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venerdì, 30 novembre 2007
 

La giustizia é una di quelle belle parole che vengono usate sempre a sproposito, che vengono sempre distorte, che vengono spiegate come vessilli svolazzanti a secondo della direzione del vento, che vengono piegate per giustificare spesso il loro esatto contrario. Ed infatti le utilizzano i molto furbi ed i molto sciocchi.

Diffidate da chi dice che la giustizia non deve diventare un'ossessione. Non lo sarebbe diventata se fosse sempre stata tutelata, la giustizia, non violentata, presa a sputi e lasciata a sanguinare sul marciapiede. Non sarebbe un'ossessione se fosse sempre stata il faro sa seguire, piuttosto che l'avversario da annientare, da negare, sul quale fare cadere la damnatio memoriae. Senza nemmeno l'onore delle armi.

Diffidate da chi dice che la verità non sta mai da una parte o dall'altra. La verità non sta mai nel mezzo. Nel mezzo ci stanno le opinioni. La verità, come diceva Walter Sobcheck ne Il Grande Lebowski é una linea tracciata sulla sabbia. E Walter Sobcheck in quel film assomiglia pericolosamente a come Ron Asheton é diventato in realtà, al netto dei capelli un po' più lunghi. E se permettete, io di uno che assomiglia a Ron Asheton mi fido ciecamente.

 

(In memoria di Graziella Campagna)

 

Garantisce Mister TheGoblin | novembre 30, 2007 17:21 | commenti (4)


sabato, 24 novembre 2007
 

C’è una di quelle sciroccate, stasera. Di quel vento tagliente e pure caldo, che coccola ma dà fastidio, che rompe i coglioni ma quando manca fa venire la nostalgia. E’ un vento bastardo, lo scirocco. E’ un vento psicotropo. La città ventosa. Questa spaventosa città ventosa.


C’è il triste e solitario bicchiere di vino, invece dei parecchi white russian che meriterei. Uno solo. Triste e solitario. C’è Avvidiri e Stravacco e Simone, e ci sono pure io. Ma è come non ci fossi. E’ lo sicrocco, mi dico, che mi porta lontano. Dritto nel cuore della spaventosa città ventosa.

Ci sono i due polacchi con la faccia simpatica ed il fare ridanciano al distributore automatico di sigarette, che si industriano ad estorcere monete a Stravacco che sacramenta di fronte alla macchinetta che rifiuta di collaborare. “Capo di squadra”, lo chiamano, tra una botta di “curva” e l’altra, e riescono a spuntare un paio di euro. Hanno il viso di chi se ne fotte. Va tutto bene, non ci sono problemi. Hanno la faccia di chi il peggio l’ha già passato, e di quello che verrà non gliene fotte più granchè. Il peggio è passato. “Ciao capo di squadra”, e tendono il cappellino al prossimo che avrà l’ardire di tentare di continuare a ficcare soldi nella macchinetta esigendone nicotina in cambio.

 

Questa città ventosa è un utero frigido, che ti abbraccia ma non ti fa sentire calore. Si bagna, si eccita, ma non arriva mai al quaglio. Cammino con le mani in tasca e la musica nelle orecchie, un venerdi sera di quelli ventosi, fendo lo scirocco, alzo il colletto e cammino. Per strada c'é la fila di auto. Per andare a divertirsi., credo.

C’è il marciapiede lastricato con la pietra di Modica, quella bianca, quella che di giorno a calpestarla riempie il cuore. C’è la luce gialla dei lampioni, e le auto che vanno tutte in direzione opposta alla mia. C'é la Madonnina che mi guarda. C’è il mare che spumeggia, e la Dodge Viper rossa dell’imprenditore che alle undici e mezza di sera è ancora lì, a lavorare, a spostare boe e muovere pontili per evitare che il mare rompa troppo i coglioni alle barche che ospita. Lavora, si sporca mani e abito, alle undici di sera, e infatti è l’unico imprenditore il cui titolo sulla carta intestata non risulti grottesco, da queste parti. C’è il barbone che dorme sulla panchina della passeggiata, incassato tra il muretto, il giaciglio di cartone e due coperte militari. Non è venerdi, per lui. Non è mai venerdi, per quelli come lui. Continuo a camminare e midomando cos'é che l'ha portato nella città ventosa. Quale bagaglio di speranze, quale disperazione. Poi mi perdo nella musica. E cammino. Non mi dò mai le risposte che cerco.

 

Sta cambiando, questa città. Le facce non sono più le stesse, le vite non si appartengono più. Non le appartengono più. Ci sono gli alberi della passeggiata piegati sotto le sferzate dello scirocco. Ho il passo veloce, sudo, quasi. Non c’è freddo. Non c’è caldo. La luna é un faro sfocato dietro la coltre di nembi sfilacciati. Mette un po' d'inquietudine, a vederla così, contro la schiuma del mare.

Ci sono i camionisti che aspettano pazientemente il loro turno per imbarcarsi. Mi guardano. Li guardo. Ho la musica nelle orecchie. Più vado avanti e più mi sento come fossi alla resa dei conti. Di cosa, non lo so. Ma è una resa dei conti. Come la parte di mezzo di Don’t Let Me Be Misunderstood (quella vera, quella da dieci minuti e mezzo), quando parte il battito di mani e subito dopo arriva la parte strumentale, con la chitarra flamenco prima ed i marosi di Mellotron a spadroneggiare poi. E infatti Tarantino, che è si un paraculo, ma soprattutto è un geniaccio dall’inarrivabile buon gusto, l’ha usata nella scena del duello tra Beatrix Kiddo e O-Ren Ishii. Gente di un certo livello. La Vestfold parte dalla rada San Francesco. Il mare è brumoso, e pare che si incazzi ad essere solcato. E sputa schizzi di schiuma bianche che si alzano di metri.

 

Se avessi adesso la chitarra a portata di mano suonerei una di quelle melodie sinistre, col tremolo, come Link Wray. Di quelle che ogni ombra fa paura, ogni angolo nasconde un segreto, ogni porta un mistero. Fuzz powered state of psychosis. E continuo a camminare, e lo scirocco fischia, ed i lampioni si spengono. Cammino nell'oscurità. Oh yeah. Una metafora del cazzo.

 

Ci sono i rumeni che si sono arrangiati a dormire nelle macchine abbandonate. C’è il lungomare che ormai appartiene a loro. Sembrano i morlocks che George Wells descriveva ne La Macchina del Tempo. Si aggirano nel buio, entrano ed escono dalle auto, avvolti nelle coperte e negli stracci anneriti che li proteggono dal mondo. Sono il loro scudo. E la nostra barriera. Sono la nebbia che ci impedisce di guardarli, che ci fa distogliere lo sguardo, che ci fa sfocare la vista, che ci fa puntare qualcos'altro all’orizzonte, imbarazzati. Che ci fa cambiare marciapiede quando li incrociamo. Qualsiasi cosa, pur di non fermare nelle pupille quelle immagini disperate. Di umanità alla deriva. Che poi il senso di colpa ti rimane addosso come quella strana sensazione di sporco. Di contaminato.

Cammino col passo svelto e le mani in tasca. La strada buia. Gli operai che rifanno le strisce per terra. I lampioni si riaccendono. Arrivo al parcheggio vuoto, scuro, spettrale, dietro la villa. Talmente lugubre che non ci viene mai nessuno, ad imboscarsi. Nemmeno a drogarsi. Lo scirocco ulula tra gli alberi. Lo sento anche attraverso la musica, che martella nelle orecchia da quaranta minuti abbondanti. Potrei camminare per giorni, adesso. Nessuna stanchezza, niente dolore, niente pensieri. Niente di un cazzo. Solo io e la città ventosa, in un parcheggio buio e brutto come ilpeccato. Uno sfregio al viso delll città ventosa. Uuno tra i tanti che ha subito. Un cazzo di parcheggio di fronte al mare. In fondo, sola, c’è la macchina di Medusa.

 

E’ il ventre malvagio della città, questo. Il posto dove nasconde i suoi peccati. Le maledizioni, le verità inconfessabili. Lo scirocco mi dà i brividi. Lo scirocco mi fa sudare. E’ il luogo dove viene a confessarsi, la spaventosa città ventosa. Nascosta tra gli alberi. Celata alla vista della sponda di fronte. Che occhieggia lì, davanti, col mare nel mezzo.

Questa città è un utero frigido, ma in fondo, se la sai capire, se sai come volerle bene, ti ama come nessuno farà mai. Mi assomiglia, la spaventosa città ventosa. Ha fatto di me quello che sono. E non potrei essere nato da nessun’altra parte. La città ventosa che mi accoglie. Che fa l’amore con me. Ed io qui, a camminare e cantare a testa bassa e voce alta, e gli indici puntati contro, gli indici della gente che in macchina percorre la mia stessa strada, al contrario, e va a divertirsi. Con l’indice puntato contro, come lo straniero vestito di cilicio che arriva a predicare con il fuoco negli occhi e l’apocalisse nella parola. E lo prendono per matto, e gli tirano le pietre.

 

C’è il mare che si muove forte, e si lamenta, e c’è lo scirocco che ulula e soffia. La luna piena. E i cani randagi che abbaiano. Sono lontani. Ma arrivano, prima o poi.

 

 


Garantisce Mister TheGoblin | novembre 24, 2007 03:40 | commenti (15)


giovedì, 22 novembre 2007
 

THE FINE ART OF TWIDDLING THUMBS.

Mentre scrivevo, Franco Battiato suonava Delenda Carthago, Johnny Cash suonava I Walk The Line, Folsom Prison Blues e Ring Of Fire, i Jesus and Mary Chain suonavano Just Like Honey, i Lords Of Altamont suonavano Knock Knock, i Died Pretty suonavano Mirror Blues, i Cryptkeeper Five suonavano Gimme Gimme Your Heart, i Man Or Astroman? suonavano Interplanet Janet ed i Morlocks suonavano You Mistreat Me.

Mentre rileggevo, i Moby Grape suonavano Omaha ed i Birdmen Of Alkatraz suonavano April Dancer.

Mentre correggevo Bob Dylan suonava Shelter From The Storm, Hurricane e The Ballad Of A Thin Man, i Creedence Clearwater Revival suonavano Have You Ever Seen The Rain?, Buddy Guy suonava Poison Ivy ed i Cramps suonavano Route 66.

Mentre riflettevo sul significato intrinseco, subliminale, ultimo, inconscio e esegetico di questo post, i Rolling Stones suonavano tutto Exile On Main Street, dall'inizio alla fine.

Garantisce Mister TheGoblin | novembre 22, 2007 17:57 | commenti (4)


lunedì, 19 novembre 2007
 

Albeggiava, su quell'autostrada.
Albeggiava mentre tornavo a casa. Una bella serata, una bella nottata. Molte belle nottate. Insonni, perlopiù. Si, belle serate.
L'autunno che incombeva, gli Strokes appena usciti sul mercato. Hard to explain per decollare, Trying your luck per tornare con i piedi per terra, che non siamo mai stati snob e gli Strokes nonostante i blablabla parlavano, sapevano parlare. E gli Hellacopters. Ed i Gluecifer. Ed i  Mooney Suzuki. E Radio Birdman. E pure i Clash. Che quelli non possono mancare mai.

Ricordi come la chiamavamo? Una faccenda che non sta in piedi, la chiamavamo. La sensazione ineluttabile che qualcosa dentro stesse per cambiare, che niente sarebbe stato lo stesso, questo, pensavamo che fosse, senza imbarazzarci, senza vergognarci, senza che ci venisse il rosso in faccia mentre ce lo confessavamo, che solo se ce lo fossimo scritto sul diario Linus avrebbe potuto essere più chichè.

La verità é che niente é mai lo stesso.
I Misfits ed i Pantera nello stereo, nell'altra stanza, a urlare alle cinque di mattina. Che allora si poteva, di urlare assieme al live dei Pantera. Allora si poteva urlare. Direi che si doveva, ma mi tengo sul possibilista.
Una di quelle vicende nate che già sono morte, e mantenute in vita a forza, con furia, con ferocia, con disperazione. Contro tutto. Con l'autunno che allungava la sua ombra.

Ricordi? O hai cancellato tutto? Ritorni a quell'autunno con nostalgia ed un sospiro che mascheri mentre nessuno ti vede, o scacci via il pensiero con fastidio, roteando gli occhi e sbuffando? Ricordi. Lo so, che ricordi. E' che la musica è bastarda, e galeotta, e tocca tasti che non dovrebbe toccare.

Ricordi, quell'autunno? Quell'autunno piovoso e rigido, e noi che di freddo non ne sentivamo mai. Ma vedevamo le ombre allungarsi su tutta la vicenda. E l'ombra dell'autunno non é mai piacevole.
Albeggiava, su quell'autostrada, ed io avevo tutti i sensi all'erta, nervosamente lucidi, fastidiosamente pronti, preludio al tracollo verticale che mi avrebbe colto in meno di un'ora, quando invece avrei avuto solo bisogno di quello stordimento liquido nel quale navigavo quando ancora il crepuscolo non aveva illuminato il cielo scuro.
E tu mi rompevi i coglioni puntualizzando il fatto che il crepuscolo, per definizione, fosse quello pomeridiano. Prima di ricominciare a volerci. A cercarci, nel buio. Ricordi?

Ed i Grant Lee Buffalo che mi accompagnavano mentre tuffavo il muso dell'auto contro l'alba.
Volevamo e non potevamo. Ricordi, vero?
Volevamo e non potevamo, quando ancora era il tempo dei segreti e delle confessioni e delle notti senza dormire che si concludevano coi crepuscoli sull'autostrada, con le giornate a pupille a capocchia di spillo, occhiali da sole e altre nottate in attesa del crepuscolo.
Al buio. Coi fantasmi che mi inseguivano, ed io che li tenevo sott'occhio dal retrovisore. Che di inseguirmi non si stancavano mai. Hellhound on my trail sarebbe stata la canzone perfetta. Ma ascoltavamo gli Strokes ed i Misfits, e per Elvis non c'era spazio.
Ero stanco e stavo bene. Ero devastato e non avrei potuto chiedere di meglio. Avevo abusato di me e non mi domandavo mai scusa. Bello.

E poi é finita. Siamo cresciuti. Siamo diventati consapevoli. Siamo diventati maturi. E non era più tempo di giocare. E gli Strokes hanno fatto sempre più cacare. E gli Hellacopters si sono sciolti. Ed il chitarrista dei Pantera é morto. Gli hanno sparato. Pensa tu, che destino del cazzo. E insomma, il tempo passa per tutti.

L'autostrada, quella c'é sempre. Anche l'autunno, arriva sempre, più o meno puntuale. E le ombre, quelle si, rompono il cazzo come al solito. E, sospetto, rendano un po' troppo nostalgici. Quanto a me, non mi capita più di seminare fantasmi quando all'orizzonte albeggia, e l'autostrada mi accoglie come un utero caldo, accogliente. narcotico. Non la percorro più.

Ma succederà. E sarà bello come é sempre stato. Sai, anche senza di te.


Garantisce Mister TheGoblin | novembre 19, 2007 18:12 | commenti (4)


martedì, 13 novembre 2007
 

Gaudeamus Igitur

E' nato Oceano Elkann.

Oceano.

Bel nome, complimenti ai genitori.

Trent'anni di lavori forzati, vi meritereste.

A spaccare pietre sulla Salerno - Reggio Calabria.

Altro che Oceano.

Poi dice il bullismo, la delinquenza minorile e l'età media dei tossicodipendenti che s'abbassa.

E grazie al cazzo.

Lapo ha aspettato ventottanni per abusare di sostanze psicotrope. Per l'incolpevole nuovogenito prevedo l'ingresso nel dorato mondo degli elefanti effervescenti il giorno stesso in cui avrà contezza del suo nome. E' vero, le colpe dei padri non dovrebbero ricadere sulla progenie, ma Oceano, echeccazzo, dai.

Questa é roba da "Il villaggio dei dannati".

O da "I figli del grano".

La sua vendetta sarà tremenda, sappiatelo, Jaki e Lavinia.

Sappiatelo.

 

E comunque, tanto per entrare in modalità dannunziana, "avevo ragione io".

 

Garantisce Mister TheGoblin | novembre 13, 2007 19:06 | commenti (13)


lunedì, 12 novembre 2007
 

Ho cominciato una domenica mattina di una decina d'anni fa, a farmi domande.
A ragionare se fosse ancora il caso, a chiedermi se ne valesse la pena, psichedelicizzato e annichilito dal fumo passivo di centinaia e centinaia di canne su un pullman di quelli da trasferta, in un luogo imprecisato tra Messina e Nardò, o Messina e Tricase, o Messina e qualche assurdo posto nel buco del culo della Puglia, mentre viaggiavo alla volta di un luogo che non riuscirei ad identificare sulla carta geografica con gli anfibi, i pantaloni militari, la sciarpa al collo e la testa pesantissima, per seguire le gesta di una squadra lanciata, lanciatissima, per la quale perdevo sonno, soldi, pezzi di corde vocali e domeniche intere, in casa o in giro per il mezzogiorno d'Italia, quando il Messina era in serie c2.
Vedi tu quello che ti fa fare il tifo.
Ho iniziato a farmi domande, a ragionare se fosse ancora il caso, se ne valesse la pena, quando al grido del capoclub "all'autogrill pranzo a sacco", dal fondo di quel cazzo di pullman si è alzata una voce sui cori, che gridava pressappoco "a sacco? A saccheggiooo!". Ecco. Quello é stato l'esatto momento. Arrivare all'autogrill e saccheggiarlo, l'obiettivo era quello. Non il tifo, la squadra, la classifica che sorride, l'avversario abbordabile o i tre punti pregustati. Il saccheggio. Per imporre il potere, il controllo sul territorio, la firma. Come i cani che pisciano sui muri, per rivendicarne il possesso. Vedere gente uscire con le tasche piene di roba non pagata, di roba rubata e gettata via così, tanto per il gusto di fotterla e basta, vedere gente che, in mancanza di altro da fottere non aveva trovato di meglio che salire sul pullman con una pianta con tanto di vaso verde, tanto per avere potuto poi dire di aver saccheggiato anche lui. Il pranzo a saccheggio.


Ho continuato una domenica di sei anni fa, a farmi domande.
Una domenica in cui andava in campo la mia squadra, e spareggiava con l'avversaria eletta, il Catania, per un posto al sole della serie B, dopo un campionato da non credere. Ho continuato a ragionare se fosse ancora il caso, a chiedermi se ne valesse la pena, quando ho visto un ragazzo della mia età stramazzare al suolo dopo essere stato colpito da una bomba carta, a trenta metri dal mio posto. E morire dopo dieci giorni di agonia. E quello che ho sentito, ancora prima delle lacrime o del cordoglio, é stato "vendetta".
Ecco. Quello é stato l'esatto momento.
Vendicare il martire, colpire il nemico perchè sangue chiama sangue, cercando di ignorare il fatto che le bombe carta andavano e venivano, da un lato e dall'altro. E che il fatto che sia morto solo Tonino Currò è stato un miracolo. Morto senza un colpevole, senza un assassino, ma con cento perchè. E prima delle lacrime c'era il desiderio di vendicarlo.


Ho proseguito una sera di fine luglio del 2005, a farmi domande. Quando mi sono scoperto a chiedere a me stesso "ma tu che cazzo ci fai qui", in mezzo a cinquecento persone, a bloccare i traghetti, a isolare lo Stretto di Messina perchè il Messina non era stato ammesso all'iscrizione del campionato di serie A. "Ma tu che cazzo ci fai qui", mi sono detto, quando questa città sta morendo, quando i problemi la stanno divorando, quando una manifestazione di questo tipo per una ragione seria non si è mai vista, e si che di ragioni per bloccare lo Stretto ce ne sarebbero mille ed una, puttanaeva.  Questo mi domandavo, e non mi sapevo rispondere. E mi allontanavo, vergognandomi di me stesso. Vergogna che ha raggiunto il culmine quando un paio di ultrà hanno iniziato a prendere a calci una di quelle navi alle quali volevano impedire l'attracco. Prendere a calci una nave, che il massimo che puoi pensare di ottenere è una frattura al piede. Non di certo un danno alla nave.
Ecco.
Mi vergognavo per loro e mi vergognavo il doppio per me, che con questa massa di decerebrati non volevo averne niente a che fare e con i quali invece avevo involontariamente diviso pullman, treni, gradinate e cori. Col branco, con i pranzi a saccheggio, con i play off di serie c1 finiti a lanci reciproci di bombe carta, con morti e proclami di vendetta.


Ho terminato una sera di un venerdi di febbraio del 2007, di farmi domande, con lo sguardo attonito di fronte al corpo di un ispettore di polizia per terra, esanime, morto, ucciso da non si sa chi in circostanze confuse. Ho smesso di farmi domande mentre mi sono ritrovato accecato dai fuochi, annebbiato dai lacrimogeni, confuso dai rumori, impaurito da un'umanità allo sbando, alla ricerca del nemico, del suo sangue. Io che ero di fronte al televisore. Io che me l'ero cavata non si sa come, per anni, pur trovandomi in mezzo agli scontri, alle cariche, alla calca, nelle trasferte a rischio e nei saccheggi agli autogrill, in casa e fuori, abbassando la testa, nascondendo la sciarpa e cercando di non farmi acchiappare quando le cose si mettevano male ed i numeri non mi consentivano altro che una fuga bella veloce. Ho smesso di farmi domande. Ho smesso di darmi risposte che equivalevano, più o meno, ad un dolorosissimo dito nel culo. Basta, ho chiuso. Mi tiro fuori, ho sentenziato, affranto ma consapevole. Non fa più per me.

I fatti di ieri li ho appresi con calma serafica ed epicureo distacco. Un mondo che mi sembra lontano diecimila anni luce, di polizia che spara ad alzo zero, di gente che va in trasferta e non torna più, di ultrà che assaltano commissariati e caserme, e di agenti che emulano Charles Bronson. "Messinesi?? Giochiamo alla guerra?" me lo sono già sentito dire, da venti persone, e noi eravamo in tre. E non è piacevole. Non é piacevole nemmeno per il cazzo. Le manganellate sulla schiena me le sono beccate, senza sapere perchè e percome. E nemmeno questo é piacevole.
E quindi fate il cazzo che volete, io mi tolgo dalle palle. E' tutto vostro, il campo. Non lo capisco più, a che gioco stiamo giocando.
Però la ragione, quella lo so, da che parte sta. E non è incappucciata, nè ha spranghe e bombe carta, e non spara ad altezza uomo, non ci sono cazzi.

Forza Messina, sempre. Ma a modo mio. Quei colori giallorossi li porto qui dentro, e non sbiadiscono mai. Mai.
Ma non permetterò mai più loro di insultare la mia intelligenza.

 

Garantisce Mister TheGoblin | novembre 12, 2007 18:41 | commenti (7)


giovedì, 08 novembre 2007
 

A conoscerlo, conoscerlo davvero bene, tutto quello che serve sapere nella vita lo si trova nelle parole di Bob Dylan.
Espresso, tra l'altro, esattamente nella forma in cui lo esprimerebbe uno che sa certe cose, che te ne mette al corrente, che ha contezza di ciò di cui parla (virtù, questa, oggi sconosciuta ai più), e che soprattutto non ti scamoscia le palle con prediche non richieste e solfe non gradite.
Semplice, diretto. Puro.
Che sembra poco, ma certe volte, quando tutto quello che desidereresti é un minuto di silenzio assoluto, un minuto di respiri profondi, un minuto senza dover per forza ascoltare stronzate a bufera, ecco, in quei momenti vorrei trovare le parole con la facilità con le quali Bob Dylan ti si para davanti e le snocciola, senza toni accondiscendenti, senza mellifluità gratuite, senza rancore livoroso. Così, asciutte.

Perchè le parole hanno forza.
Le parole hanno significato.
Le parole non andrebbero mai sprecate, mai elargite a caso.

Bob Dylan non l'ha mai fatto. Indipendentemente dal fatto che la musica ti piacesse o meno. Dal fatto che lo si trovi trascurabile o, al contrario, quasi fisiologicamente indispensabile.

E quando il gioco delle parti si fa insostenibile, quando l'uomo di Cro-magnon che tengo nascosto qui dietro, nei recessi del cervello per i quali quel milionicino di anni di evoluzione non é valso ad un beato cazzo, quando sento che gratta con le unghie per uscire fuori e farsi giustizia come si faceva una volta, con le viscere dell'avversario penzolanti dalle fauci, ecco, in quei momenti darei il coglione destro per averlo qui di fronte, Bob Dylan, con quella vocina nasale e, diciamocelo, anche abbastanza irritante. Perchè mi dica cosa fare. Perchè mi indichi la via. Perchè mi convinca che uccidere qualcuno in fondo in fondo potrebbe non essere la migliore delle soluzioni. O forse si.


I'm not there, mi direbbe in questo istante Bob Dylan.
Io capirei
E lo ringrazierei.

Altrimenti mi toccherebbe alzarmi dalla sedia, uscire dalla mia stanza, entrare di là e far inghiottire i denti a qualcuno, prima di sacrificarlo sull'altare dei miei coglioni enormemente provati dalla sua riprovevole condotta esistenziale e lavorativa, cercando tuttavia, senza speranza di riuscirvi, quel minimo di  raziocinio che potrebbe evitarmi il poco nobile gesto di pisciare sui cadaveri maciullati di una serie di incredibili teste di cazzo, per le quali il molto non é mai troppo ed il troppo non é mai abbastanza, soprattutto quando quel troppo non si ha idea di cosa sia e dell'immane culo che necessita affinchè sia portato a termine. Soprattutto quando con quello stesso troppo che non é mai abbastanza non ci si é mai dovuti confrontare, dal momento che una serie di pompini ben piazzati hanno fatto tutto lo sporco lavoro, tempo fa.
La normale dialettica lavorativa, praticamente, declinata secondo il mio umore e con variante di giramento di cazzo terminale e di sempre meno pietà per il genere umano direttriceforme.

Perchè mi tocca vivere dieci ore al giorno tra poverinismi, pezzalculismi, mezzoseghismi e tutti i cazzo di ismi del mondo emerso, quando tutto quello che vorrei é una Hurricane, una Tombstone Blues, una Stuck inside of mobile with the Memphis blues again, una Ballad of a thin man, una My back pages, una Don't look back, una Desolation row qualsiasi che mi indichi la via e mi stoppi la mano che correrebbe volentieri alla clava, che mi disarrovelli il nodo in gola e mi riapra le sinapsi, anche forzandole col piede di porco.
Perchè a furia di bestemmie non é che poi si giunga poi lontano. E che 'ste cose accadano dovunque ci siano più di due persone ad una distanza inferiore ai dieci km, beh, é una di quelle consolazioni del cazzo che Bob Dylan non si sognerebbe mai di portare come argomentazione in risposta ai miei desideri di genocidio, desideri talmente sanguinari che Adolf Hitler in questo momento impallidirebbe.
E poi, diciamocelo, uno che porta i Wayfarer solo di poco peggio rispetto a come stanno a me, checcazzo, come volete che non gli si dia ascolto?

I'm Not There.

I'm Not There

I'm Not There.

E così via, per un milione di volte.

E chi non é con me é contro di me. Evvaffanculo.

 

Garantisce Mister TheGoblin | novembre 08, 2007 18:02 | commenti (6)


lunedì, 05 novembre 2007
 

C'é quel piacere sottile del tarlo che rode l'anima, della malinconia della domenica pomeriggio col sole che tramonta alle quattro, che si fa strada dentro le sensazioni e lascia così, un po' allibiti e con un a pesantezza esistenziale che di provarla dovrebbe essere vietato a chiunque non abbia più diciassette anni.

Dovrebbe. Ovvio che, invece, non é. Passi per i sei giorni della settimana durante i quali il costante e perpetuo martellamento di coglioni delle convenzioni sociali ti obbliga a non poter guardare il cielo che si rabbuia alle quattro e mezza senza farti sentire un disadattato, ma la domenica, cazzo, la domenica no.

Quando una, due volte l'anno arriva quel senso da Lazy Sunday Afternoon che cantavano gli Small Faces. Il rallentare, e seguire il ritmo che impone il pensiero, quel Close my eyes and drift away, Close my eyes and drift away al termine del ritornello, quel respiro a pieni polmoni nel primo pomeriggio, le mani in tasca ed il colletto del giubbotto alzato, e gli occhiali da sole che probabilmente non servono più, e le nuvole che si ammassano e sono bianche, pigre e assolutamente non minacciose.

La visione del mondo nell'aria tersa, nel cielo metà azzurro metà grigio, nel sole che é tramontato e nel primo freddo umido. La visione del mondo che per una volta, nell'oziosa domenica pomeriggio, ti è amico. E con gli amici ci si sta bene.

E lasciarsi andare, ed abbassare la guardia, e allentare la mascella digrignata venti ore al giorno. Perchè There's no one to see me theres nothin to say, And no one can stop me from feelin this way. E aspettare la sera, aspettare che arrivi il buio alle cinque e qualcosa, attendere l'indomani, ed i ritmi frenetici e le rotture di cazzo e la pace frantumata a martellate, i pugni stretti e la bile, gli occhi iniettati di sangue ed il sonno disturbato. Ma domani. Perchè adesso è Lazy sunday afternoon, I've got no mind to worry, Close my eyes and drift away, close my eyes and drit away, close my eyes and drift away.

Ce la sapevano, gli Small Faces.

 

Garantisce Mister TheGoblin | novembre 05, 2007 18:46 | commenti (2)
 

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Fuori due.

 

Avanti col prossimo.

 

Garantisce Mister TheGoblin | novembre 05, 2007 18:44 | commenti (2)



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