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lunedì, 31 luglio 2006
...be Bop.
(a lula)

Niente, così, tanto per scrivere qualcosa.
venerdì, 21 luglio 2006
Napoli, 15 luglio 2006

Appena dai Marshall e dalla Reverend arancione con i p90 parte quel Mi mediamente overdriverizzato, appena il fratello risponde con quella combinazione rullante-cassa-tom, appena quel mormorio al microfono “Now Look Out” si diffonde, appena dal basso esce fuori quel mi alla seconda ottava che si fa strada tra le urla di ennemila persone, appena Napoli del 2006 diventa all'improvviso Detroit del 1970, appena subisco l'attacco combinato delle transenne sul costato e di un centinaio di gomiti e ginocchi nella schiena, appena salto più in alto di Sotomayor sgretolandomi le tonsille gridando “I'm Loose”e cercando di sopravvivere all'uragano di corpi che attenta alla mia vita, appena divento un demonio che ulula “I'll Stick It Deep Inside, I'll Stick It Deep Inside, 'cause I'm Loose” piantando gomitate sulle gengive a chiunque abbia avuto l'ardire di starmi accanto, minchia, succedono tutte 'ste cose una dietro l'altra e all'improvviso mi torna in mente perchè ho dato eterna devozione agli Stooges.
Perchè dicono in quattro minuti di parole gridate e note scardinanti quello che io ho in mente da quando sono nato. Tutti i miei pensieri, le mie nevrosi, i miei sentimenti, le psicosi, i cazzi inenarrabili, le violenze fisiche e psichiche, i battiti di cuore e le erezioni di uccello, le bastonate prese e date, le celebrazioni e le unghie rosicchiate al buio, gli occhi fuori dalle orbite e le nottate che non si scordano. Tutto. Hanno già detto tutto loro, a botte di quattro minuti a volta.
Avere gli Stooges davanti a Napoli non è un concerto.
E' un'introspezione lunga trentatre anni.
E' il senso di minaccia costante, che da quella specie di organismo di sintesi non interamente umano di un metro e sessanta per una cinquantina scarsa di kg d'ossa, muscoli e nervi che si fa chiamare Iggy Pop, non sai mai cosa aspettarti. E quel luccichio assassino negli occhi è un avvertimento chiaro.
E' quella sensazione di cazzo in impennata costante che pulsa ad ogni rasoiata nella carne viva che erutta dai due Marshall alle spalle di un figuro cattivo e sulfureo che dietro gli occhiali a goccia marroni prende un accordo, ci gioca, lo scarnifica, gli ficca due dita in culo e poi gli dà fuoco, vaporizzandolo e gettandolo addosso alla massa inerme senza sforzo apparente. Si chiama Ron Asheton, l'uomo alle cui gesta io m'ispiro. Uno che se ne fotte, basilarmente. E mentre se ne fotte distribuisce stilettate nel pancreas. E noi là sotto a gioirne. Quando sfigura il Rock'n'Roll a colpi di 1969, No Fun, Real Cool Time, TV Eye, I Wanna Be Your Dog, Down On The Street, quando infierisce su tutta una serie di cadaveri galleggianti che fanno finta di suonare il Rock'n'Roll, mentre lui lo suona davvero, lo smembra e lo ricostruisce come un frankenstein, quando guarda verso Mike Watt inginocchiato adorante di fronte a lui, lo guarda per un secondo e poi torna a polverizzare pianeti a colpi di la con le corde a vuoto.
E' quella sensazione di riorganizzazione delle strutture cromosomiche ad ogni colpo di rullante da parte di un tizio che è fratello del chitarrista, si chiama Scott Asheton e che tutti conoscono come Rock Action, che uno che lo definiscono così è già tutto un programma, che sembra Efesto che spara colpi di maglio sull'incudine, con le bacchette girate dal lato grosso e quel rimbombo di cassa che ti fa uscire gli occhi fuori dalle orbite, deviandoti le pulsazioni, creando onde di pressione che contrastano con la gravità e creano scompensi a tutti gli apparati interni non fermamente ancorati ad almeno due lati delle viscere.
E' quell'impressione di un tipo abbastanza normale, Mike Watt, un bassista anche abbastanza posato che d'un tratto si vede catapultato in una fantasia di quelle che fino all'ultimo non si capisce se sia sogno o incubo, ma che è deciso a cavalcarla fino in fondo, e lancia in resta si fionda nella battaglia al grido “Savoiaaaa”, accanendosi su quel basso Gibson Sg che come non soccomba ai colpi a mano piena e polso snodato ancora non è che si sia capito benissimo.
E' lo stato di costante eccitazione che accompagna tutta la celebrazione, che ti porta a compiere atti e gesti ai quali normalmente non penseresti neppure (o forse si, che certi atti e certi gesti sono il tuo pane quotidiano), mentre si sta consumando una cosa che ha più a che fare con un sabba che con un concerto rock canonico. Che tra l'altro una centinaio di metri più in là c'è Santana che sta facendo il soundcheck, e fortuna che per adesso è in pieno trip mistico perché altrimenti bestemmierebbe tutte le divinità conosciute all'uomo per i suoni che quando fuori si stanno scatenando gli elementi non è che ti vengano fuori in maniera proprio ottimale (e infatti, per levarsi dai guai, per la prima metà del concerto di Santana si è sentita solo la chitarra, ad un volume almeno doppio rispetto agli altri novecento strumenti presenti sul palco).
A voler fare il fico potrei spararmi qualche termine tipo sinestesia o deragliamento dei sensi, ma la verità è che ad un certo punto le parole smettono di avere significato, e l'immagine migliore che si possa rendere è un urlo agghiacciante da farti sanguinare la gola, a zanne sguainate, lingua penzoloni, occhi iniettati di sangue, istigazione a delinquere e quella voglia, quella voglia che non si ha mai tempo di saziare che preme, preme qui sopra e preme pure qui sotto. Soprattutto sotto.
Quando parte la breve rullata e quel tempo metronomico che introduce il giro di basso ipnotico di Dirt (che, incidentalmente, è la cosa più bella che sia mai stata suonata congiuntamente ed in solitaria da basso e batteria), chiunque almeno una volta nella vita si sia sentito davvero sporco non può fare a meno di sentirla dentro, quella canzone. “Mi sento sporco. E non me ne fotte un cazzo”: Fa male, dentro, proprio lì, in fondo, dove brucia. E quando finalmente arriva 1970 il mondo non è più lo stesso e cessa di essere governato dalle leggi della fisica.
E penso, mentre cerco di salvare altre vite oltre la mia dalla guerra che ho alle spalle. “Mettimi addosso quella sottile inquietudine che diventa nevrosi, quella sensazione opprimente di nodo in gola che sfocia nelle psicosi. E poi sbattimela in faccia, gridando un I Feel Alright che suona falso, falsissimo, che si vede a mille anni luce di distanza che non stai bene nemmeno per il cazzo”: Questo è quello che penso, e lo tengo per me.
Quando alla compagnia si unisce Steve McKay, e soffia l'anima dentro quel deragliante sax tenore, e sgrana gli occhi quando Iggy gli viene accanto e gli abbaia quel “Bloowwwwwwww” a pieni polmoni che è un'esortazione, un imperativo, un comando, una minaccia. E lui soffia, soffia e 1970 vola altissima, e diventa Funhouse che sfocia il una terrificante L.A. Blues dove avviene la trasfigurazione, la catarsi e la resa dei conti finale che si chiama Double Dog, alla fine di tutto, con Iggy che grida e rantola, posseduto, con Mike Watt che scopa gli amplificatori, con i fratelli che sbriciolano quello che rimane della dignità di un genere, il Rock'n'Roll, che dopo gli Stooges non avrà mai più niente da dire. Mai.
E questo è quanto.
mercoledì, 19 luglio 2006
"Hanno ammazzato Paolo. Ma Paolo è Vivo"
Mi perdonerete la citazione, che riconosco non appartenere alle mie corde, ma in certe occasioni un po' di sana retorica non é nè sgradita né inopportuna.
Quattordici anni fa quello che restava delle spoglie mortali di Agostino Catalano, Walter Cusina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Paolo Borsellino lo si poteva tranquillamente raccogliere e conservare in una busta di plastica, che la mafia quando decide di muoversi non lascia niente al caso e sconti non ne fa a nessuno. E che a scatenare una piccola Beirut nel cuore di Palermo non ci pensa nemmeno un secondo. Con cento kg di trinitrotoluene. Il tnt, tanto per intenderci, fatto esplodere alle 16.55 per porre fine ad un enorme dito nel culo che a certi personaggi, mafiosi, non mafiosi, presunti mafiosi e mafiosi prescritti, stava probabilmente dando più fastidio del consentito. E gli è andata bene che fossero solo cento: Per Giovanni Falcone, poco meno di due mesi prima, gliene hanno piazzati cinquecento sotto l'autostrada. No, tanto perchè si sappia che piazzare l'equivalente di una mezza dozzina di missili terra aria a corta gittata è cosa non difficilissima da fare. Poi dice il controllo del territorio.
La storia di Paolo Borsellino credo sia nota più o meno a tutti, ed è riassumibile in due parole, rigore e pudore. Il resto sono chiacchiere. Chiacchiere di chi lo tira in ballo a sproposito e poi si indigna se la sorella, che ha il suo stesso sangue e porta lo stesso cognome ma non lo fa pesare nè lo sbandiera ai quattro venti, decide che il troppo é decisamente troppo e si presenta alle regionali. E perde.
Indipendentemente da come la si possa pensare politicamente, e Paolo Borsellino non era uno che avesse problemi a confessare di essere uomo di destra, la sua battaglia oggi non la stanno combattendo più. Anche se ci faranno sopra le fiaccolate, e verseranno qualche lacrima, e uno speciale in seconda serata sulla Rai non se lo lasceranno sfuggire. Tutte buone intenzioni. Ottimi sanpietrini per la strada dell'inferno.
Chissà, forse di tritolo ce ne vorrebbe ancora un po', tanto per dare una scossa. ma credo che lo spettacolo di stracciamento di vesti e distinguo e benaltrismo e non sparate nel mucchio e io lo conoscevo prima di te e meglio di te, non riuscirei a reggerlo senza vomitare almeno un po'.
Se il mondo fosse un posto migliore, la tua storia l'avrebbe raccontata Raymond Chandler, e sarebbe finita in altra maniera. Magari morivi lo stesso, ma niente sarebbe stato più come prima. Ma Chandler non c'é più, e tu neppure, e tutto il triste epilogo di tutta la vicenda sembra non interessare più a nessuno. Non a parole, chiaro. A parole tu e Giovanni Falcone siete la pietra angolare. Di non si è ben capito cosa. Ma queste sono sottigliezze. L'importante è sfilare con lo sguardo basso e costernato. La fascia tricolore é opzionale. Il completo grigio ministeriale no. Quello é d'obbligo.
Ciao Paolo, e perdonami. Credo proprio che tra tutti i coccodrilli che scriveranno oggi, questo decisamente non sarà il migliore. Mi consola il fatto che almeno é sincero. Mi dispiace.

lunedì, 17 luglio 2006
martedì, 11 luglio 2006
Il tempo, che generalmente è galantuomo, nei confronti del Cappellaio Matto é stato infame.
Una merda.
L'ha reso calvo, grasso,cieco e diabetico: Lui che preferisco ricordarlo coi capelli arruffati, affilato come uno stiletto, con lo sguardo spiritato e con nel sangue un eccesso di acido, più che di zuccheri, intento a molestare quella Telecaster bianca col battipenna a specchio e cantare di gnomi, di gatti che si chiamano Lucifer Sam e di persone che si chiamano Arnold Layne, di overdrive interstellari e di dominii astonomici, di imperativi tipo settare i controlli per giungere al centro del sole o "che sia la luce", di prendere lo stetoscopio ed alzare i tacchi, i uomini vegetali, di pupe limonata, di matildi madri.
E' così che va la vita. Prima calci in culo e poi la tomba.
E chissà che non gli sia piaciuto abbandonare per l'ultima volta la gravità che teneva legato il suo corpo ad una terra che non era sua, non era mai stata sua, e veleggiare verso l'ignoto.
Quell'ignoto che nessuno meglio di lui aveva saputo raccontare
Ciao per sempre, e non scordarti di risplendere, diamante pazzo.

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