.
Che mi metto i coglioni sul ceppo e me li taglio se ti verso dal tetrapak un bicchiere di tavernello, te lo lascio "respirare" (……) nell'apposito decanter (……………..) e te lo spaccio per un cazzo di vino pregiato d’annata e tu non sborri nelle mutande decantandomene le inesistenti virtù e smarruggiandomela a sangue sul perché e sul percome quel tavernello in incognito che stai bevendo credendolo essere un vino coi controcazzi è una prelibatezza.
Stronzo.
Tu ed il tuo retrogusto di corteccia di china calissaia. China calissaia. Ma che fai, ti droghi?
La cosa triste è che c’è gente che di queste cose ci lavorerebbe, s’è fatta il culo per anni andando a destra ed a sinistra, studiando storia, chimica, fisica e tutti i cazzi e poi arrivi tu, tre giorni di corso e pretendi di avere cognizione delle stronzate che dici, portandomi a detestare anche gente che pur avendo i titoli per affermare cazzate simili se ne guarda bene dal farlo, avendo ancora un senso del ridicolo enormemente superiore a quello che ti sei giocato per tre giorni di corso di degustazione (……….) e trecento euro. Te lo meriti, il metanolo. Tu ci senti il tabacco, nel vino. E non chiami il cameriere bestemmiando perché a qualcuno è caduta la sigaretta nel tuo bicchiere?
mercoledì, 08 giugno 2005
"Alla fine ritornò. Così come, anni prima, era andata via, in punta di piedi, senza disturbare. Senza nessun clamore, e nessuno, sul momento, sembrò accorgersene. Anni prima lasciò la piccola cittadina, e quasi nessuno se ne rese conto, proprio come avrebbe desiderato che fosse. Una faccia, anche se la sua faccia, non una qualunque, ed il corpo, il portamento, l’eleganza e tutto, una faccia, dicevo, scompare presto tra le nebbie della memoria, e ci si fa l’abitudine a non vederla e piano piano la si dimentica, fino a non lasciare più traccia, se non un vago ricordo in fondo al cervello, di quelli che per un attimo ti fanno dire…chissà dove….e l’attimo dopo sono rimpiazzati da problemi più comuni, più pressanti e, chissà?, più importanti. Ritornò e nessuno ne seppe nulla. Erano pochi, pochissimi quelli che la ricordavano ancora, nonostante una presenza come la sua non sarebbe passata inosservata nemmeno per scherzo. Giusto qualcuno di quelli che, moltissimi, si giravano al suo passaggio, sbirciavano sotto i baffi e distoglievano lo sguardo non appena lei si fosse girata. Sguardi obliqui, mai fissi negli occhi. Nessuno era in grado di farlo, nessuno aveva il coraggio di pensare di poterne reggere il confronto. Sapete, capita sempre di trovare il bulletto di paese che cerca considerazione, legittimazione o accresciuto prestigio tra la sua gang compiendo questo tipo di gesto, il complimento spinto, il fischio, lo sguardo bovino, ma a lei non accadde mai nulla del genere. Aveva una bellezza che intimoriva, e nonostante tutto non la cercò mai di ostentare.
Classe, la chiamano.
Poi, un giorno, non si vide più in giro. Come dicevo, ci si abituò alla sua assenza, e presto anche il ricordo scomparve. Era andata via. Qualche malignità i primi giorni, si capisce, dopotutto la cittadina era piccola e prestava il fianco a queste consuetudini. Le depositarie dei segreti ne sapevano sempre una in più degli altri, e, nel caso in cui non l’avessero saputa, che difficoltà avrebbero avuto ad inventarla? L’Italia è da sempre un paese di santi, navigatori ed inventori, ed in questo spicchio di terra ci si sente tutti un po’ più santi, navigatori e soprattutto più inventori di tutti gli altri spicchi di terra. Un paio di giorni ed anche quel piccolo, irritante ed a conti fatti innocuo passatempo si esaurì, ed il soggetto del passaparola cambiò. Che paese sarebbe senza la sua sana, quasi fisiologica dose di pettegolezzi?
Questo è, più o meno, quello che accadde una ventina d’anni fa. Come in un film di Sergio Leone, come in una canzone degli Shadow, una sera di luglio, calda, oziosa, umida, qualcuno la rivide. Non era cambiata se non in meglio, incredibilmente. Bella come un demonio. Mi hanno sempre detto che la vita deve essere sempre vissuta, con il “deve” sempre, chiassosamente sottolineato a pennarello fluorescente. Non mi ricordo, a memoria, di averne mai visto uno, che la vita l’abbia vissuta nella maniera che avrebbe voluto quando era bambino, quando stare sveglio la notte aveva ancora un significato, quando qualsiasi cosa, qualsiasi era solo ad un tiro di schioppo dalla fantasia. Non ho idea se di tutti noi ci sia riuscita proprio lei, né mi interessa, a dire il vero. Soltanto, una sera tornò. L’ignavia mentale di gente troppo sottomessa alla routine quotidiana faticò a percepire la novità, ma io, oh, io l’annusai nell’aria che qualcosa cambiava. O tornava come prima, se volete metterla così. Chiaramente, ero consapevole che niente mai sarebbe stato come prima. Ci sono cose che nella vita riesci a vivere intensamente solo per una volta, e questa ha tutta l’aria di essere una di quelle occasioni. Quello che accadde, intendo, prima che partisse.
Confesso tutte le mie colpe, e non vorrei che questo mio impegno fosse preso come un tentativo di discolpa. Non vorrei spendere frasi da fraintendere, ecco tutto. Non che ci sia molto di cui discolparsi ulteriormente, comunque. Ho saldato il mio debito con la giustizia. Ho ottenuto se non proprio il perdono, almeno l’indifferenza da parte di chi mi avrebbe volentieri visto morto. Non ho la coscienza a posto e né l’avrò mai, questo è certo, ma la vecchiaia porta con sé anche un certo sereno distacco, oltre che un po’ di malanni ed una vagonata di rimpianti. Perché io sono vecchio, non so se l’avevo già detto. Ho settantaduentadue anni. Quando tutto successe ne avevo diciassette. Chiaramente, non crederete ad una sola parola di quelle che mi accingo a raccontarvi, e se fossi nei vostri panni neanch’io lo farei. Lo prenderei come il delirio di un vecchio rincoglionito, cosa che, per inciso, non sono nemmeno lontanamente. Nessuno crederebbe che quella splendida donna sulla trentina ha in realtà quasi ottant’anni, nemmeno per idea.
Fidatevi.
Io la conoscevo, in un’altra vita, le sono stato accanto come nessuno mai lo fece prima e, sospetto, nemmeno dopo, ne conosco il profumo, i segreti più intimi, le fantasie ed i lati più oscuri. Quelli che tutti noi, chi più chi meno, teniamo nascosti nelle fogne della nostra psiche, dove nessuno mai ci si potrebbe avventurare, dove proviamo repulsione ad avvicinarci. Quando accadono avvenimenti che vanno oltre la nostra comprensione, è meglio credere di aver sognato e non ci si pensa più, a meno che non si abbia quel sottile piacere nel torturarsi, nel farsi male lentamente ma in maniera costante, quasi maniacale…..Quello che vi sto per raccontare successe in un altro tempo, letteralmente. L’oggi in cui parlo non è il domani dello scenario che ci vide sfortunati ma consapevoli protagonisti, e non so perché. Ho smesso di domandarmelo con l’apparire dei capelli bianchi, e solo ogni tanto, di notte, con i grilli che cantano ed il sonno che tarda a venire, mi tornano in mente quelle giornate di follia................."
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