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lunedì, 29 agosto 2005
 

Avere vent’anni e considerare con un pizzico di malinconia come il progetto di diventare pilota ufficiale Husqvarna e campione mondiale di enduro classe 125 diventi sempre più remoto.

 Pensare queste cose mentre si viaggia sul retro del furgone, insieme alle moto ed ai borsoni, che ogni accelerazione ti fa infrangere il rene destro contro la pedana di una Honda CR ed ogni frenata ti fa arrivare addosso una decina di kg di abbigliamento tecnico da fuoristrada.

Domandare quanto manca all’arrivo chè la cripta in cui siedi non ha finestre. Solo moto, borsoni, cassetta degli attrezzi e taniche di benzina. Ale 216, c’è scritto su una di queste. Il tuo nome ed il tuo numero. Campionato regionale di enduro, classe 125, categoria Promozionali. La schiuma fetente della disciplina, in pratica. Quelli ai quali tutti, ma proprio tutti, passano sulle orecchie senza pietà, umiliandoti e scomparendo veloci all’orizzonte facendo cose che tu con la moto nemmeno pensavi fossero possibili. Imparare a spegnere il cervello e osare molto oltre quello che credevi essere il limite. Molto oltre. Poi, finalmente, si spalanca la porta del furgone. La luce invade l’antro claustrofobico. La polvere anche. Ci si stiracchia, si esce. Posare lo sguardo su salti di venti metri di lunghezza. Rampe ripide tipo muro. Whoops a decine, in rapidissima sequenza. Minchia.

E’ il motocross, baby.

Che t’aspettavi? Se vieni dall’enduro non ti spaventi di fronte a fiumi da guadare, a pietraie da scalare che pure una capra di montagna rinuncerebbe, a sottoboschi con radici che cercano di ghermirti da percorrere a centoventi all’ora, a gare di sette ore sotto la neve.

Ma questo è il motocross.

Trascorri in aria più tempo di quanto non passi con le ruote per terra. Tieni aperto anche quando l’istinto di sopravvivenza ti consiglierebbe di chiuderlo, il gas. Ti lanci verso il niente dopo sei secondi di decollo con lo stomaco in bocca ed i coglioni in gola, mentre sotto tutti sembrano piccoli piccoli.

E’ il motocross.

Deglutire con fatica. Scaricare la moto dal furgone. Rabboccarla di miscela all’1,3% di benzina ed olio Motul 700, ennemila lire al litro manco fosse un Brunello di Montalcino del 1995. Rivolgere un’occhiata furtiva al triplo salto prima del traguardo, ripetendo fra sé e sé che eseguire una manovra del genere è da gente assolutamente flippata.

Ma flippata forte.

Chiedersi chi cazzo te l’ha fatto fare. Iniziare, contestualmente, la vestizione. Ginocchiere. Gomitiere. Fascia Lombare. Pantaloni. Pettorina. Maglia. Stivali. Guanti. Casco. Occhiali. Mazinga combatte con un’armatura meno complicata. Vaffanculo.

Avere vent’anni e considerare con un pizzico di malinconia come il progetto di diventare pilota ufficiale Husqvarna e campione mondiale di enduro classe 125 diventi sempre più remoto guardando chi gira insieme a te e cosa riesce a fare. Vabbè.

Tornare in sé.

Mettere in moto, riscaldare il piccolo ma cazzutissimo motore di 124,9cc, regolare forcella ed ammortizzatore per gli atterraggi pesantissimi che ti aspettano, sedersi sulla moto, sgasare due, tre volte e poi parlarle.

Pensaci tu, piccola, che io qui non so che cazzo fare. Guidami tu, tu che nel DNA hai i campionati del mondo vinti e rivinti, le braccia muscolose ed il polso destro snodabile di tutti quei campioni col gas facile. Fammi volare, piccola, fammi diventare leggero come vento e veloce come saetta.

Respirare a fondo. Acquisire consapevolezza.

Inalare coraggio.

Esalare paura.

Inalare classe.

Esalare mediocrità.

Inalare forza

Esalare dubbi.

Partire, in piedi sulle pedane, leggero, esaltato. Sentirsi invincibile mentre si percorrono metri su polverosi metri. A terra ed in volo. Affrontare la pista con la cattiveria di un Berzerker. Digrignare i denti. Entrare in curva con trenta chilometri orari in più di quanto non credevi fosse ragionevole. Galleggiare sulle buche, aggredire gli appoggi, derapare di potenza, controllare la piccola Husqvarna che impenna imbizzarrita, che sembra un dueccinquanta da quanto va forte. Cadere. Rialzarsi, più cattivo di prima. Più veloce di prima. E più di quanto non si sarebbe mai immaginato. Volare, col cuore in gola ed il cazzo dritto per l’eccitazione.

Puntare il tizio di fronte a te con la Suzuki RM gialla. Numero trenta. Guadagnare terreno in curva, prederlo sui salti. Osare ancora. Più in alto. Più in lungo. Più. Aprire il gas in uscita di curva con violenza. Affiancarlo. Decidere di affrontare il triplo che fa paura anche solo a guardarlo. Saltare, col respiro mozzato. Superarlo con successo. Gridare dentro il Bell Moto 5, gridare un SIIIIIIIIIIIIIIIIIII  che sembra un orgasmo. La Suzuki RM numero trenta che ormai è storia.

E’ fatta. Cominciare a riconsiderare l’affare campionato del mondo da una prospettiva più rosea. Affrontare di nuovo il triplo, che è già passato un giro. Sembra più facile.

All’improvviso.

Un’ombra.

Sopra la testa.

Verde.

Piccola.

Veloce.

Di più.

Ti supera.

E’ una minimoto.

Kawasaki.

Minicross.

Settantacinque di cilindrata.

La guida un bambino di sette anni.

Che ti è passato sulla testa.

Sul triplo.

Senza pietà.

Sulla testa.

Con un minicross.

Ha sette anni. Tu ne hai venti, un centoventicinque e programmi di carriera ambiziosi.

Sopra la testa.

Proprio sopra.

E’ il motocross baby.

E’ il motocross.

Avere vent’anni e considerare con un pizzico di malinconia come il progetto di diventare pilota ufficiale Husqvarna e campione mondiale di enduro classe 125 diventi sempre più remoto.

 

 

(Il bambino si sette anni si chiamava Tony Cairoli. Ne dicevano un gran bene. Oggi Antonio Cairoli sta per vincere il mondiale di motocross classe MX2. Ha diciannove anni.)

 

 

 

Garantisce Mister TheGoblin | agosto 29, 2005 22:45 | commenti (5)


mercoledì, 17 agosto 2005
 

BROTHELL BOP

(Voice, Ron Asheton-alike Guitar Playing, Fuzz, Attitude, Mind-bending outlaw concept)

+

BROTHELL DOM

(More voice, Making bass cool again, Filo-governative secret projects)

+

THE AUSTRALOPITHECUS

(Drums, Violence, From-the-other-side-of-the-world criminal skill)

+

DOCTOR ZAIUS

(Creepyness, Theremin, Organ, Open heart surgery)

=

 

 (...Don't Miss It, Motherfuckers...)

 

Garantisce Mister TheGoblin | agosto 17, 2005 20:47 | commenti (6)


mercoledì, 10 agosto 2005
 
Ieri sera ho segnato per te.
Io, che il mio ruolo non mi farà mai diventare capocannoniere.
Io, che annaspo senza costrutto lungo quella fascia destra, affinché i miei cross precisi al millimetro trovino la capoccia del centravanti e assicurino lui goals e gloria.
A lui la gloria, a me i chilometri su è giù per il campo ,a destra, a portare quel numero 7 sulle spalle, pesante, il numero di Manè Garricha e di Bruno Conti, gente la cui estensione dei coglioni si misura ad ettari, non un Beckham qualsiasi che qualcuno dovrebbe entrare in campo e strapparglielo dalle spalle, quel numero glorioso che indegnamente porta sulla maglietta.
Ala destra.
Sono un’ala destra, ruolo epico e silenzioso, eroico e decisamente da gente poco consona alla tranquillità.
Evvabbè.
Conosco quella fascia destra come se l’avessi sempre calcata. Non ha segreti. Tutto quello che c’era da dirmi me lo ha rivelato durante tutti gli anni in cui l’ho calpestata. E quelle poche volte che mi vede segnare è felice per me.
Ieri era sorpresa.
Mai m’aveva visto alle prese con una simile dimostrazione di ferocia e perizia calcistica.
L’ho stupita, la mia fascia destra.
Che mi conosce, sa come gioco, sarebbe capace di anticipare con un margine d’errore pari a zero tutto quello che farò. Le finte. Gli scatti. I dribbling, i contrasti, le volate verso il fondo, i cross. Ed i tiri. Sa che mi piace guadagnare il vertice dell’area di rigore a una volta arrivato lì caricare il destro, coordinarmi e cannoneggiare verso la porta.
A volte riesce.
Altre, troppe volte, no.
Vabbè.
Ho smesso di credere che avrei vinto la Coppa dei campioni più o meno all’età di nove anni. Dura, la vita, quando prendi coscienza dei tuoi limiti. E comunque.
Ieri sera avevo una promessa da mantenere. E correvo più forte. Contrastavo con più grinta. Dribblavo con più convinzione. Ero un fulmine, su quella corsia. Una scheggia. Un Bruno Conti in sedicesimo, un Domenghini più basso, un Garrincha terrestre, umano, non divino ed alieno come il Garrincha vero, un Emilio Butragueno con dieci km orari di velocità in meno.
Poi accade.
Azione nella nostra metà campo. Il mediano ha la palla. Costruisce lui il gioco. Lo vedo. Alza la testa, mi punta, è all’altezza della metà campo. Mi guarda. Mi basta una frazione di secondo per intuire, capisco tutto e scappo in avanti. Il terzino che già mi ha macellato la gamba scambiandola per qualcosa che poteva essere presa a calci senza conseguenze se ne accorge, e scatta con me. Ma troppo in ritardo. Io stasera volo, non corro, volo.
Ché ho una promessa da mantenere.
In un secondo parte il passaggio. Mi scavalca, quasi sulla linea della rimessa laterale. Non lascio che la palla tocchi terra. Mi allungo, la sfioro con il collo del piede destro. La addomestico, la piego ai miei voleri. Sono a venti metri dalla porta. Chi si fosse trovato a guardarmi l’avrebbe vista. La scintilla negli occhi. Alla Jack Torrance. Ed il ghigno. Accade in un attimo. Lascio che la palla ormai mia tocchi terra, ed in controbalzo la calcio.
Credo di avere urlato, non lo so con esattezza.
Mi parte una fucilata. Che si insacca all’angolino opposto, sotto la traversa, col portiere avversario visibilmente intimorito. Prima ancora che entrasse la palla sapevo di avere segnato. Lo sentivo. Era una promessa. Mi ricordo vagamente di avere sentito un coro di “oooohhhhhhhh”. Me lo ricordo vagamente. A stento. Potrebbe non essere mai successo.
Ma uno c’era di sicuro.
Era la mia fascia, la mia vecchia fascia destra che si congratulava. In tutti questi anni mai mi aveva visto fare una cosa del genere. “Eh”, le ho risposto alzando le spalle, “avevo una promessa da mantenere”.
(Dedicata al Messina F.C. "Sempre soli, contro tutti")
 
Garantisce Mister TheGoblin | agosto 10, 2005 23:30 | commenti (7)



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