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giovedì, 28 giugno 2007
L'andamento é quello scalcinato e polveroso di un paio di stivali che calpestano una strada d'asfalto nero, consumato, bruciato dal sole. Un paio di vecchi stivali lisi lungo le cuciture, una vecchia Gibson acustica, di quelle con le buche ad "f", uno slide al medio della mano sinistra ed un folk acido, ipnotico, con l'armonica a contrappuntare il canto. E la strada davanti. Lontano da casa, straniero tra sconosciuti, coi serpenti a sonagli che aspettano, nascosti tra i cepugli.
Un po' Johnny Cash, un po' Bob Dylan del 1966, un po' Steve Earle, un po' Peter Hayes dei Black Rebel Motorcycle Club.
Tutto in nero, coi Rayban Wayfarer, senza una parola, senza dover spendere parole da fraintendere.
Con addosso la sensazione di riuscire a stare bene solo con sè stessi, quella sensazione che corre lungo la spina dorsale, quella sensazione che gela e fa mancare il respiro. Quasi come guardare una Gorgone negli occhi. E capire.
Capire senza una parola.
Solo lo sferragliare dello slide sulle corde della chitarra. Metallo su metallo. E tutt'intorno l'orizzonte che tremola. E la strada, lunga, dritta, deserta, delimitata dai tralicci della luce coi cavi che salgono, poi scendono, poi salgono ancora, poi scendono di nuovo e così, per sempre. Il folk acido ed ipnotico.
Ed il sole infuocato, che non illumina e non riscalda.
lunedì, 25 giugno 2007
E' il caldo, si , é questo caldo che soffoca, che non fa respirare, questo caldo che ispira pensieri dei quali normalmente un individuo dovrebbe avere sacro timore, questi pensieri di cui vergognarsi, questi pensieri. Il caldo che soffoca e questo vento, questo vento che é un cazzo di asciugacapelli gigante, che ti prende la gola e te la secca, e non ti viene nemmeno voglia di parlare, e quindi rimugini, pensi e pensi e pensi, sempre troppo e sempre a sproposito, sempre a sproposito finchè in un momento le sinapsi si chiudono e tutto diventa una scena di blackout di Abel Ferrara.
E' il caldo, ed il rivolo di sudore che scorre dalla nuca al collo, e cerchi di asciugarlo con la mano destra, contorcendola dietro e muovendo muscoli che il solo sollecitare ti fa sudare ancora di più, é il caldo che rincretinisce e fa sproloquiare, fa dire cose senza senso, che ascolti anche quando hai gli auriocolari che sparano musica ad un volume impossibile, un volume che stordisce e impedisce di pensare, perchè se pensi troppo poi finisce che qualcuno si fa male, si fa male sul serio.
Cammini, e il sole non ti scalfisce, cammini e la fronte non ti si imperla, cammini e le ascelle non ti si pezzano. Cammini veloce, passo svelto e sguardo fermo, dritto avanti a te, coi Wayfarer, testa alta,, mascella serrata, nervi scoperti e felinità in agguato. E pensi. E pensi che sarebbe un attimo raggiungere qualcuno, arrivargli alle spalle e infilzarlo con quindici centimetri di lama ben affilata, scartare a destra e proseguire.
Colpirne uno per educarne uno.
E colpirne altri mille per educarne sempre e comunque troppo pochi.
E imputare tutto al caldo.
Sostituirsi alla natura, correggere le storture della libertà di pensiero e parola, rendere il mondo un posto più equo, un posto meno sbagliato.
Una scena in soggettiva, macchina da presa alle spalle, venti secondi e via.
Quella scintilla che ti scoppia qui dietro, alla base della nuca, esplode e si propaga e confonde i contorni delle immagini, sfuoca la razionalità e sale fino al cervello. Che non aspetta altro. Che attende. Attende da trentaquattro anni. La pressione sale, il cuore pompa più forte, il respiro si fa profondo ma fermo, il ghigno rompe l'impassibilità dello sguardo. Zeno Beach dei Radio Birdman, a volume ottundente, risuona in loop da quaranta minuti. Quaranta minuti di percorso e troppa voglia di fare del male a qualcuno. Prurito alle mani, formicolio al basso ventre, voglia di leccarsi le labbra compulsivamente. E' il caldo, é il fottuto caldo.
Col cazzo. Col cazzo che é il caldo. E' un lunedi, un lunedi di fine giugno, con tutti i rompicazzo e le rotture di cazzo di cui sono portatori, é l'esasperazione di non poter mai decidere, é la sensazione di impotensa, di roboticità, di ingranaggi che stritolano, di bocche voraci che masticano e sputano, la sensazione netta che qualcosa, ad un certo punto, é andata nel peggiore dei modi, una sliding door con la peggiore scelta possibile. Una situazione dalla quale il ritorno é di un difficile da non potere neanche lontanamente immaginare di provarci, ad uscire.
Una vita dalla quale nemmeno essere il supereroe più fico della galassia ti salva. E tutto quello che ti resta é Zeno Beach, a volume totale.
Le sinapsi si chiudono, tutto diventa bianco e sento solo Zeno Beach, e la chitarra fuzz che cresce, cresce, cresce e non termina mai.
giovedì, 21 giugno 2007
FEAR AND LOATHING IN TAORMINA
Pt.II : The Aftermath
E' fatta, sono ufficialmente entrato nel ristretto novero di alcuni tra gli esseri più bizzarri dell'universo. I giornalisti cinematografici sono creature che per capirle ci vorrebbero cinque serie di Quark, che vivono tutto l'anno tra orsi d'oro, palme altrettanto dorate, nastri d'argento e david di Donatello, si conoscono e si prendono ferocemente per il culo, si assestano tumpulatone affettuose tra capo e collo che un uomo normale cadrebbe in coma irreversibile solo con lo spostamento d'aria, e sono generalmente una razza dissoluta, debosciata e dedita al vizio ed alla turpitudine morale, che prende vita solo intorno alle settemmezza di sera, quando si tratta di iniziare a fare casino e scolare distillati alcoolici e stuzzichini a scrocco. Ovvio che ne sono diventato un fervente adepto sin dal primo secondo.
Le giornaliste cinematografiche sono invece uno dei peggiori incubi che mi sia capitato di vivere. Assomigliano tutte a una specie di Veronica Pivetti dopo un frontale con un autoarticolato Scania a diciotto assi, parlano come Lina Wertmuller, si atteggiano come Paris Hilton ed hanno quello sguardo con gli occhi a mezz'asta e la prosopopea annoiata di chi ha già visto e vissuto il meglio della vita, per cui tutto il resto é tedio. E infatti sono tutte zitelle.
E insomma ci sono io, qui, al cocktail serale, che dopo una giornata di duro lavoro mi appresto a continuare a lavorare pressappoco qui . Nell'attesa, dimezzo bottiglie di Corvo Glicine bianco, sperimento tutte le possibili varianti dell'Amaretto di Saronno a scopo etilico (sponsor di tutte le serate, nessuno che mi preparasse un cazzo di white russian come si deve), tendo trabocchetti al cameriere che gira col vassoio degli stuzzichini che nemmeno un guerrigliero vietcong arriva a tanto, approfitto della Regione Sicilia che offre degustazioni di vini, dolci, formaggi, cazzi e mazzi, mi faccio una cultura sui passiti di Pantelleria basata sul caricare Ben Ryè a minchiazza piena, in attesa di appoggiare il culo sulle sedie destinate a quelli che contano del Teatro Antico a sorbirmi film francesi, portoricani, egiziani (no, egiziani no, non ce l'ho fatta), a constatare quanto cazzo é il mio dio Matt Dillon.
Intanto mi appoggio all'esperienza di Filmino e gentile consorte (che incredibilmente sfugge alla catalogazione di giornalista cinematografica femminile di cui sopra). Filmino pare Calboni a Cortina. Saluta tutti, conosce tutti, abbraccia tutti, é il ras della situazione, e ogni tanto mi viene in mente che il festival senza di lui non lo farebbero nemmeno iniziare. Per non sapere nè leggere nè scrivere, io gli sono stato attaccato come la cozza allo scoglio, nutrendomi della sua perizia cinematrografica e soprattutto culinaria (perchè Filmino e consorte sono due goderecci come al mondo ce ne sono ahimè troppo pochi9 ed evitando tutta una serie di patetici personaggi, come il fotografo che viva a duecento metri da qui e che al festival parla in romanesco, che alle sette e mezza di sera, puntuali, si presentavano all'aperitivo, facendomi bestemmiare per il tristissimo pezzalculismo che li circondava tipo l'aura viola dei sieropositivi in quello spot agghiacciante di un po' d'anni fa.
Ecco, diciamo che la mia giornata raggiungeva l'apoteosi nell'arco temporale che dalle sette e mezza arrivava alle nove e mezza, quando il resto del mondo arrancava per un bicchiere di qualcosa che mitigasse i trentafottutisettegradi che fiaccavano la resistenza di chiunque, ed io invece surfavo sull'onda di tsunami della mia ficaggine. Sarà che a casa mi hanno abituato a pronunciare "per piacere" all'inizio e "grazie" alla fine di ogni frase interrogativa, ma io ero il beniamino dei camerieri, i veri depositari del potere in queste occasioni mondane, che non lasciavano nemmeno che mi si svuotasse il bicchiere prima di riportarlo allo stadio originario, ovvero colmo di liquido dal moderato contenuto alcoolico (moderato un cazzo, che col formaggio ragusano c'hanno ficcato in gola un Frappato da 17 gradi che sfondava culi). Il fatto é che io sono un inviato coi controcazzi, e quindi le personalità festivaliere (e pure le maestranze) mi hanno tributato il rispetto e gli onori che mi erano dovuti. Questo, ed il fatto di non cacare minimamente i vip che si presentavano senza soluzione di continuità (atteggiamento dovuto principalmente al fatto che non ne conoscevo nemmeno mezza), hanno fatto di me una specie di supereroe in polo Fred Perry e Adidas Gazelle. Il mio imperativo morale, dal nome in codice "maintaining my cool", ha vacillato solo durante la lezione di cinema di Matt Dillon, occasione in cui ho reputato possibile consumare per la prima volta un rapporto omosessuale. Poi invece mi sono limitato a fargli un paio di domande che dal prossimo anno accademico troverete inserite nelle principali materie fondamentali dei corsi di laurea in cinematografia.
Il problema é che l'atmosfera é stata funestata dal fantasma di questo tizio, che prima ha aleggiato tetro e sinistro e poi mi é apparso sullo schermo sotto il nome di Pe' L'Episcopo, che sailcazzo quello che vuol dire. Mi piace notare come l'attore in questione sia ormai diventato un caratterista specializzato nelle scene del ballo solitario in evidente stato di alterazione alcoolica, pietra miliare della recitazione mondiale nella quale si era prodotto durante gli ultimi minuti di quell'immercescibile cazzo di capolavoro (del quale attendo bestemmiando l'uscita da un fottuto anno esatto) che é "L'agente matrimoniale".
Tanto per non sbagliare, ho approfittato del mio status di dio del Gonzo Journalism per stare il più possibile con le palle a mollo qui, a scofanare white russian e sparare cortesissime cazzate alle tettutissime giornaliste inglesi, mentendo senza ritegno, fingendo spudoratamente di sapere cosa stessi dicendo e facendo sfoggio di quelle frasi ad effetto che ho imparato dai dischi degli Mc5, degli Stooges, dei Social Distortion, dei Ramones e dei Clash. A proposito di Stooges, mi vedo costretto ad ammettere che quella scritta gialla su fondo completamente nero The Stooges che troneggiava sulla maglietta che ho sfoggiato in una delle serate sciantose, ha contribuito alla lubrificazione vaginale di pressochè tutte le astanti di sesso femminile, ed ha fatto il paio con la banana dei Velvet Underground che mi ha permesso di scavallare file e guadagnare credito presso registi, attori e produttori, onde per cui non escludo che presto mi vedrete devastato dalla cocaina a fare orge con micromodelle al Viper Club di Los Angeles. E siccome sono un personaggio di un certo livello, la Regione Sicilia ha ritenuto saggiamente di festeggiare il mio esordio nel dorato mondo dei fancazzisti cinematografici avendo cura di piazzarmi l'Etna davanti e la baia di Giardini Naxos proprio sotto il naso.
lunedì, 18 giugno 2007
FEAR AND LOATHING IN TAORMINA.
Il mio avvocato samoano mi aspetta nella suite con piscina che c'hanno riservato.
Sarò alla guida della pantera nera, non della balena bianca.
Invece della Mint 500 seguirò il Film Festival.
Ho il pass che mi permette di mettere a ferro e fuoco il cocktail delle 19.30
Trema, Taormina.
Quel cazzo di posto infestato da bianchicci turisti crucchi aveva proprio bisogno di un po' di buon vecchio sano gonzo journalism.

giovedì, 14 giugno 2007
Da zero a dieci
quanto è gay cantare in falsetto "Girls Just Wanna Have Fun" di Cindy Lauper sul posto di lavoro, davanti al Pc, facendo le smorfie e senza alcun White Russian a portata di mano?
Edit.
Io non me ne ero accorto, ma il Capo, che è giornalista coi controcazzi, é stato lesto a capire i segnali ed a metterli insieme, analiticamente. E mi ha fatto notare (avendo stranamente cura di starmi lontano) che, in questi giorni:
- Ho il polso moscio e "spezzato", molto più del dovuto.
- Ieri mi è capitato di ascoltare in streaming la nuova canzone di Tiziano Ferro, "Raffaella canta a casa mia": Invece di bestemmiare iddio ed invocare pene medievali per il suo culo, ho elogiato Tiziano ferro affermando cose del tipo "Eh, orecchiabilissima", "Sarà un tormentone dell'estate", "Mi piace quell'ambientazione un po' disco anni '80, alla Village People virato Varietà. Tutto questo avendo ben presente in mente che Raffaella Carrà é una fortissima icona gay.
- Neanche mezz'ora fa mi sono prodotto in un entusiasmante duetto con la sciantosissima collega MM, sulle note di "Five Get Over Excited", "The People Who Grinned Themselves To Death" e "You've Got A Friend" degli Housemartins
- Stamattina ho trovato perfettamente normale indossare la camicia. Con l'aggravante di averla indossata dentro i Jeans.
- Ieri ho annunciato pubblicamente che avrei spompinato senza pietà l'assessore che decidesse di pedonalizzare tutto il centro della città.
- Ho affermato che, si, il mio atteggiamento potrebbe essere connotato come "queer", quando fino a un paio di giorni fa avrei detto "checca" nel migliore dei casi e "ricchiuni in petra" in tutti gli altri.
Ecco.
E non sono nemmeno preoccupato.
Nemmeno un po'.
(E mentre scrivo ondeggio la testa al ritmo di "Future Brain" di Den Harrow)
lunedì, 11 giugno 2007
Jordan aveva giurato a sè stesso che avrebbe capito. Era il 1982.
Arrivata la sua ora avrebbe tolto il disturbo in silenzio, nella notte. Come gli assassini. Questo aveva giurato. Avrebbe alzato i tacchi, andando a terminare quello che aveva da terminare, a chiudere i conti in sospeso, a far quadrare i cerchi, i troppi cerchi che aveva disegnato con un bastoncino sulla riva appena bagnata dalle onde. La vedeva così, la sua avventura. Si, sarebbe andata così. L'aveva giurato a sè stesso, e vaffanculo se Jordan non mantiene una promessa.
Ci aveva pensato mentre perdeva conoscenza in quel buco merdoso, in fondo al vicolo più cieco della città. Era il 1982. Le pilloline lo facevano correre veloce, le pilloline lo facevano rallentare. Una di troppo ti fa rallentare per sempre. Col cazzo, dice Jordan. Col cazzo che finisce così, dice Jordan. Tossisce. Sputa sangue e grumi di carne. Quel cerchio alla testa, quell'aura bluastra, quelle immagini virate in giallo. No che non sto bene, pensa Jordan, ma vaffanculo se va a finire così. Si rialza. Barcolla. Cade. Esausto Jordan. Consumato Jordan. Povero, piccolo, emaciato Jordan.
Jordan che suonava il blues, Jordan che ha vissuto sognando di essere un personaggio di Furore di John Steinbeck. Lui solo, ed il mondo a cercare di fargli il culo. Non un amico, non una donna. Una donna vera. Una per la quale scrivere "If You Wanna Know How To Play The Blues Then Get Yourself A Woman" sul retro della Fender Mustang rossa. L'ho data via,, la Fender Mustang rossa pensa Jordan mentre siede con le spalle al muro e le braccia buttate sul pavimento, i palmi delle mani all'insù e gli avambracci che sembrano una mappa geografica. Jordan che muore in un buco della città ventosa. Che non é Chicago. Anche se sarebbe bello se lo fosse, pensa Jordan. Chicago, la patria del blues. Bello morire a Chicago. Bello morire, vero Jordan?
La sente, sta arrivando. Respira a fatica, Jordan. La bocca aperta, ed il rivolo d'aria che arriva ai polmoni. Le pilloline, Jordan, le pilloline. Le pilloline ti fanno correre, le pilloline ti fanno rallentare. Volevi correre come il vento, Jordan. Ti alzi, ti trascini verso il comodino. Che almeno suoni qualcosa di significativo, se proprio debbo morire, pensi. E come darti torto.
Me And The Devil Blues, pensi. Ottima scelta, Jordan. Quante volte l'hai suonata. Quante volte l'hai fatto aspettare, il diavolo. Quante volte ti ha sussurrato all'orecchio, Jordan. Si, più a fondo. Ancora. Un'altra volta, Jordan. fallo. Questo, ti diceva. "Stamattina presto hai suonato alla mia porta, io ho aperto e ti ho detto "Ciao Satana, credo sia tempo di andare". Così cantava Robert Johnson. Quante volte l'hai suonata, Jordan. La Fender Mustang rossa, l'amplificatore foderato in tweed, uno sgabello ed il piede a battere il tempo. Eri bravo a tenerlo, il tempo. E adesso ti sfugge tra le dita. Povero, sfortunato Jordan.
Jordan che cerca l'abbraccio caldo, Jordan che cerca il tepore chimico, Jordan con un missile nelle vene. Jordan che vuole solo un altro po' di tempo. Solo un altro po'.
Non è ancora tempo di Me And The Devil Blues, pensa Jordan.
Non è ancora tempo di Me And The Devil Blues, dice Jordan.
Si avvicina al giradischi, sorretto dal muro scrostato e macchiato di sangue. Un graffito, quel sangue che esce dalla sirigìnga, dritto dritto sul muro. Marrone scuro. Scrurissimo. Si avvicina al giradischi. Niente RObert Johnson e Me And The Devil Blues. C'é All Along The Watchtower. Jimi Hendrix. Ottimo, pensa Jordan. Non potevo chiedere di meglio.
Guarda l'orologio. E' quasi mezzanotte, di un giorno qualsiasi del 1982. Se arrivo a domani ce la faccio, pensa Jordan. I quattro minuti di All Along The Watchtower e sono salvo. Jordan pensa. La testa fa male. Il respiro manca. Il cuore scoppia. Ma quattro minuti, cazzo. Quattro minuti per arrivare a domani. Solo quattro minuti. E poi avrò tutto il tempo che ci vuole per terminare quello che ho iniziato. Quattro minuti. E una pillolina. Di quelle che fanno rallentare. Anzi, due. facciamo due. Alza il braccio del giradischi, pianta la puntina sul solco. All Along The Watchtower. Jimi Hendrix inizia. Alzare il braccio e piantare la puntina lo trasporta dove non c'è dolore. Che cazzo di giustizia poetica, pensa Jordan. Che simmetria perfetta.
There must be some way out of here," said the joker to the thief.
Si che dev'esserci, pensa Jordan. Cazzo, se c'é. Cazzo se c'é.
"There's too much confusion, I can't get no relief.
Businessmen, they drink my wine, plowmen dig my earth,
None of them along the line know what any of it is worth".
Respira. La pillolina. L'altra pillolina. L'altra ancora. E la puntura, pronta sul comodino da mezz'ora, che aspetta solo un cenno di volontà. La puntura, si. Il braccio che si alza e la puntina che si pianta.
"No reason to get excited," the thief, he kindly spoke,
"There are many here among us who feel that life is but a joke.
But you and I, we've been through that, and this is not our fate,
So let us not talk falsely now, the hour is getting late."
Chissà chi cazzo é che canta tutte queste verità, pensa Jordan mentre si punge l'avambraccio. E quanto é evocativa. Quante verità in una canzone. Tutte le verità del mondo.
All along the watchtower, princes kept the view
While all the women came and went, barefoot servants, too.
Due minuti. Solo due minuti e poi é domani. Ce l'ho fatta. Ce l'ho fatta Satana. Dovrai aspettare, tu ed il tuo blues. La lancetta dei secondi. Corre, la lancetta dei secondi. Cazzo se corre. Un minuto. Trenta secondi. Poi venti. Poi dieci. E Jimi Hendrix che termina il suo assolo. Sono salvo, pensa Jordan. Eccomi.
Outside in the distance a wildcat did growl,
Two riders were approaching, the wind began to howl.
Mezzanotte. La lancetta dei minuti non va più avanti. Quella delle ore nemmeno. Mezzanotte. Solo quella dei secondi. Un giro. Due. Dieci. Cento. Sempre mezzanotte, la mezzanotte di un giorno qualunque del 1982. E' mezzanotte per sempre, pensa Jordan. Mezzanotte tutta la vita. Mezzanotte.
Là fuori, nei paraggi freddi, un gatto randagio ringhia. Due viandanti si avvicinano. Ed il vento inizia ad ululare.
giovedì, 07 giugno 2007
Sono le 13.30

Buon Appetito
martedì, 05 giugno 2007
Quando il segnale di "Occhei, potete slacciarvi le cinture di sicurezza ed andare tranquillamente a pisciare, a non farci precipitare adesso ci pensano le leggi dell'aerodinamica" di spegnersi non ne vuole proprio sapere, per una fottuta ora e mezza, per tutto un cazzo di tragitto Milano-Catania, vabbè, allora vuol dire che bisogna mettersi il cuore in pace e lasciare che le vicende seguano il corso che qualcuno ha deciso debbano seguire. Una situazione che mi ha fatto tornare alla mente in maniera preoccupante il segnale "Niente Panico, niente panico...Occhei, PANICO!" de L'aereo più pazzo del mondo, immercescibile colonna portante della mia formazione culturale giovanile.
Io lo detesto, l'aereo.
Preferirei farmi prendere a calci nelle palle con gli scarponi antinfortunistici piuttosto che che dovermi sorbire il check in, l'imbarco, la perquisizione, l'hostess che mi spiega come fare a sopravvivere con salvagente e maschera d'ossigeno in caso che si precipiti da diecifottutimila metri d'altezza, il bagaglio che non ho idea del perchè é sempre l'ultimo ad uscire dal nastro, il comandante che comunica con gli assistenti di bordo in inglese, sailcazzo perchè. Tutte 'ste cose qui. Probabile che c'entri il fatto che dal balcone di casa mia (secondo piano, tipo sei metri d'altezza) non mi sono mai affacciato perchè guardare sotto mi fa venire il timore che la ringhiera possa cedere o che il cemento che calpesto si possa sgretolare.
E insomma, l'aereo mi sta sulle palle. E gli aeroporti, quanto mi stanno sul cazzo gli aeroporti é una cosa che non si può spiegare a parole, non si può capire, vaffanculo. Che Marc Augè, che é un tipo che ce la sapeva, li chiamava nonluoghi.
Linate, come nonluogo, é perfetto. Sembra disegnato da Escher. Cerchi una scala e non la trovi, cerchi il cesso e le indicazioni ti fanno arrivare tipo a Varese, vorresti imbarcarti e finisci dentro uno Spizzico. E poi é buio, vaffanculo. Piazzateglieli, due neon in più. C'era anche Franco Battiato, che ho incrociato tre o quattro volte, che si aggirava con sguardo interrogativo e smarrito. E si che lui l'aereo da Linate l'avrà preso un fottìo di volte. Alla quarta volta che l'ho visto, procedeva gobbo e si teneva il pacco con una mano. Probabile che si stesse per pisciare addosso cercando di interpretare la direzione da seguire per raggiungere l'omino e la donnina che segnalano l'esistenza dei cessi. Prima avanti, poi a destra, poi avanti, poi di nuovo a destra, poi a sinistra, poi torna indietro, poi passa da imprevisti e probabilità, poi avanti, poi a sinistra, poi basta. C'è il confine con la Svizzera. E non si piscia. Simpatica anche l'usanza di virare di centottantagradi giusto trenta secondo dopo il decollo, quando i coglioni sono pesantemente calamitati al pavimento dell'aereo e lo stomaco cerca di fuggire dal buco del culo. Uno spasso.
L'atterraggio a Fontanarossa é quasi più divertente. Si attraversa mezza provincia di Catania, si arriva ad Enna, si devia per Caltanissetta, si puntano Siracusa e Ragusa e poi si torna indietro, cercando possibilmente di non sbattere contro l'Etna. Il tutto in venti, trenta minuti di costante e lenta, lentissima perdita di quota, finchè ad un certo punto la carlinga dell'aereo inizia ad abbattere le antenne delle case che si incontrano, e un povero stronzo come me non sa se si stia effettivamente per atterrare o per schiantarsi al suolo con un angolo d'impatto ridicolamente basso, praticamente parallelo al terreno.
Da pisciarsi dalle risate, proprio.
E il fatto che, appena atterrati, ci abbiano fatto aspettare una ventina di minuti in pista perchè c'era un mezzo dei vigili del fuoco intento ad innaffiare i motori di un cazzo di apparecchietto da turismo con le fiancate decorate nell'inconfondibile colore di bruciacchiato, ecco, non é che abbia fatto aumentare la mia fiducia nei confronti del trasporto aereo.
Perchè il metallo pesa più dell'aria, non ci sono cazzi. Ed il fatto che un aereo non precipiti per me è inspiegabile magia. Nera, probabilmente.
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