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domenica, 29 gennaio 2006
 

Regalo 500 (cinquecenro) euro al primo che saprà spiegarmi il significato logico della frase

"effettuare un passaggio col contagiri"

considerato che:

- il contagiri non è uno strumento di precisione

- non mi sembra che il suo utilizzo sia minimamente applicabile a qualsivoglia movimento che implichi una traiettoria lineare

- sarebbe più corretto (e intelligente) ricorrere a similitudini con strumenti tipo goniometro, righello, squadretta, compasso, teodolite ecc.

- l'uso della frase è limitato alla più inutile categoria di manovalanti della stampa

Grazie.

(Nella foto: Il termine di paragone per giudicare la precisione di un passaggio)

 

Garantisce Mister TheGoblin | gennaio 29, 2006 18:42 | commenti (13)


lunedì, 23 gennaio 2006
 
Guardandosi intorno non si vede che una massa di gente. Con le bandiere. Che urla slogan. O che semplicemente passeggia, placida, sotto un sole che hai tutta l’impressione che sia la fine di marzo invece che il 22 di gennaio. L’essenza di tutto è qui, e tanto basterebbe. Tranquilli, rilassati, sereni, e pure io, per una volta non nervoso e incazzato come una iena dal fatto di aver dovuto abbandonare il caldo e accogliente giaciglio del dormiveglia della domenica mattina per catapultarmi a Piazza Cairoli. Insieme ad altri ventimila, a sostenere le ragioni di una comunità (e di una regione, e di una nazione,, e di un’idea più grande) contro la miopia di chi non ha mai capito, non vuole capire, si ostina a non capire, fa finta di non capire, perché è ignorante o perché è interessato, ché lo sappiamo tutti che la moneta notoriamente non emette cattivo odore. Un serpentone colorato che da queste parti è una cosa assurda, mai vista, mai sperimentata prima, tanto assurda che c’è chi non capisce, glielo spieghi e continua a non capire, non capisce come e perché si possa dire NO a quella valanga di denari. E’ un patto col diavolo, gli spieghi. Ah. E poi Boh? Vabbè, pazienza, faremo senza di voi. D’altra parte vi hanno fatto crescere raccontandovele per trent’anni, ‘ste cazzate sullo sviluppo e sulla Sicilia un po’ più Italia, come si ostina a dire il Presidente del Consiglio (e mi piacerebbe a questo punto sapere anche in che percentuale ‘sto cazzo di ponte aumenterebbe il mio tasso di italianità). Tiriamo avanti lo stesso, nel mezzo del corteo colorato.
E multilingue.
Parli in puro dialetto messinese, con le vocali apertissime e le D triplicate e ti rispondono in lingua ultrapadana, con la esse biascicata e le dieresi sulle vocali. “Ponte? Sta Minchia!”, diciamo. “Sarà Düra!”, rispondono, loro che vengono dal profondo nord e un po’ si stupiscono della giornata primaverile (e noi che alziamo le spalle e ci scherniamo tipo “vabbè, vi aspettavate davvero qualcosa di diverso?”). Loro che cercano di trivellargli le montagne ai piedi delle quali vivono da sempre.
Che poi si parla della stessa cosa.
Di minchia dura.
 Dura e ben tesa, lunga ventimila persone, dritta dritta in culo a chi ancora è convinto che si farà. Che ne è talmente convinto da dover arrivare al triste e estremamente pezzalculista stratagemma di strapparmi il discretissimo adesivo No Al Ponte dal margine sinistro del lunotto della macchina. Tutto a posto. Me ne fotto e ti rispondo per bocca di ventimila. In mezzo ai quali trovi gente che mai e poi mai si sognerebbe di scendere in pizza per manifestare alcunché, ma togligli lo Stretto e diventano belve. E manifestano. Anche solo per esserci, ché per esserci non ti servono bandiere di partito. Ti serve solo di guardarli, quei quattro chilometri di terra. E capisci tutto, capisci perché è indispensabile scendere in piazza e aggregarti e dire No, Mai.
Così pensavamo tutti.
Tutti tranne una manica di stronzi con le A cerchiate e tutta la trita iconografia e chincaglieria che al simbolo si accompagna che, alla fine di una sfilata di sorrisi pacifica come una giornata di cazzeggio, decidono di manifestare la loro coglionaggine impedendo ad un consigliere comunale di Alleanza Nazionale di accedere a Piazza Municipio alla fine del corteo. “Tu qui non devi entrare”, hanno detto a lui ed ai suoi ragazzi del circolo Quo Usque Tandem. Tu non puoi entrare. E chi cazzo sei tu per arrogarti il diritto di dire a qualcuno che fare e come farlo? Che ti fa dire quel cervello bruciato che si nutre a slogan che farebbero ridere chiunque sia dotato anche solo di mezzo cervello funzionante? Che ne sai tu dell’incredibile culo che l’uomo a cui tu dici di non poter entrare nella piazza della sua cità si è fatto in questi anni per poter  permettere anche a te di sfilare per una causa, invece che bruciarti il cervello con canne e birra e portare i cani punkabbestia a spasso tutto il giorno? Non ne sai giustamente un cazzo, e come tutti quelli che non ne sanno un cazzo ti è sembrato giusto prenderlo a bottigliate e a calci, tu e i tuoi amici dal cervello ridotto allo stato gassoso.
E insomma, ‘sta cosa mi ha fatto girare i coglioni a turbina, tanto più che la giornata era iniziata che meglio non poteva. No global, anarchici, punkabbestia, non so chi cazzo voi siate ma evitate di rompere i coglioni. Già di stronzi che tramano alle spalle ne abbiamo a bizzeffe, non vi ci mettete anche voi.
Quel No Al Ponte lasciatelo gridare a chi queste cose le sente, grazie.
 
Garantisce Mister TheGoblin | gennaio 23, 2006 14:45 | commenti (12)


giovedì, 05 gennaio 2006
 
Era il 1982 quando Jordan decise che non era più il caso.
Le pilloline lo facevano correre veloce, le pilloline lo facevano rallentare.
Dammene una rossa. Ed una sorsata di rhum. Grazie.
Jordan aveva una Fender Mustang rossa che aveva visto tempi migliori. E corde più nuove. E palchi più ampi. E nonostante tutto sembrava felice tra le braccia ossute e ferite di Jordan. Era il 1982 quando Jordan decise che era arrivata l’ora di togliere il disturbo.
Io me lo ricordo, Jordan. Magro che sembrava trasparente, pallido che sembrava morto, la Fender Mustang rossa nella custodia rattoppata con gli adesivi, il parka militare. Suonava il suo blues, che blues non era. Ma era il suo. Lo suonava per gente che non voleva ascoltarlo. Non aveva la minima voglia di ascoltare una musica triste. Non avevano voglia di aprire la porticina nera in fondo al corridoio buio. Perché sapevano che dietro quella porticina dipinta di nero c’era la verità che si ostinavano ad ignorare. La verità che ti rimbomba nelle orecchie, e che zittisci alzando il volume e girandoti dall’altro lato. Questa faceva Jordan, per campare. Suonava il suo blues. Io me lo ricordo, seduto sullo sgabello, a battere il piede sulle assi di legno del palco, il piccolo amplificatore ricoperto di morbido tweed che strillava. E la Fender Mustang rossa, e lui chinato su di lei con i capelli davanti agli occhi, stretto nelle spalle piccole che con il parka addosso potevano quasi passare per normali. Le dita che tiravano le corde e lui che mugugnava nel microfono. E le cameriere che gli passavano davanti infastidite. Nervose di fronte a quello spaventapasseri. Io lo ascoltavo, sempre. Appoggiato ad una colonna, lontano. Ero piccolo.
Mi faceva paura e mi affascinava.
Nessuno lo vide mai senza gli occhiali da sole. Dovunque, con qualsiasi luce. Li indossava sempre. Io credo lo facesse per pietà. Perché non fosse permesso a nessuno di guardare in quei pozzi neri come il peccato. I glieli vidi, gli occhi, e non lo scorderò mai. Sembrava fossero l’unica cosa che funzionava in quel corpo, come se ne avessero risucchiato tutta l’energia, e ardevano di un fuoco color catrame. Erano senza fondo. Ci leggevi la storia dell’uomo, in quegli occhi. E non è una cosa che usualmente si desidera fare. E Jordan portava gli occhiali da sole perché nessuno potesse vedervi riflessi i propri peccati. Jordan e le sue dita artritiche e sanguinanti su quelle corde arrugginite. La voce arrochita. Le braccia perforate di Jordan, quelle poche volte che si separava dal suo parka verde militare. La maglietta di Blind Lemon Jefferson.
“If You Wanna Know How To Play The Blues Then Get Yourself A Woman”, c’era scritto sul retro della Fender Mustang rossa.
Inciso con un pezzo di vetro, scarifinando la vernice fino ad incidere il legno. Guardi le braccia di Jordan e pensi che ci sia voluta almeno una notte intera. Una notte intera di luce bassa, di una bottiglia spaccata, di vetro che insanguina le dita, di testa china, di capelli davanti agli occhi, di pensieri e di ripensamenti, di musica del diavolo, antica come l’uomo, vera come una ferita, dolorosa come un amore impossibile. Jordan in frantumi. If you wanna know how to play the blues then get yourself a woman. “Voglio andare”, mi ha detto un giorno, guardando da qualche altra parte, gli occhiali da sole ed i capelli a coprirgli il viso. Ho sorriso. E l’ho visto salire sul palco, prendere la Fender Mustang dalla custodia, abbracciarla come un amante devoto, attaccare il jack al piccolo amplificatore, prendere posto sullo sgabello e battere il piede per tenere il tempo.
Se vuoi imparare a suonare il blues procurati una donna.
 “Ciao”, mi salutò. Solo ciao. E poi, solo poi aggiunse ”Voglio che la tenga tu”. E mi diede la sua Fender Mustang Rossa con la frase incisa dietro. Poi sparì, come inghiottito dalla terra. Nessuno lo vide mai più. Non l’ho mai suonata. È ancora chiusa nella sua custodia sbrindellata, la Fender Mustang, uguale al giorno che me la diede. Non voglio suonarla. Non voglio conoscere la verità che ha consumato lentamente Jordan. Nessuno lo vorrebbe. E nessuno lo vide mai più.
 
Garantisce Mister TheGoblin | gennaio 05, 2006 20:35 | commenti (13)



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