|
domenica, 23 ottobre 2005
Questa città è la troia non più giovane che tutti si sono sbattuta e che nessuno fa più finta di conoscere. E’ una vecchia puttana di quelle che non ti dice mai di no anche quando sa che le farà male. E’ la sgualdrina anziana che si dona a tutti indistintamente, per una specie di altruismo distorto.
E tutti ne hanno approfittato, prima o poi.
Una botta e via.
E continuano, una botta e chi s’è visto s’è visto. La stuprano, questa città. La violentano.
E lei niente, inerme, contenta solo di avere ricevuto una parvenza di attenzione. Non importa se invece di attenzione è stata solo una scopata ed uno sputo in faccia come ringraziamento.
Scopando via il dolore sperando che chi le stava sopra potesse redimerla.
Invece niente.
Messina è la puttana che invecchia, che ha perso la bellezza di un tempo e non ha nient’altro da offrire che il suo corpo in decadenza, per trenta denari, a tutti i giuda che ne hanno approfittato.
Senza ringraziare.
Io che cammino di notte e la guardo, la guardo con la tristezza e la sovrana commiserazione con la quale si guardano le vecchie troie, immaginando che chissà quanto indietro nel tempo facevano girare la testa, erano piacenti e desiderate e che poi invece la vita ha avuto la meglio su di loro, la vita e quel non sapere mai dire di no, quell’accomodare quando invece c’era da graffiare e mordere, quel girare la testa dall’altro lato chiudendo gli occhi, mordendo il cuscino e soffocando le lacrime, quel regalarsi per un bicchiere in più a bastardi privi di scrupoli ma pieni di potere e fascino mellifluo e belle parole, tante belle parole.
Questa è Messina.
Una vecchia troia alla quale nessuno mai ha cantato una serenata, nessuno ha mai portato un fiore. Solo chiavate luride e sudaticce, due carte da dieci gettate sul comodino e la promessa/minaccia che presto si sarebbe replicato.
Facile.
Troppo facile.
La vecchia troia, la vecchia puttana alla quale strappare un pompino ed una palpatina di tette è facile, la cosa più facile del mondo. Lei non si tira indietro. Non l’ha mai fatto.
Messina ha svenduto sé stessa al peggio del peggio.
Ad una manica di rubagalline, ingordi come solo i rubagalline sanno esserlo. Messina è la vecchia puttana da strada, non da bordello. Non da casa d’appuntamento. La troia invecchiata che guarda impotente i preparativi per l’ennesima riffa che la vede come premio. Poco ambito, quasi snobbato sopportato con fastidio. Ma una scopata è una scopata, pensano. Ed un pompino ci scappa sempre. Per noi e per gli amici, pensano. E per gli amici degli amici, pensano. Così com’è stato sempre. Una riffa, che mascherano da elezioni.
La vecchia troia che in dieci la scopano e in cento la guardano, ululanti, dandosi di gomito, sperando di poterne anche loro acchiappare qualche briciola, e se non è possibile pazienza, a casa una sega ci scappa sempre. E lei mai una lacrima, mai un lamento. Troppo buona per ribellarsi. O troppo impaurita.
E chi magari la amava, la vecchia puttana, è stato costretto ad andare via, lontano dagli occhi lontano dal cuore.
E qui restano solo gli sciacalli.
Solo gli sciacalli.
Che Messina amanti, amanti veri, non ne ha mai avuti.
Solo stupratori.
E magnacci.
(E adesso sotto con l’ennesima riffa. Il 27 e 28 novembre.)
mercoledì, 12 ottobre 2005
Mi fossi chiamato io Lapo sarei stato finito. Un pariah alla tenera età di cinque anni.
Lapo.
Mi avrebbero massacrato, i miei amichetti. Preso per il culo a morte. Avrei contemplato il suicidio come una solleticante alternativa ad una vita di feroci prese per il culo.
Lapo.
Quando dice che le colpe sono dei genitori. Vedi, mio padre e mia madre sapevano che sarei sceso in cortile a giocare con i bambini dalle ginocchia sbucciate e senza i denti davanti. Non potevano permettersi di chiamarmi Lapo quando io giocavo in squadra con Santino, Pasquale e Calogero. Semplicemente non potevano farlo.
Lapo.
Puoi chiamare tuo figlio Lapo solo se sai già che lo farai giocare con amichetti che di nome fanno Bubi, o Giangi o Emanuele Filiberto. Non Pancrazio. Non Concetto. Lo chiami Lapo se lo accompagnerai alle festicciole di compagnette che si chiamano Violante, Elettra, Gelsomina. Lo fai interagire con gente che ha nomi di fantasia e cinque, sei cognomi. Non con Salvatore Inferrera che in quinta elementare già aiutava il padre in falegnameria.
Lapo.
Capisci perché? Per questo, soprattutto. Perché il mondo reale è diverso. Perché il conte coi sei nomi assurdi ed i capelli tipo capra che ieri da Vespa diceva cose che solo chi non ha mai mosso un dito in vita sua può dire che ne sa del mondo? Che ne sa di gente che non può permettersi il lusso di chiamarsi Lapo?
Lapo.
Fossi un operaio della Fiat mi sarei sentito preso per il culo a lavorare a fianco di Lapo il nipote del capo quando Lapo aveva vent’anni e per un’estate ha voluto provare il brivido di tornare a casa con le unghie sporche. Mi sarei sentito prendere per il culo a morte.
Lapo.
Lapo il rampollo che si, insomma, il lavoro e la solidarietà sociale, ma tra un mese si torna in barca con Clitennestra e Antongiulio. Che a fianco di Pinin o Turiddu in catena di montaggio mi dà quel nonsochè di street credibility, certo, ma le palle me le sono rotte di sudare. Essì.
Lapo.
Che se io vado al matrimonio di mio cugino Giuseppe coi mocassini viola a me non me li fanno i complimenti. Mi fanno velatamente capire che ho il buon gusto pari a quello di un magnaccio portoricano ed il piacevole aspetto di un marabù morto da sei mesi, al massimo. Niente complimenti. Che se io da piccolo avessi avuto una erre moscia mia madre e mio padre mi avrebbero portato dal logopedista. Se avessi detto mi piaciue invece di mi piace mi avrebbero fatto sedere su una sedia, mi avrebbero messo un quaderno davanti e mi piace me l’avrebbero fatto scrivere per dieci pagine, cinque volte per rigo. Non l’avrebbero coltivato come vezzo. Perché se io a cinque anni avessi detto al mio amichetto Carmelo mi piaciue sarei stato un uomo finito. Letteralmente.
Lapo.
Questo i miei genitori lo sapevano. E mi hanno evitato molte prese per il culo. A sangue. Perché sai quanto sono cattivi i bambini quando ci si mettono. Cioè. I bambini che frequento io ed il 97% delle persone che calcano questa palla fangosa e putrescente. Quelli che frequentavi tu non so. Mi riesce difficile pensare ad un Dado, un Giambi, un Gipo con le ginocchia sbucciate e senza denti davanti. E bada che non parlo di denti da latte.
Lapo.
Io che non posso permettermi il lusso di andare coi travestiti per essere trasgressivo, a parte gusti ed orientamenti che per carità, ognuno sotto le lenzuola nel letto di casa sua fa il cazzo che vuole. Ci mancherebbe. Anche trasgredire coi travestiti. Cosa che io non potevo permettermi nemmeno il lusso di pensare, che se per sbaglio Mimmo Setteteste o Mario Ciolla si sgamavano qualcosa potevo scapparmene di notte come un assasino.
Lapo.
Ecco. A te è la trasgressione che t'ha fottuto. La trasgressione che si paga, non quella che da piccolo hai a strafottere servita gratis su un piatto d'argento se giochi in cortile con Pilu Russu o con Menzanotti o con l'Africanellu o con Vito Fitinzìa.
Lapo.
E' che a voi rampolli vi manca il senso della misura, vi manca. Oltre che quello del ridicolo.
Lapo.
L’altra ipotesi, che non voglio pensare che tu sia un coglione dal culo pieno (e per questo incline a scalciare, in ossequio all’antico ma sempreverde detto che recita “u culu chinu fa ittari cauci”) è che anche tu un po’ ti vergognavi. E le pagliacciate le facevi così, per manifestare il tuo disappunto verso uno stile di vita decadente che ogni volta che ci rifletto mi sembra proprio quello dell’impero romano al crepuscolo, solo un paio d’anni prima che i barbari facessero loro il culo. Le pagliacciate e tutto il resto. Ci siamo capiti, no?
Lapo.
Chissà. Mi fossi chiamato Lapo io avrei cominciato a drogarmi all’asilo, avrei cominciato. Altro che aspettare ventottanni.
mercoledì, 05 ottobre 2005
|