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venerdì, 30 giugno 2006
(Cyclone, The Lords Of Altamont) Ci vorrebbe qualcuno che raccontasse cosa succede quando la festa finisce e l'ultimo spegne le luci e si chiude la porta alle spalle: Quello che succede quando il pavimento è un troiaio di sudore, alcool e vomito, quando i muri sono grigi di fumo di sigaretta, quando i cocci di vetro sui quali tutti hanno camminato per tutta la notte non tagliano più, quando la musica ancora riverbera nell'aria, per chi la sa sentire.
(Pismo Beach, Psychotic Turnbuckles)Ci vorrebbe, oggi che c'é quel caldo che anche il solo pensiero di muoversi risulta difficoltoso e appiccicaticcio, qualcuno che raccontasse come non ci possa essere niente di più bello che sciropparsi in faccia la brezza marina subito dopo il tramonto, a sessant'allora, quando i Wayfarer combattono con l'imbrunire e tramano contro la tua sicurezza alla guida ma ti fanno schermo dagli insetti volanti, fottute creature che vengono fuori quando va via il sole.
(Bang Bang, You're Dead, Dirty Pretty Things) Ci vorrebbe qualcuno in grado di farmi sentire in bocca il gusto di quel white russian assaporato lentamente sulla spiaggia, con i piedi in acqua e la Calabria davanti che si gode gli ultimi raggi di quel sole che si tuffa tra quelle sette isole, che sembra voglia divorarle e invece la mattina dopo sono sempre lì, da millenni, e penso questa cosa e mi vengono considerazioni profondissime che tengo per me, e sorrido e sono felice, e sollevo impercettibilmente il sopracciglio, e chi di dovere capisce e si compiace.
(Ballad Of A Thin Man, Bob Dylan) Chè la nostalgia che ti prende la gola in maniera subdola ed immotivata arriva sempre così, senza bussare, sfondando la porta a calci e piazzandosi sul divano con i piedi sul tavolino da the. Senza chiedere permesso. Arriva e se ne va, e permesso non lo domanda mai. E nemmeno scusa. Arriva. E se ne va. E tu la guardi. E consideri, a voce bassa. E più che aspettare e sperare che non ti pisci in faccia non puoi fare. La nostalgia.
(City Slang, The Hellacopters) Quel rivolo di sudore tremendamente sensuale che sa di canicola e di afrori estivi, in quelle ore così calde che non sembra possibile che possano finire prima che tu ne muoia, quel rivolo lungo il collo, il collo imperlato ed i capelli svolazzanti, di qua e di là, a sopperire all'assoluta mancanza di vento. A cercare un minimo di refrigerio. Quel rivolo. Quello lì. Proprio quello.
(I'm Not Like Everybody Else, The Kinks) Quello che sa di promesse mai mantenute. Di giuramenti di sangue, e di lotte di potere e di conquista. E poi viene la sera, in tutti i sensi. Inforcare Alice, abbassare la visiera e dire...Niente. Non dire niente. Solo un cenno del capo. E poi via. Come la proverbiale ombra nella notte. Il ghepardo. Che morde la strada. Con il cuore piano di napalm.
(Search And Destroy, Iggy and The Stooges) Guardarsi dentro, domandarsi di cosa é pieno il cuore e concludere che si, sostanzialmente é pieno di napalm. E nient'altro. Che tutto il resto si é perso per strada. O lo si é svenduto. Chè il tempo dei regali é finito, e quando finisce resta il napalm. E una sera d'estate.
(Stay Free, The Clash) E poi il silenzio.
lunedì, 26 giugno 2006
(ahem...)
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(trad. " Careful with that axe, Eugene")
(Si, c'è caldo)
mercoledì, 14 giugno 2006

Neapolis,
XV
VII
MMVI
domenica, 04 giugno 2006

(Avevo intenzione, come sempre da queste parti in occasione del 23 maggio, di scrivere qualcosa di serio e significativo, qualcosa che facesse presente che da ‘sta parti la memoria è lunga e la tensione forte, che la guardia è alta e che i coglioni sono sempre vorticosamente girati. Poi ho deciso di aspettare il 28, speranzoso. Che se fosse riuscito sarebbe stato un colpo gobbo della Madonna. Invece, chiaramente, cazzi. E quindi niente post commemorativo, solo la foto, che mi sembra che sia già abbastanza emblematica. Perchè oggi mettere una foto di quei due tizi è una precisa scelta di campo. Non ci sono vie di mezzo, o sei con loro o sei contro di loro. E basta. Poche cazzate. Mi sa che le novità di lunedì 29, di pomeriggio tardi, ancora fatico a metabolizzarle. Non so come spiegarle, mi viene da giustificarmi, io che tecnicamente di colpe non ne avrei. Una giustificazione apologetica globale, diciamo. Scusarmi io a nome di una comunità. Scusateci, è che proprio ci piace prenderla nel culo. Siamo fatti così, prendetevela con il creatore che ci ha messi al mondo alla cazzo di cane. Non saprei come altro spiegarla, ‘sta cosa. Che quei due che vedete confabulare lì sopra per me ancora un senso ce l’hanno, non so se mi spiego. Un significato che non è compatibile con quello che è successo.)
Vi racconto una storia. Anzi, ve ne racconto due. Simili. Talmente simili da far spavento.
Quando Giuseppe Fava fu ucciso, il primo movente non fu quello mafioso, nonostante il giornalista fosse da decenni impegnato in prima linea contro Cosa Nostra, prima ne Il Giornale del Sud e poi nella sua creatura, I Siciliani. Che potesse essere stato freddato da killer mafiosi in una fredda e piovosa sera del 5 gennaio 1984, è un’idea che balza subito in mente ai suoi familiari ed ai suoi cronisti. Per tutti gli altri i motivi erano lontani dalle piste che portavano a Cosa Nostra. Debiti, gioco, donne. Tutto, tranne la mafia. La stessa cosa accadde in maniera grossomodo simile a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, poco meno di dieci anni dopo. E’ l’8 gennaio del 1993, e Beppe Alfano muore sotto il fuoco mafioso. A cadavere ancora caldo, visto che le sue inchieste scottanti evidentemente non erano ritenute così scottanti da farlo ammazzare, si è giustamente pensato che le pallottole nel suo cranio fossero attribuibili ad un marito cornuto, o ad uno strozzino al quale le sorti dei suoi prestiti ad usura evidentemente non interessavano granchè, o, ancora, ad un compagno di poker particolarmente suscettibile. E' così che vanno le cose.
Fine delle storie.
Questa invece è la morale.
C’è gente per la quale la mafia non spara, non fa danno. Anzi, proprio, non esiste. E’ un’invenzione dei giornali. Che se ogni tanto qualcuno che ne ha scritto muore la colpa è sempre di donne, soldi, carte da gioco.
Fine della morale.
(Quei due che nella foto lì sopra confabulano loschi, queste cose le sapevano. Si chiama gioco al massacro. Consiste pressappoco nel gettare un barile di merda su una persona morta andando a sparare una marea di cazzate sul suo conto per sviare i sospetti. E’ una cosa talmente banale che se la vedessi in un film ti alzeresti indignato e lasceresti la sala che ancora non è nemmeno finito il primo tempo. Quei due lì sopra, quei due che una certa onorata società ha ridotto in condizioni tali che il resto più grande lo si poteva tenere in un cucchiaino, evidentemente, avevano torto. Una specie di accanimento terapeutico, il loro, credere che questo popolo sia redimibile. No, non è redimibile. E’ un popolo che ci gode a mettersi il giogo sul collo e un bastone nel culo. Ed è bravo a giustificarli, questi atti. A farteli apparire perfettamente coerenti, consequenziali, inevitabili. Tanto che un po’ tu che ci credi che le cose possono sempre migliorare un po’ ti inizi a domandare se è poi davvero così. E’ la tattica degli struzzi. Si ficca la testa sotto la sabbia e via. Il problema è che ficcando la testa sotto la sabbia si lascia sempre il culo scoperto e bene in vista. Che arrivare da dietro e far fare un po’ d’esercizio alla muscolatura dorsale è un attimo. Testa sotto la sabbia e culo a ponte. E’ fatale. E moriremo nella speranza che venga un dio e le cose le sistemi lui.)
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