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giovedì, 29 marzo 2007
"Nowadays, when I drive down some forgotten two-laner through the mountains and canyons and ancient dust of the land between California and Texas,
I think of Jeff out there,
somewhere,
now a ghost on the goddam, motherfucking, throat-cutting, drunken, whoring, two-bit, cheesy-ass, blood-splattered, fuck you, evil, all-knowing, all-seeing, 24-7, tear soaked highway.
An American dream and a road Jeff knew all too well.
Rest in peace, Jeffrey.
It was fun while it lasted".
Terry Graham, January 1997. In memoria di Jeffrey Lee Pierce.
lunedì, 26 marzo 2007
Stefano aveva le Mecap. Come me. E come decine di altri bambini. Si mollava di pomeriggio dalla piazzetta con le Mecap ai piedi ed i pantaloncini corti, si sparava quegl'otto, novecento metri di salita e mi veniva a suonare al citofono.
"Scendi". Io obbedivo. Scendevo. E si chiamavano gli altri.
"Scendete". "Occhei".
Io ero sempre il primo ad essere cooptato. Appena raggiunte le dodici adesioni ci si incamminava per la strada nuova. Era la strada nuova solo per noi. Per il resto della gente del quartiere era una strada che avevano iniziato a costruire e poi avevano chiuso con un muro, nemmeno un km dopo. Avrebbe dovuto collegare Camaro con Bordonaro, o con Gravitelli, o con Montepiselli, o con qualche altro di questi quartieri abbastanza stronzi che a Messina si chiamano villaggi. Dato che non portava da nessuna parte, in quella strada ci andavano le coppiette ad imboscarsi e noi bambini a giocare.
Il nostro campo era asfaltato, lungo duecento metri e largo sette. Alla quarta azione c'eravamo già rotti il cazzo di correre. E per evitare suicidi dovuti alla solitudine, giocavamo col portiere attaccante. Stefano correva più veloce di tutti. Io seguivo a ruota. Un ghepardino lui, uno struzzo io. Al tocco per formare le squadre, la scelta era ovvia. Mai a nessuno che fosse venuto in mente di metterci contro, ad imbastire due squadre contrapposte. Lui Shingo Tamai, io Jan Misugi.
Interrotta la partita di calcio, usualmente finiva a guardie e ladri. Che terminava quando le guardie, arrendendosi all'ineluttabilità dei ladri che in quanto criminali e mascalzoni se ne fottevano della regola di non nascondersi in campagna o nei portoni, stremati tornavano a casa giusto in tempo per l'inizio di Atlas Ufo Robot. Stefano era sempre il ladro. Io sempre la guardia. Io sgamavo i suoi trucchi da provetto Phil Marlowe, lui ne inventava continuamente di nuovi, tipo Arsenio Lupin. Una guerra psicologica.
Trascorrevano massimo due ore prima che facesse buio e che la probabilità che venissero i genitori a cercarci si facesse sempre più prossima. A me sembrava passassero settimane a rincorrere palloni e nascondersi dalle guardie o scovare ladri nascosti. Il giorno dopo si ricominciava.
Stefano non faceva mai i compiti. Mai, proprio. Nonostante questo era il primo della classe, inspiegabilmente. Me lo confermava chi andava a scuola con lui. Un genio. Del male.
A dieci anni cambiai casa. Ci salutammo. Non so perchè, mi sembrò strano. E non ne ebbi più notizie. Per una ventina d'anni. Poi grazie al mestiere, venni a sapere che era stato ospite per un paio d'anni nelle partie galere. Non una volta sola. Stefano, con le Mecap, che dal balcone lo vedevo salire a passo baldanzoso e correvo a calzare le Mecap anch'io. Col senno di poi, c'era anche da sospettarlo: troppo bravo a fare il ladro, troppo gusto a fottere la guardia, troppa immedesimazione nel personaggio, per non sospettare niente. Un paio di giorni fa é stato scarcerato.
Ciao Stefano. Che cazzo di film strano che é la vita. Guardie e ladri, ricordi? Guardie e ladri. Non so da quanto tempo é che non ci vediamo: E se ti avessi davanti probabilmente non ti riconoscerei. nemmeno tu mi riconosceresti. Ventiquattro anni. Cambiano, le persone, in ventiquattr'anni. E però, quando ho saputo della galera e di tutto il resto un po' di nostalgia m'é venuta. Chissa che cazzo hai fatto in ventiquattro anni, a parte la galera e quelle due o tre cose che magari, ecco, preferivo non sapere. E non m'importa. Adesso sei fuori. Vedi di restarci, fuori di galera.
Come in quella canzone dei Clash. Stay Free.
Stasera, o domani, o quando cazzo riuscirò a farlo, il primo sorso del white russian te lo dedicherò. Dovunque tu sia, qualsiasi cosa tu faccia. Sei fuori, lì, da qualche parte.
E vedi di restarci.
Anche se probabilmente non saprai mai che quel bambino con le Mecap che chiamavi al citofono per primo, oggi, qui, adesso, fa il tifo per te.
Forza Stefano.
Go easy, step tight.
And Stay Free.
venerdì, 23 marzo 2007

(Now)
lunedì, 19 marzo 2007
"Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione".
Giorgio Perozzi, 1975.

giovedì, 15 marzo 2007
Tema.
Io e la vita.
Svolgimento.
Io e la vita non ci riusciamo ad acchiappare. Non ci sono cazzi.
Si può scrivere "cazzi" in un tema? Boh? Vabbè. Dicevamo.
Non riusciamo ad acchiapparci. Quando io corro ad anfetamina, la vita arranca a narcotici, Quando io nuoto liquido ad oppiacei lei marcia a stimolanti, quando io sogno ad allucinogeni lei é produttiva a cocaina. Andiamo sempre a due velocità diverse, e non c'incontriamo mai. Ma mai proprio. Ci fosse una volta. Una cazzo di volta.
Si potrà scrivere "cazzo" in un tema? Boh? vabbè. Dicevamo.
Io incalzo e lei arretra. Io indugio e lei vola. Io accelero e lei frena, la sorpasso, aspetto che si rimetta in pari e invece con scatto felino ed abile mossa mi lascia al palo. Vaffanculo.
Si può scrivere "vaffanculo" in un tema? Boh? Vabbè. Dicevamo.
Dicevamo questo. Dicevamo che giusto una settimana fa ero intimista e malinconico con le Adidas Gazelle ai piedi e gli occhi sognanti, oggi ho gli stivali pesanti da motociclista e la pupilla dilatata che la cornea iniettata di sangue fa fatica a contenere. E una gran voglia addosso di picchiare qualcuno. Per educarne cento.
Una settimana fa questa città era un utero caldo, accogliente, materno e rassicurante, e invece oggi è una cazzo di jungla che bonificherei volentieri col napalm, ed in mezzo alla quale mi muovo come un ghepardo. Col cuore pieno di napalm. Per l'appunto.
In piena fase allucinatoria. Vedo nemici dappertutto, pericoli ad ogni angolo, ho i tendini tesi, i sensi acuti e le mascelle serrate. E corro. Dove non l'ho ancora capito, ma corro. E mi prende per il culo, la vita. "Ma dove vai, marinaio, che tanto sempre qui poi torni", mi dice. Non melliflua e suadente come una settimana fa. Sarcastica. Sprezzante. Col tono di chi la sa lunga. E la testa che ciondola. E la mia incapacità a sopportare. E la scala logaritmica della pazienza che da piatta fino a novanta poi esplode e sale in verticale fino ai cento.
E le unghie divorate fino al polpastrello, che ormai non crescono più. E il piede che tiene il tempo. Centottanta battiti al minuto. E la ferocia. E le psicosi. Quelle latenti e quelle manifeste. E le nevrosi. Quelle pericolose e quelle inermi. Ed il respiro affannoso. E la vista che si annerisce. E la testa leggera.
E la marea che arriva.
La marea che arriva.
martedì, 13 marzo 2007
Allora, facciamo conto che per un periodo relativamente lungo uno, alla domanda di rito "come stai?" non trovi nessun altro aggettivo che renda meglio la situazione di "tranquillo", e risponda quindi così, di conseguenza.
Una cosa alla Califano, quando canta (non canta, più che altro declama intimista, quasi sussurra con quella voce da Polifemo infoiato) "Io qui sto rilassato/ e chi se move/ fuori fa freddo/ e come piove...". Sempre immenso il Califfo che in due parole sistetizza interi libri, intere discografie, intere enciclopedie di parole inutili, parafrasi superflue, frasi da fraintendere. Il Califfo. Che se fosse nato in America oggi, non per dire, lo staremmo celebrando come un Johhny Cash, ecco. Vabbè.
E insomma sto tranquillo. E quando sto tranquillo dovrei sempre avere di che preoccuparmi.
Perchè prima o poi succede. E' chiaro che succede. Succede che nella sterminata collezione di mp3 facciano capo, spuntati chissà da dove, i The Soundtrack Of Our Lives.
E lì il tracollo. Verticale, proprio.
Immalinconirsi fino alle lacrime per Mantra Slider e To Somewhere Else. Farsi rispuntare gli aculei. Ricominciare a camminare scrutando per terra, muovendo le labbra in maniera impercettibile, recitando peana e mea culpa, mormorando in maniera immotivata, distillando veleno e sociopatia, inoculandomi rancori e bestemmie a denti stretti. Una cosa tipicamente adolescenziale, di quelle che normalmente la gente smette di compiere quando gli passa l'acne. La gente. Normalmente.
Accade in un attimo, tipo il cielo sereno ed il sole che spacca le pietre che all'improvviso ti vengono i brividi e si fa buio, e guardi in cielo e ci sono dieci fottuti metri quadrati di nuvola e tutto il cielo azzurro come i pastelli Giotto della seconda elementare, tutto azzurro e una nuvola nera che copre giusto il sole. Giusto sul sole, invece di rompere i coglioni un centinaio di metri più in là. Il problema, e in questo caso é un problemone, é che qui è estate da quattordici mesi. Io, che avrei voglia di paesaggi alla Twin Peaks e musiche alla Angelo Badalamenti
Ecco. Vorrei che fosse un normale, uggioso e scassaminchia inizio di marzo, con la bruma, le pioggerelline e tutto il resto, vorrei avere di nuovo sedici anni, la testa piena di nozioni di greco e filosofia, la vespa col carburatore da 19 ed il cilindro da 55mm appena cambiati, lo zainetto Invicta di tela ed il mio diario di Linus. Solo per sentirmi meno fuori luogo e fuori tempo massimo a scrivere il testo delle canzoni che fanno piangere. E che, a volte, salvano la vita. O la complicano.
Ed é un peccato che non possiate sentirla, la canzone. To Somewhere Else, The Soundtrack Of Our Lives.
Drowning in my sleep, with some friends that I don’t need
Try to get away but they’re all here to stay
'Cause the rivers of this dream have all ceased to flow
And the the country that you tell doesn´t want to know
So when your wake up call reminds you that it’s time to go
Just close your eyes and pretend you’re somewhere else
Driving without speed from some friend that I don’t need
Said it all before but I can’t turn back no more
Cause all the memories of truth are all swept away
And the countries that we knew vanished in the haze
Now the reaper is coming down and he´s ready to play
So close your eyes and pretend you’ re somewhere else
Just close your eyes and pretend you´re somewhere else
Yes, all our memories of truth are all swept away
And the promised land we knew vanished in the haze
So when your wake up call reminds you that you cannot stay
Just close your eyes and pretend you’ re somewhere else
Just close your eyes and pretend you´re somewhere else
So when your wake up call Close your eyes and return to somewhere else
lunedì, 05 marzo 2007

R.I.P.
E' il tradimento di un'amante alla quale hai dato tutto. Tutto il sentimento, tutta la passione, tutta la devozione. Tutto, consacrato sull'altare di un amore cieco, assassino, letale, totalizzante. Tutto tradito. E quindi togliamoci subito il dente.
The Weirdness fa schifo al cazzo.
Perchè non sono gli Stooges.
Perché sembra uno dei seicento dischi solisti di Iggy Pop. Suonato ottimamente, ma cantato male e prodotto a cazzo di cane. Facile identificare i colpevoli, quindi. Nomi e cognomi.
Iggy Pop e Steve Albini.
L'avevo affermato dopo aver sentito In Utero dei Nirvana, tredici anni fa: Quando Steve Albini tornerà a fare pompini nei cessi della stazione di Chicago sarà sempre troppo tardi. E' scarso, non è colpa sua. Il trucchetto chitarra ritmica a sinistra/chitarra solista a destra ha smesso di funzionare nel 1969, e gli Stooges stessi rifiutarono il missaggio originale del loro primo album per questo motivo. E all'epoca dietro i cursori c'era John Cale, non uno Steve Albini dei miei coglioni. Funhouse, d'altra parte, é stato registrato così, chitarra ritmica a sinistra e solista a destra. Ma Steve Albini non é Don Gallucci. Don Gallucci ha suonato Louie Louie con i Kingsman, Steve Albini ha scamosciato le palle al mondo con i dieci secondi di fama dei Big Black e degli Shellac e col colpo di culo di aver azionato manopoline e cursori a cazzo in Surfer Rosa dei Pixies. Eccola qui, la differenza. E la chitarra é lo strumento che bene o male si salva. Il basso, invece, non c'é. Letteralmente. Non é udibile. Non so cosa abbia suonato, non si capisce. Gli altri strumenti sono slegati, sembrano suonati in tre continenti diversi. Sterili, isolati, asettici. Gli Stooges asettici, che a pensarlo solo l'altro ieri, di accostare i due trmini, mi pisciavo addosso dalle risate. Fosse solo questo, il problema, vabbè, pazienza, si ingoia una palata di merda ma si ascolta lo stesso in religiosa devozione. Raw Power, tanto per non andare lontano, è stato disastrato dal missaggio di David Bowie, ma resta un album coi controcontrocazzi. Ma sono le canzoni che non funzionano. banali. Stupide. Senza mordente. E poi la voce. E qui si tocca il fondo. Terrificante, non azzecca una nota nemmeno a pagarla, gracchia, sempre sopra le righe, sempre fuori contesto, sparata a mille su tutto il resto. Per tacere dei testi. Diocristo, i testi. Da bestemmiare. Ma forte. Trentasette anni passano per tutti, chiaro, ma The Stooges e Funhouse non sono invecchiati di un solo secondo. Fanno ancora paura.
Questo, invece, fa schifo al cazzo.
Delle canzoni si salva solo My Idea Of Fun, il resto, a vario titolo, fa ridere. Qualche segno di vita c'è, i riff di chitarra sono sempre ringhianti e cattivi, Dio benedica Ron Asheton, la batteria se solo fosse stata ripresa in maniera diversa sarebbe un potenza, il sax, quelle rare volte alle quali viene sganciata la sicura ai polpastrelli ed ai polmoni di Steve McKay, devia il pezzo dai binari della mediocrità.
E insomma vaffanculo, dai. Sono vent'anni che aspetto sto cazzo di disco come la venuta del Messia e tu mi rifili questa merda? Ma fattela mettere nel culo, Iggy. Mi hai preso in giro. Io volevo un disco degli Stooges, e mi sono beccato un cazzo di disco solista di Iggy Pop con gli Stooges a suonarlo. Sembra di sentire una serie di outtakes delle tuoi ultimi quattro, cinque inutili stronzate. E di questo ne sono certo.
Perchè quando é Ron Asheton a menare le mani i risultati si sentono. C'é in rete il disco mai pubblicato dei Wylde Ratttz, la band che ha suonato la colonna sonora di Velvet Goldmine, scritto da lui, con Mark Arm dei Mudhoney alla voce e un pugno d'amici agli altri strumenti (Steve Shelley, Thurston Moore, Don Fleming...), ed é venuto fuori un calcio nelle palle di rara brutalità. Quando Scott Asheton picchiava sui tamburi per la Sonic's Rendezvous Band e per Sonny Vincent, cazzo se si sentiva. Avessero suonato solo loro due, con un cantante meno megalomane e più ispirato (e magari in possesso di una voce, per quanto brutta, ma voce, checcazzo), sarebbe venuto fuori un ottimo disco di Rock'n'Roll marca Detroit.
Invece no.
Invece cazzi.
Ridotti a suonicchiare per accontentarti. Per farti registrare un disco talmente di merda che sarebbe davvero il caso di bruciarne ogni traccia ed affidarlo alla damnatio memoriae, relegandolo negli angoli più remoti della mente e liquidandolo per sempre come un brutto sogno.
Mi hai rubato l'anima. Ma guarda tu se per colpa tua mi devo sentire come Luciano Moggi.
giovedì, 01 marzo 2007
h. 17:19.14.

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