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martedì, 30 gennaio 2007
Strapazzarla.
Colpirla, e sanguinarci sopra, se é il caso.
E digrignare i denti.
E' così che si ama.
Guardarla sprezzante, la chitarra, e non darle nemmeno un attimo di respiro. A lei e alle tue dita che ormai al posto dei polpastrelli ci sono i calli, minchia.
Tu che ti sei sempre vantato del fatto di possedere un tatto sovrannaturale.
E adesso cazzi.
Il tatto sacrificato sull’altare degli accordi in minore.
Suonare é un atto d'amore.
sabato, 27 gennaio 2007
giovedì, 25 gennaio 2007
Avevano ragione i Germs. Quello che facciamo é segreto.
Non ci viene riconosciuto. Avremo gloria postuma, quando non ci sarà nemmeno consentito di bestemmiare alla sorte avversa. E' il destino dei genii. Lo immagino, Van Gogh, col cazzo che gli gira a mulinello, morto senza uno pfennig in tasca con la bile che gli cola tra i denti a vedere le sue puttanate vendute a fantastiliardi di dollari. Lo immagino là sopra, impossibilitato a bestemmiare, a pisciare sulla testa dei collezionisti quando li vede senza ombrello.
Ci prendono a schiaffi , continuano a farlo, e noi non diamo sazio. Ridiamo, con la bocca piena di sangue, sputando per terra attraverso il ghigno irridente. Sprezzanti. Portiamo con dignità le cinque dita rosse sulla faccia.
Siamo gli ospiti sgraditi. Non ci hanno invitati. Ci sbatteranno la porta in faccia mentre abbiamo i fiori in una mano e una sorpresa nell’altra mano, quella dietro la schiena. Non c’è problema. I doni li poseremo sull’uscio, metteremo le mani in tasca, scrolleremo le spalle, tireremo sù i colletti del giubbotto, inforcheremo gli occhiali da sole, un paio di bestemmie poi spariremo nella notte, in punta di piedi come siamo arrivati.
E ci spegneremo piano piano. Pazienza. Ce ne faremo una ragione. Solo alle supernovae è consentito di togliersi dalle palle con un’esplosione.
Avevano ragione i Germs. Quello che facciamo é segreto.
Standing in the line we're abberations/ Defects in a defect's mirror
And we've been here all the time, real fixations/ Hidden deep in the furor
What we do is secret.
Secret
We're influential guys for the d.c.c/ We can lie so perfect
And we've got a party line to every call/ It's a very short circuit
What we do is secret.
Secret.
Licensed to drill with the torch in our lives/ Walking on shallow water
Progressed to the point of no distinction/ Dementia of a higher order
What we do is secret.
Secret.
martedì, 23 gennaio 2007
D-day: "...abbiamo perso, Bluto. E' finita"
Bluto Blutarski: "Cosa? COSA? E' finita cosa? Non é finito niente se non l'abbiamo deciso noi! E' forse finita quando i tedeschi hanno bombardato Pearl Harbour? Col Cazzo che é finita........"
Otter: "I tedeschi?"
Boone: "Lascialo perdere, é partito..."
Bluto Blutarski: "........e non é finita adesso. Perchè quando il gioco si fa duro...
........
...................
................................
.............................................i duri cominciano a giocare. Chi é con me? Chi viene con me? Andiamo. EEEEEEEEHHHHHHHHH...."
(Esce correndo, tutto carico. Da solo. Nessuno si muove. Poi rientra, deluso e sconsolato)
Bluto Blutarski: "Che fine hanno fatto i Delta che conoscevo? Dov'é andato a finire lo spirito? Il coraggio? Eh? Questa potrebbe essere la notte più grande della nostra vita, ma voi la state facendo diventare la più strooooonza. (falsetto) Ohhh Bluto, siamo così impauriti di seguirti...potremmo metterci nei guai..Beh, sapete che vi dico? Prendetevela nel culo, ora e per sempre! Io No! Col cazzo che l'accetto. Wormon é un uomo morto. Marmalade...morto. Neidermeyer......"
Otter: "Morto!"
.........
venerdì, 19 gennaio 2007
Aspettare. La chiave di tutto é aspettare.
Aspettare che il medievale Mac si avvii.
Aspettare che riconosca il paleozoico floppy.
Aspettare che si apra lentamente la pagina di QuarkXPress.
Aspettare che il foglio bianco si riempia di parole, raccontando la vita e le malefatte di qualcuno.
Aspettare che quelle parole assumano un senso. Uno qualsiasi. Compiuto, possibilmente. E senza errori. Che in confronto ai cazzi dritti verso il tuo culo, gli SS20 d'oltrecortina di ferro puntati verso l'Europa in piena guerra fredda erano davvero ben poca cosa.
Aspettare che passi l'eterna sindrome premestruale di una donna che ha scordato cosa voglia dire essere donna, che ha circondato il cuore di filo spinato e guai chi s'avvicina, che esercita il comando quando non dovrebbe e che invece quando sarebbe il caso non comanda mai. Che lascia andare alla deriva una nave che invece navigherebbe con migliori rotte e maggior tranquillità se non ci fosse lei, capitano svogliato ed incapace. Soprattutto incapace.
Aspettare che il Capo vicino di scrivania faccia quel cenno che tu conosci. Due dita piegate ed unite a formare un cerchio, indice e pollice. Della mano destra. Le altre tre dritte. La mano accostata alla bocca, e fatta roteare sul'asse del polso, due, tre volte.
Aspettare che la Regina della nera si stacchi dal suo computer.
Aspettare di essere sulle scale per lasciarsi andare a quella bestemmia liberatoria, corale, taumaturgica.
Aspettare di chiacchierare di cose da lavoro trasformate in amenità, cuttigghi, maldicenze, rivelazioni ed abbagli.
Aspettare di capirci qualcosa, che lo stordimento appartiene ormai al tuo tratto distintivo di personalità.
Aspettare che il barista ti metta davanti il bicchiere d'acqua ed il tredicesimo caffè della giornata.
Aspettare che i passi, sempre lenti e pesanti quando si tratta di tornare "dentro", si facciano lesti e spediti.
Aspettare che accada, ma non accade mai. Restano lenti.
Aspettare che si faccia una certa, che si spengano brutalmente Pc e Mac, che si tiri un resoconto della giornata. Il che non accade mai. Fortuna che c'è un angelo che ti aspetta, fuori.
Aspettare che ci si metta di buzzo buono, passi lunghi e vben distesi, su quel marciapiede nella carreggiata deserta di un bel viale alberato a due corsie, mentre l'altra carreggiata è intasata di gente inscatolata, imbottigliata, clacsonante, bestemmiante e cellulareggiante che va nella tua stessa direzione. E tu li ignori, a dieci, quindici metri di distanza. E te li ritrovi sempre davanti, tu con i tuoi passi lunghi e ben distesi e loro con i frizione-prima-acceleratore-frizione-freno-folle-semaforo-prima-acceleratore-freno-bestemmia-frizione-freno-clacsonata-cellulare-prima e via dicendo.
Aspettare che il lettore mp3 decida che si, é il momento adatto per i Social Distortion. O per i Jesus and Mary Chain. O per Johnny Cash. O per i Backyard Babies. O per i Misfits. Ed i quaranta minuti passano in un lampo.
Aspettare di mettere piede a casa, accaldati, pensierosi, seguendo il filo del film che ci si é sceneggiati e diretti nella propria testa durante il cammino.
Film che non si conclude mai, che lascia aperta la porticina scorrevole, che domani é un altro giorno e si ricomincia, e lo sfondo cambierà ed i protagonisti minori pure.
E pure la musica. E lo sviluppo. Ed il soggetto, e le luci, e la fotografia.
E' il film che non cambia.
Quello no, non finisce mai.
mercoledì, 17 gennaio 2007

Questo é quello che resta di una nave: Un Monocarena stabile, lo chiamano quelli che se ne intendono. Lì dentro ci sono ancora quattro corpi. Quando li tirano fuori sono già le cinque di mattina. Una nottata di lavoro, alla luce giallognola dei gruppi elettrogeni dei pompieri, col ronzare sornione dei diesel, con gli ordini urlati, le bestemmie, i pianti dei parenti e la frustrazione. Sono le quattro e mezza. I vigili del fuoco, la polizia, qualche carabiniere. Ed i cronisti.
Sulle banchine del molo Colapesce c'é un vento che taglia la faccia. Le quattro e mezza di notte, e quattro corpi devastati, disarticolati, tirati fuori a forza scoperchiando i pannelli di alluminio accartocciati, con le gru, coperti per rispetto e per il pudore di non offrire un ulteriore spettacolo macabro.
Messina si addormenta così, lunedi notte. Prima l'incredulità, poi il terrore, alla fine lo stranimento. E la sensazione di essere stata tradita.
Tradita da quello Stretto che si trova di fronte, da quel panorama che sa di paradiso ma che, per quattro, cinque interminabili ore, era un inferno. Un inferno di lamiere contorte, di sangue e di sirene d'ambulanza. Messina tradita da un lembo di mare che guarda ogni giorno, che considera l'uscio di casa.
E sull'uscio di casa non si muore.
Non si può morire sull'uscio di casa.
venerdì, 12 gennaio 2007

Qui, in estrema sintesi, i fatti.
Il Capo si é prodotto in questa meraviglia di immagine. Che per voi probabilmente non vorrà dire granchè, ma per chi come me e altre duecentosessantamila persone é cresciuto a birra Messina e focaccia, più che un'iniziativa lodevole é un obbligo morale, un imperativo categorico, un ordine perentorio e fascista.
Che quando una volta, a Nijmegen, l'ho vista sul bancone di un pub, volevo piangere dalla felicità. E quando il gestore del pub si é congratulato con me, messinese, perchè quella birra gli avventori se la sucavano tipo acqua fresca, mi sono trattenuto a stento dallo sbottonarmi i Levi's blu inchiostro e dal masturbarmi celebrativamente in pubblico.
La produrranno ancora, ma altrove. Non mi interessa dove. Altrove. Come già facevano da tempo. Qui ormai la imbottigliavano soltanto. Delocalizzazione dei miei coglioni. E quindi io boicotto. Che, letteralmente, non avrei un cazzo da boicottare, che quella pisciazza in bottiglia verde mi fa schifo al cazzo e l'unica volta che credo di averla assaggiata sarà coinciso con il mio felice ingresso nel variegato mondo della blasfemia. Solo Messina. Da trentatrè. A collo lungo. E basta, ora e sempre.
Io boicotto la pisciazza in bottiglia verde.
Nonenti aderirà, ne sono assolutamente certo. Ne andrebbe del suo sostentamento giornaliero. Fratè, vabbè, che lo dico a fare. Anche Uggy, a meno che non abbia barattato le sane tradizioni indotte con quelle indigene ed abbia iniziato a tracannare birra Ichnusa. Bbicenzo sarà già in prima linea. Non ho informazioni precise, ma credo che anche le sirene antipontiste non faranno mancare il supporto necessario. Il prode cavaliere Jedi si é già messo in moto. Attualmente solo quella "ciessa" di Caosmogonia si è tirata indietro. E come dicono a Roma, "Chi si estranea dalla lotta é un gra fijio de 'na mignotta".
Chiudo aggiungendo una considerazione personale. Personalissima.
Chi non ha mai assaggiato la birra Messina con tre dita di granita limone dentro non ha vissuto un cazzo della vita.
giovedì, 11 gennaio 2007

Proprio tre giorni fa, guardando una vecchia puntata dei Munsters, su Lilly Munster avevo commentato "Minchia, se mi fa sangue".
Mentre pronunciavo quelle parole, probabilmente Yvonne De Carlo moriva.
Macheccazzo.
Ormai il conto non lo tengo nemmeno. Ad uno ad uno, mi stanno lasciando tutti. Qui, da solo. Di quelle procaci e voluttuose pin-up non resta che qualche foto e centinaia di disegni. E di locandine. E di film. E le puntate dei Munsters.
Oggi c'é Paris Hilton. Certo, per farsela piacere si dev'essere di gusti davvero dozzinali. Non é nemmeno questione di accontentarsi, chè quello che passa il convento é questo. E' proprio diseducazione. Alla donna, in quanto tale. Alla femmina. Femmina, nella tradizione di Betty Page, di Rita Hayworth, di Jane Mansfield, di Claudia Cardinale, di Veronica Lake. Di Brigitte Bardot e Sofia Loren. Di Norma Jane Mortenson. Di Vampira.
Ci siamo capiti.
Oggi, se aveste un minimo di cuore, dovreste fiondarvi su Soulseek a scaricare "Munster's Theme". Per 43 secondi sareste persone migliori.
Avevo ragione io. Non c'é mai stato futuro migliore di quello immaginato negli anni' 60.
domenica, 07 gennaio 2007
Priapismo & Polluzioni
Ron Asheton, Iggy Pop, Scott Asheton, Mike Watt, Steve McKay. The Stooges, 2007


"...what you had there at the time was a rip-snortin', super-heavy, nitro-burnin', fuel-injected rock band that nobody in this world could touch …Nobody did, and nobody has"
(Iggy Pop, 1997)
venerdì, 05 gennaio 2007
Nelle more...

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