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lunedì, 30 aprile 2007
E nonostante tutto siamo sempre qui, sempre a galla nonostante la tempesta infuri sulle nostre teste, nonostante le onde tentino di sommergerci. Abbiamo la meglio solo grazie alla nostra volontà. Volontà, e tenacità, e testa bassa e spalle larghe, e quel po' di talento che compensa l'immensa testa di cazzo. Nient'altro. Solo questo ci salva dalla deriva.
Scorgere attorno quell'isolotto sul quale trarsi in salvo, almeno per un po'. Un isolotto. Che per definizione è uno di quei luoghi dove decisamente non ci si può stare in compagnia. Dal quale si lanciano messsaggi in bottiglia, sapendo con certezza quasi matematica che nessuno li leggerà mai. Poco male. Non è per questo che si affidano ai flutti.
E' la deriva che chiama, quando affidarsi alla deriva sembra essere la più facile, la più comoda delle opzioni, l'unica perseguibile quando tutto il resto é già abbondantemente sceso giù lungo lo scarico del cesso con un sonoro sploooosh. Simpatico. Meglio non pensarci. Che a pensare troppo a lungo poi si rischia di prenderle davvero in considerazione, certe idee malsane delle quattro di mattina con due bicchieri di Talisker nello stomaco.
E ora? Ora niente. Intanto la si smette di lamentarsi. Poi si prende in mano un bastone. E si tirano fuori i denti. E poi ci si siede ad osservare cosa accade.
mercoledì, 25 aprile 2007
E mentre lì fuori festeggiano ed il sole li bacia, li bacia forte, io sto qui a scrivere, a lavoro. La pace, il telefono che non squilla, poche rotture di coglioni, la concentrazione che altrimenti manca, i bar chiusi nel giro di un km che escludono anche i cinque-minuti-che-diventano-venti-del-caffè, il caffè alla macchinetta triste del piano di sotto, il piano dei privilegiati, dei pagati con puntualità, di quelli con le postazioni di lavoro ergonomiche e con le scrivanie decorose.
A noi la liberazione nemmeno ci sfiora. A noi ci preoccupano quel tipo di problemi un tantino più terreni, tipo la collaboratrice incontinente che in segno tacito di ostruzionismo ha deciso che scrivere parole senza intervallarle con gli spazi fosse una punizione abbastanza bastarda. A noi preoccupano problemi più del tipo titola-impagina-metti la foto-bestemmia iddio quando senti la voce della capa.
Mcfly, Gentile Consorte, Stravacco, Genitivo Divino, la Capa. E Bop. Tutti uniti nel triste destino che ci impedisce di sorbirci ore e ore di fila prima di infilarci in un qualsiasi carnaio, noi che traiamo conforto nelle parole e nel quark x-press. E nessuno si lamenta. Chiusi qui dentro e nessuno si lamenta. Quasi nessuno, cioè. Ma quello é un tipo di lamento istituzionalizzato, d'ufficio, e come tale soggetto al fatto che normalmente la reazione di noi sottoposti é quella di fottercene ad altissimi livelli. Sarà anche una gabbia, macheccazzo, almeno é una gabbia che dà un senso alle cose. E altro. Che non potete capire. E che quindi nemmeno faccio la fatica di spiegarvi. Loro, la pace intorno ed il winamp che snocciola.
E insomma, qua dentro ci stiamo bene.
Del 25 aprile noi ce ne fottiamo.
Così come ce ne fottiamo di tutte le feste.
Noi il Natale lo festeggiamo ogni giovedi sera.
E la Liberazione di venerdi mattina.
domenica, 22 aprile 2007


Numero Ventisette.
La matematica non é mai stata un'opinione.
lunedì, 16 aprile 2007
Il Paradiso, quello con la P maiuscola, mi insegnavano i salesiani, é uno stato di beatitudine eterna che deriva dalla contemplazione di Dio. In fondo in fondo non ci credevano nemmeno loro. Non mi ricordo di condotte, morali e fisiche, granchè improntate alla contemplazione. Più che altro all'appagamento, alla soddisfazione, ma non alla contemplazione.
Probabile che il paradiso, per come la vedo io, sia uno stato di beatitudine indotto dal cazzo che vuoi tu, sempre, ogni giorno, per l'eternità, senza che mai sovvenga l'appagamento, il rifiuto e lo sdegno. Il paradiso, con la p minuscola.
Perchè io sono un cazzo di peccatore irredimibile, perchè sono più portato al paganesimo che alla cristianità, perchè ad essere un buon seguace di una religione hanno provato a farmici diventare. Nel peggiore dei modi. Col peggiore dei metodi. Con la foga dei crociati più che con il verbo del Signore. Comportandosi regolarmente in maniera diamentralmente opposta a come avrebbero voluto che mi comportassi io.
Ecco.
Io in compagnia di questa gente non ci passerò più nemmeno una trentina di secondi. Figuriamoci la cazzo di eternità. E quindi, se permettete, il mio paradiso me lo scelgo da me. Grazie. E che nessuno si offenda.
Un sabato sera buio, liquido, rumoroso, affollato, a caricare white russian e coglioneggiare con gente l'opinione della quale tendi a tenere in degna considerazione, corroborato dalla musica che ti fa battere veloce - molto veloce - piedi e cuore, circondato dall'umanità con la quale non ti senti fuori posto, avvinghiato a certi angeli la cui sola esistenza é testimonianza inconfutabile dell'esistenza di un dio - uno qualsiasi - molto bendisposto nei confronti dell'umanità, un sabato sera trionfante, apocalittico, esaltante, supersonico, a celebrare genetliaci di persone molto, molto amiche, con la testa vuota ed il sorriso spontaneo, in pace con il mondo ed in armonia, una volta tanto, col contesto spaziotemporale che volente o nolente ti trovi ad occupare. Una volta tanto, senza domandarti troppe volte perchè, ululando selvaggio e furioso coi pugni alzati sulle macerie fumanti del fottuto mondo.
("More Fun, Bis Keiner Mehr Khan" a te, amico Stravacco. E buon compleanno)

giovedì, 12 aprile 2007
13 Aprile 2002.
From: Bop
to: XXX XXXXXXX
"...ho una mentalità aperta all'innovazione e orientata alla risoluzione dei problemi attraverso la focalizzazione delle criticità. Sono abituato al lavoro in team, dove tendo a spiccare per la capacità di integrare le varie componenti e di gestire le risorse in modo tale da far esprimere in pieno le potenzialità. Le mie esperienze precedenti mi hanno permesso di sviluppare creatività e comunicatività da mettere al servizio di uno scopo finale determinato."
From: XXX XXXXXXX
to: Bop
"...prediligiamo temi di più ampio respiro allineati con le strategie aziendali e con il family feeling trasmesso dalla mission della company, in armonia con il trend del brand."
Una supercazzola. Avete risposto con una supercazzola ad una mia supercazzola.
Mi arrendo. Avete vinto voi. Sul serio, mi arrendo. E' come dite voi, senza dubbio.
Mi sono addentrato nel vostro territorio, mi sono umiliato, mi sono forzato a scrivere quelle stronzate per piacervi e per compiacervi. E voi mi avete risposto con una supercazzola.
E' il fottuto sistema che mi rifiuta quando mi abbasso al suo livello, quando mi adeguo ai suoi standard.
Non succederà più, promesso.
Anche se a distanza di cinque anni un certo bruciore di culo é rimasto.
giovedì, 05 aprile 2007

Lo chiamano ancora "Il Leone di Jesi", anche se non corre più da tredici anni. Per chi lo ha ammirato, per chi si é esaltato alla follia alle sue gesta, Giancarlo Falappa é sempre "il Leone di Jesi". Il motivo non é difficile da capire. Chiunque lo abbia visto anche solo una volta lo sa. Chiunque lo abbia visto correre anche solo una volta non se ne scorda più.
Un animale nella bagarre, un mostro in staccata, un dio dovunque ci fosse da prendere per le corna la moto imbizzarrita. Coglioni la cui estensione si misura con l'ausilio della trigonometria.
In America, alla sua prima gara, lo conobbero così: Circuito di Brainerd, 1989: Giancarlo Falappa guida una Bimota YB7, una bestia assetata di sangue. La pista non la conosce, e forse è un bene. Muretti, tombini, sottopassaggi. Tipo videogioco. Primo giro, Giancarlo Falappa si presenta. Una derapata in cambio di direzione, in uscita della curva 9 in piena impennata, in piedi sulle pedane della Bimota per bilanciare l'assetto proprio in prossimità del passaggio pedonale rialzato. Tanto per gradire.
Due mesi dopo, battaglia col compagno di squadra Mike Baldwin. Uno coi controcazzi. Americano, campione, cazzuto. Sono al Paul Ricard, quasi un km di rettilineo d'arrivo, il Mistral. Duecentonovanta all'ora. Si toccano con i semimanubri in titanio. Quello di Giancarlo Falappa gli resta in mano, arriva alla staccata tenendo la forcella col pugno. Gli ultimi tre giri li percorre con una mano sul semimanubrio e l'altra sulla testa della forcella. Vince. All’arrivo i meccanici, Massimo Bracconi e Bruno Leoni, lo fermano e sostituiscono il semimanubrio rotto nel parco chiuso, prima dell’intervento dei commissari.
Una giorno prova in strada la nuova YB6 1000. All’altezza di Ravenna vede il furgone di Marco Lucchinelli, allora Team Manager Ducati. Il lampo di follia. Si affianca a destra, a 170 all'ora, ed apre lo sportello del furgone, con Lucchinelli atterrito. “Falappa ma sei scemo?” lo cazzìa. Poi se lo porta alla Ducati, sulla 888, affiancato dal freddo compagno di squadra Raymond Roche, chiaramente innervosito da avere un nuovo compagno di questa foggia. Falappa invece fa finta che Roche nemmeno sia vivo e guida come se nulla fosse.
Con la Ducati inizia a vincere sul serio. Sempre oltre i limiti della fisica, che in quanto fisica ogni tanto si fa sentire. E allora sono cazzi. Zeltweg, Austria, 30 giugno 1990. A5 minuti dalla fine delle prove ufficiali é secondo. Ma Giancarlo Falappa che si accontenta di arrivare secondo non é Giancarlo Falappa. Vuole la pole position. Il team manager Lucchinelli gli dice: esci. Esce. In rettilineo ai 270 km/h, poi piega all'ingresso di un curvone da 240 km/h. Per non tamponare un pilota che stava rientrando lentamente, frena scomposto. E scivola. Ad un metro dall'asfalto c'é il gard-rail: 27 fratture, distacco di un nervo, rottura di arteria femorale con perdita di 2 litri e mezzo di sangue, il cervello va in riserva, cade in coma per 12 giorni. La spalla sinistra è disastrata, a fine 1991 farà un trapianto di nervo circonflesso, il ginocchio non si piegherà più al 100%. Ma sopravvive. E torna a correre. E vincere. Stavolta con la Ducati 916.
Albacete, 1994. Sta testando della componentistica nuova quando qualcosa va storto nella moto, che lo sbalza dalla sella, infergendogli ferite mortali. Filtrano notizie poco rassicuranti, avvertendo che Falappa non avrebbe oltrepassato la notte. Invece supera la notte, e ne supera altre ventotto. Quattro settimane di coma. I più credevano che ci restasse, gli stessi neurologi non erano nemmeno speranzosi che riprendesse conoscenza.
Ma c'era il Dottor Claudio Costa. Che sapeva bene che la prima cosa per riportare Falappa in vita era risvegliare il suo istinto di pilota, lo stesso che lo faceva credere che nessuno avrebbe potuto mai batterlo, mai. Per tutta la durata della sua degenza, attraverso delle cuffie Falappa ha ascoltato le cronache delle sue gare, con lui che sconfiggeva il mondo a Monza, Misano, Brands Hatch. Sotto tale terapia, la sua faccia prendeva forma, con le palpebre che vibravano: ciononostante, non era ancora cosciente dopo un mese, la speranza stava pian piano svanendo.
Poi, il 19 Luglio del 1994, il commentatore Giovanni Di Pillo si ferma in visita presso il suo letto. Era stato la voce di numerose imprese del pilota e inizia a parlargli come se fosse la vigilia di una drammatica e importante partenza di una gara. "Giancarlo" gli dice "svegliati! Ti devi svegliare presto, Scott Russell si sta avvicinando sempre di più! E' sul punto di sorpassarti, dagli il gas! Dagli il gas!".
Giancarlo Falappa si risveglia in quello stesso istante.
Una storia vera.
lunedì, 02 aprile 2007
E' venerdi.
Un totale di euro 890 sono transitati direttamente dalle mie tasche devastate alle mani avide di tizi loschissimi tipo l'assicuratore e del gommista. Ottocentonovanta euro, dilapidate in oscure sigle tipo errecì, franchigia, copertura o diablocorsatre, centottanta sbarra diciassette, bimescola. Non mi sono messo a piangere con la testa tra le mani seduto sul marciapiede perchè ormai ho trentaquattro anni e 'ste cose non si fanno.
I get ahead on my motorbike
I get ahead on my motorbike
I feel so quick in my leather boots
I feel so quick in my leather boots
my mood is black when my jacket's on
my mood is black when my jacket's on
and I'm in love with myself
and I'm in love with myself
E' sabato.
Ho la narcolessia conclamata. E pure un pungente mal di testa e un vago ricordo di qualcosa di significativo, ricoperto da una fitta coltre di nebbia purpurea. Il doloroso ricordo degl'ottocentonovanta si fa strada attravesro le viscere come un pugnale di quello che i vietcong usavano contro quelle seghe dei berretti verdi, dall'ombelico in su, a squarciare. Ottocentonovanta. Dio. Decido che é il caso di renderli fruttiferi. E quindi ardisco un piano d'intervento immediato volto ad una blanda operazione di manutenzione ordinaria. Alice é contenta, ed io schiodo il culo dal letto. Ottimo
There's nothing else but me
there's nothing else but me
and an empty road
and a cool, cool wind and it makes feel so good
just like I knew it would
just like I knew it would
E' domenica.
Dormo. Tanto. Alle 12 c'é Cairoli che lustra la minchia da affondare poderosamente nei culi di quei poveracci che tentano di contendergli il meritato primo posto nel campionato del mondo di motocross classe mx2. Alle 13 c'é Troy Bayliss che più o meno fa lo stesso nella superbike. Alle 10 c'é Bop che ha ancora il culo dolorante per gl'ottocentonovanta di cui sopra. Ai quali bisognerà pur dare un significato. E quindi via, si inforca Alice e via, pensa Bop mentre si gira dall'altro lato e si rimbocca la coperta.
I get so wild on my motorbike
I get so wild on my motorbike
I'm breaking loose on this moonlit night
I'm breaking loose on this moonlit night
I cut the road like a sharpened knife
I cut the road like a sharpened knife
and I'm in love with myself
and I'm in love with myself
there's nothing else but me
there's nothing else but me
and an empty road
and a cool, cool wind makes me feel so good
Eggià. Sarebbe spettacolare spremere i dodicimila giri al motorone. Sarebbe grandioso specchiarsi nelle vetrine dei paesini mentre arrivo cattivissimo e fico come nessuno mai. Eggià. Pennellare le curve ginocchio a due cm dall'asfalto. Coi jeans col risvolto alto e gli stivali tipo Marlon Brando ne Il Selvaggio. Uguale preciso. Salutare col lampeggio e le due dita a V gli altri motociclisti, che dopo la curva si domanderebbero cosa cazzo ci faceva Kevin Schwantz a Messina su una Kawasaki nera. Eggià. Il vento che lambisce il casco, l'odometro in doppia cifra, l'ululato del quattro in uno che si fa strada attraverso l'imbottitura del casco e le sciabolate di chitarra degli Hellacopters negli auricolari. La tenuta in curva dei nuovi diablo corsa tre a doppia mescola coi controcazzi, per osare l'inosabile.
Proprio quello che ci vuole, pensa Bop mentre si riaddormenta.
I'm moving too fast, I'm moving too fast
I'm moving so fast that I can't control the wheels
I'm moving so fast, I'm moving so fast
yeah, I'm going for a tree, yeah it's going for me, yeah
my head is dripping into my leather boots...
(Certe volte i presagi vanno seguiti: The Living End dei Jesus and Mary Chain insegna)
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