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mercoledì, 26 dicembre 2007
Ad esempio, alle due di pomeriggio, oggi, per la strada c'erano solo Bop, Stravacco e due o tre cani randagi.
Alla disperata ricerca di un bar aperto, per un caffè che potesse alleviare la sofferenza concettuale derivata dalla maledizione apparente di dover lavorare quando tutto il resto del mondo si gratta i coglioni e si prepara allo sciollero notturno.
Che però é una maledizione solo apparente, perchè quando i telefoni non squillano, gli stronzi incolonnati non suonano i clacson compulsivamente, i baitti non scassano la minchia con le loro automobiline del cazzo con gli sterei da centomilioni di watt, che dio li stermini tutti, quando nessuno ti rompe i coglionacci, quando i cacaminchia non chiamano per lamentarsi o implorare o questuare o minacciare, in genere si tende a lavorare con la serenità d'animo dei papi. I più illuminati tra i papi, intendo.
Che tra l'altro oggi c'è un sole accecante e un'arietta frizzante che sembra aprile, di quelle che ti massaggiano le tempie ancora pulsanti dagli eccessi e dai vizi delle sere precedenti, che ti abbracciano, ti prendono dalle spalle e ti guidano mentre gli occhi non ne vogliono saperne di restare aperti.
E normalmente, quando associo questo clima e questo sole con una scrivania tropo ingombra di carte, con QuarkXPress, con le seimilaseicento battute e con titolo e foto corrispondenti, invece che ai dodicimila giri, al casco nero sul giubbotto nero e sugli stivali neri, alle curve di quelle ce-la-faccio-oddio-non-ce-la-faccio, ecco, mi viene automatica un'altra associazione, quella tra una nota divinità monoteista ed il migliore amico dell'uomo. E invece oggi, incredibile, non lo faccio. Non lo faccio troppo, ecco.
Ma tutto sommato ci sono destini peggiori, e alla fine non è che debba propriamente spaccare pietre o estrarre carbon fossile, quindi non ho di che fare granchè il rompicoglioni. Resta il fatto che da più o meno le due e mezza di sabato si entra in modalità "alzate il volume a dieci e state indietro", che qui non si fanno prigionieri. E per essere la prima settimana di ferie da due anni e mezzo mi pare che di vizi arretrati da coltivare con una certa costanza e determinazione ce ne avrei anche parecchi. Che lo sciollero sia con me. E guai a chi si mette sulla mia strada.
E niente, volevo scrivere un post di matrice balcanicissima su quanto detesti tutto il creato, su quanto sia ingrato il destino e sulla rottura di coglioni di dovere sostenere il pil mentre voi stronzi non fate un cazzo e vi potete permettere di alzare il culo dal letto a mezzogiorno, il tutto infarcito di terrificanti sacramentate e arditi sperimentalismi della blasfemia, post che avrebbe sublimato tutte le emozioni in un nichilismo terminale ed in un fanculeggiamento senza attenuanti nè riserve.
Invece ne è venuta fuori una cosa tipo San Francesco, e mi rendo conto che probabilmente un poltergeist si è impadronito del mio computer e qualche arcangelo ha deciso di possedere il mio corpo, o qualcosa di altrettanto miracoloso ed inspiegabile, il che darebbe una risposta plausibile alla domanda cosa cazzo sia che mi costringe a scrivere periodi accomodanti all'insegna di una sostanziale fiducia nel mondo, una illuminante speranza in un futuro migliore e tutti cazzi di questo tipo.
Tutta roba che, spero ve ne rendiate conto, mi risulta di un autoumiliante che non riesco nemmeno a spiegarvi.
Speriamo che Stravacco smuova il suo pesante culo da tavola e si sbrighi a venirmi a prendere per cercare un altro bar, altrimenti chissà che cazzo potrei scrivere ancora.
venerdì, 21 dicembre 2007
Sarà che BrothellDom é in avvicinamento, sarà che il periodo è lui, sarà che non lo so che cazzo sarà, ma riemerge prepotente la necessità di riverbi cavernosi, tremoli sinistri, Farfisa Compact e Vox Continental gracchianti, voci mocciose e beatle boots, urla selvagge e foto male illuminate in bianco e nero.
E rispolvero il preziosissimo cofanetto Nuggets.
E riprendo dal fondo della pila di Cd i primi due dei Cramps.
E riesumo Fire of Love dei Gun Club.
E riporto in superficie i tanti volumi di Back From The Grave, Pebbles, High In The Mid Sixties, le Sun Sessions, le raccolte della Stax/Volt e della Motown.
E quando voglio darmi una spolverata di modernità non vado oltre i Mudhoney, i Lords of Altamont, i Miracle Workers, gli Hellacopters, i Birdmen of Alkatraz, gli Stomachmouths ed i Backdoor Men.
Ed i Sonics, che quando lia scolto di notte mi danno gl'incubi.
E gli Stooges. Si, gli Stooges. Che quelli non possono mancare mai.
E infatti non mancano.
E comunque, no, qualcuno prima o poi dovrà spiegarmela, 'sta cosa, questa necessità incontenibile di riascoltare i vecchi dischi garage, di tuffarmi a corpo morto in un'era che non mi appartiene, in un'atmosfera notturna, calda, misteriosa. Una cazzo di atmosfera oscura, ma non tetra, non saprei come spiegarlo meglio. E via così.
Che poi, a vederla bene, da spiegare non c'è veramente un cazzo.
Non c'è mai stato un futuro migliore di quello immaginato negli anni '50 e 60.
La verità é questa.
Sarà che quando babbo natale si fa vedere, ecco, se potessi chiedergli qualcosa in regalo probabilmente gli domanderei questo.
Portami dritto nello snodo temporale quando tutto ha cominciato ad andare a puttane. Portami lì, cosicchè io possa cambiare due o tre cose, e rimettere l'universo sui binari giusti. Quelli sui quali avrebbe dovuto viaggiare, se tutto fosse andato per il verso giusto. Il verso immaginato tra il 1956 ed il 1969.
Spiegamelo, babbo natale.
Spiegamelo tu perchè le cose sono andate così. Perchè di tutte le scelte che aveva davanti, questa cazzo di palla di fango putrescente ha scelto sempre la peggiore. Con accanimento matematico, con scientificità, con precisione chirurgica. Che di tutte le speranze nutrite quando eravamo ingenui e felici non ne è stata mantenuta una. E quindi siamo diventati cinici e ironici, potmoderni e pregni di understatement, vaffanculo al'ironia e all'understatement. Soprattutto all'ironia. Che per non guardarci allo specchio e sputarci in faccia siamo costretti a ricorrere all'ironia, al sorrisetto stentato ed idiota, agli occhi a mezz'asta di chi annuisce annoiato dopo aver visto tutto nella vita. Un paio di palle. Voglio il sarcasmo, io. L'ironia me la sbatto palle palle. E' un'invenzione postmoderna, l'ironia. E non tiratemi in ballo Pirandello che vi vengo a cercare a casa, vi vengo.
Rivoglio il satellite Telstar, le chitarre Mosrite, il Rock'n'Roll, le grafiche optical, una nuova Altamont, la Kawasaki Mack IV 750 3 cilindri due tempi, Jackie Stewart, Ronnie Peterson, Mike Hailwood e Giacomo Agostini, le go-go dancers e Marlon Brando, il surf strumentale ed il garage punk, la Chevrolet Corvette, la Pontiac Firebird, l'Alfa Romeo Duetto e la Ferrari Dino, i Rolling Stones a metà tra l'era Brian Jones e quella Mick Taylor, Lee Harvey Oswald e Brigitte Bardot, la minigonna di Mary Quant e James Bond, l'unico, il vero, l'originale Sean Connery, Nixon alla guida degli Usa e "Gioventù bruciata", Peter Parker che sta con Gwen Stacy e Goblin che vuole fare il culo a tutt'e due, Patty Pravo e il Piper, gli amplificatori Marshall e Vox e la crisi di Cuba, la Los Angeles raccontata da James Ellroy, i 45 giri e la radio a valvole, la tv in bianco e nero e la luna come limite irraggiungibile.
E insomma, vaffanculo.
Non c'è mai stato un futuro migliore di quello immaginato negli anni '50 e 60.
lunedì, 17 dicembre 2007
E' venerdi pomeriggio. Le tre.
E' un pomeriggio freddo, uggioso, da stracazzacci da rimuginare solo per arrivare alla conclusione che no, non se ne esce mai. Di quelli che ti avvertono, guarda che non può succedere niente di buono, mettiti l'anima in pace. Levaci mano. Disarmante, ma onesto, un pomeriggio così. Almeno t'avverte prima. Parrebbe.
Invece.
Stivali da motociclista, di quelli pesanti. Il jeans blu inchiostro, con il risvolto alto. Il giubbotto di pelle nera. I guanti neri, anch'essi di pelle. I rayban Wayfarer. Neri. Neri anche i capelli. Una macchia colorata d'assenza di luce contro un cielo grigio acciaio.
Cammino, e chi mi incrocia cambia strada.
Cammino, e chi mi vede da lontano attraversa e prosegue sull'altro marciapiede.
Niente di rassicurante.
Un killer. Minaccioso, sinistro, inquietante.
Sguardo basso, scruto la strada. Incuto timore.
Oggi sono forte.
Oggi sono invulnerabile. Se prendessi a pugni un muro di mattoni potrei sbriciolarlo. Oggi sono invincibile. Oggi sono un superuomo. Cammino e sono invincibile.
Me la sento sucata.
Sucatissima.
Ho l'aspetto del killer. E pure lo sguardo, del killer. Ma non lo potresti vedere. Perchè é celato dai Wayfarer. E perchè non avresti il coraggio di sostenerlo, lo sguardo. Canto a voce bassa. Impercettibile. Canto The People In Me dei Backdoor Men.
La voce lontana, riverberata, disperata. La ritmica ossessiva, un maglio che percuote contro un caterpillar che sprofonda nel fango. La chitarre che si attorciglia su se stessa, come le spire di un serpente, uno di quelli velenosi. Il Farfisa che suona come il campanello d'allarme, l'avviso dell'apocalisse che si avvicina. The People In Me.
Ci sono troppe cose di me che non sai. E sospetto che nemmeno le voglia sapere. Meglio così. Non è mai bene sapere troppo di un killer. O di uno che sembra un killer, e che però riesce a deviare il percorso in linea retta della gente che li incontra.
Provaci tu, provaci.
E non è l'enorme mole di alcoolici che si allea coi succhi gastici che ho irresponsabilmente assunto, ed in questo momento tramano contro la forza di gravità e mi fanno volare a sei metri da terra, sarà che le ondorfine non riesco a contollarle e mi schizzano via impazzite lungo tutta la corteccia cerebrale, sarà che invincibile e invulnerabile e supereroe lo sono davvero.
Non è questa deviante abitudine che si é andata consolidandosi coi mesi, di alcoolizzarsi anche pesantemente a partire dall'ora di pranzo per poter affrontare di slancio il pomeriggio di lavoro.
Non é questo.
E' il sentirsela sucata, il punto.
Una faccenda che é assolutamente indipendente dal contesto, dalla situazione, dal luogo, dal qui e ora. Sentirsela sucata e guardare il mondo dritto neglio occhi. E ridergli contro. Di cuore, col ghigno che se lo vedi disegnarsi sul viso dell'avversario ti fa incazzare come un caino.
Sentirsela sucata e guardare l'universo dal'alto in basso. Immotivatamente. E respirare per una volta senza quello spaventoso senso di mancanza d'aria.
Sentirsela sucata e convincersi di essere immortale.
Sentirsela sucata. E nient'altro del resto che importi più.
Oggi invece piove, é una giornata così e sono qui che faccio l'esegesi del sentirsela sucata.
Chiaro, no?
lunedì, 10 dicembre 2007
Per ascoltare venticinque canzoni degli Zeke, dieci minuti sono più che abbondanti. Volano, gli Zeke, non corrono. Uno, due, tre diretti in pieno viso, poi è finita. E ne ricomincia un'altra. L'ideale, per questo pigro lunedi di sole e di temperatura che pare fine aprile. Che poi di pigro non ha proprio un cazzo.
C'é il fatto che sto cercando disperatamente qualcuno che abbia in cantina un organo Farfisa Compact (o un Vox Jaguar, o un Vox Continental) e che abbia voglia di sbarazzarsene a beneficio del sottoscritto, per esempio.
E 'sta cosa mi tiene sveglio la notte. Perchè sembra fatto apposta, ma quando si avvicinano i dieci giorni di sciollero natalizio, mi parte quel formicolio qui, dietro il collo, quello che mi spinge a frequentare i negozi di strumenti musicali più o meno come i tossici frequentano i giardinetti, nella speranza che possa accaparrarmi qualcosa, qualsiasi cosa emetta un suono. Specialmente se non so come cazzo si faccia a suonarlo. E insomma, due anni fa era toccato ad April Dancer di andare a fare compagnia alle sorelline, a questo giro é un Farfisa Compact. Che poi, ad essere proprio onesti, gli Zeke ed il Farfisa non c'è proprio un cazzo che li unisca.
Vabbè.
Il Farfisa Compact é quello in alto.
Rosso, possibilmente. Come quello di Jake Cavaliere dei Lords Of Altamont.
Fatemi sapere.
venerdì, 07 dicembre 2007
Una strada, lunga, tortuosa, che sale, poi scende, poi sale ancora, poi sale un po' di più infine si allarga e si allunga, dritta, monotona, solitaria, coi pali della luce in legno a delimitarla, ed i cavi sospesi che a seguirli hanno l'andamento ipnotico di un'onda. Un'onda lunga mille km. Che non finisce mai.
Con la testa sgombra da ogni pensiero e piena d'aria. Niente visure camerali, per un giorno. Niente documenti che scottano, niente carte sulle quali perdere gli occhi e farsi ingrossare il fegato. Solo asfalto sotto le ruote e pelle adosso.
Solo quattro pistoni che salgono e scendono, quattro tempi che si alternano, quattro valvole che si aprono e si chiudono, che fanno volare un involucro nero dalle forme feline di Iman Abdulmajid e dallo sguardo cattivo come quello di Jack Torrance.
Con l'aria che ce la mette tutta per contrastare ll borbottio nervoso che diventa il ruggito cavernoso e si traforma in ululato psicotico col salire dei giri, fino ad arrivare alle cinque cifre, fino a sfiorare la zona rossa del contagiri. Con la ruota davanti a tre centimetri da terra , il tachimetro che spara impazzito numeri che si inseguono, ed il panorama che diventa macchia sfocata.
Solo per un attimo.
Solo per il gusto di perdere il controllo.
Perchè, come diceva mario Andretti, "Se tutto ti sembra sotto controllo, vuol dire che non stai andando forte abbastanza". E Mario Andretti é uno che di andare forte se ne intende. Altrochè se se ne intende.
Perdere il controllo, quindi. Solo per un attimo. Chiudere le sinapsi e ruotare il polso destro. Puntare gli stivali sulle pedane, allargare le braccia, chiudere la visiera e incassare la testa tra le spalle. Pronti alla battaglia. Pronti ad aggredire la strada che si piega. Cieca, insidiosa, provocatrice. Che ti lancia la sfida.
Vediamo che sai fare.
Vediamo se ce la fai.
Vediamo chi molla per primo.
E si inizia a sorridere, e si respira a fondo, e si tira fuori la lingua, e via che si va.
Col motorone che ulula e spinge. Con la ruota davanti che di stare a terra non ne vuole proprio sapere. Col culo fuori dalla sella ed il ginocchio che si protende verso l'asfalto, scalare marce a mitraglia, compensare con secchi colpi di gas, tirare il freno anteriore con forza, serpeggiare in ingresso di curva, poi guadagnare la corda, piegarsi, piegarsi ancora, piegarsi ancora un po' e poi accelerare. E sentire il gommone posteriore da centottanta che fatica a stare incollato a a terra. E Alice che sculetta. Che troieggia.
Solo per un attimo. Che certi piaceri vanno centellinati. Che per la prossima curva c'é sempre tempo. Quel cazzo di tempo che non basta mai.

giovedì, 06 dicembre 2007
In - fottuta - Memoriam

Robert Craig "Evel" Knievel
1938 - 2007
domenica, 02 dicembre 2007
Attento con quell'ascia, Eugenio...
Ci sono quelle parole che respirano, quelle che a leggerle sembra di vedere una cassa toracica che ai alza e si abbassa, che seguono un ritmo, dentro. Il respiro del sonno, lento, regolare. Rassicurante. Un torace in penombra, muscoloso, tonico, che si muove, che si tende, che si ritrae. Sensuale. Come le parole che respirano.
E poi ci sono quelle parole che ti trasportano in mezzo al mare. E' una bella giornata. Nuoti. Nuoti lontano. E' una bella giornata, però il sole, vaffanculo, viene raggiunto dalle nuvole. Prima grigie. Poi nere. Inizi a sentire freddo. Vuoi tornare a riva, però il mare s'inizia ad incazzare. Da azzurro cobalto che era diventa grigio cromo. Sono cazzi. Sono cazzi perchè ci sono le onde lunghe. Quelle che si alzano e si abbassano. Il mare che respira. E quando si é incazzati, il respiro è affanoso, rotto, profondo. Quando ad essere incazzato é il mare, quando quella splendida giornata di sole splendente, mare azzurro e riflessi argentei diventa una cazzo di giornata di nuvoloni neri, mare di un terrificante color grigio cromo, quel grigio che non ti permette di guardare più in giù del costume, e sailcazzo cosa può vomitare il mare dalle sue budella quando è incazzato, beh, quel mare dal quale cerchi di uscire al più presto possibile, col repiro non meno affannoso delsuo, mentre sei sollevato ed abbassato, mentre gli spruzzi ti entrano nelle narici, mentre respiri a bocca aperta e sputi acqua salata, ed inizi a pensare che non ne uscirai vivo.
Ecco, ci sono parole che sono così. Terrificanti. Pericolose. Da rischiare, a leggerle. Rischiare grosso. Ma vaffanculo, sono eccitanti da morire. E non ti bastano mai.
Perchè poi a riva ci torni, benchè con difficoltà e facendoti un culo così, e in fondo in fondo ti diverti anche. E quando sei arrivato, e guardi il mare coi piedi sulla sabbia, con i polmoni in overdrive, il naso che brucia, gli occhi rossi e la testa che gira, la prima cosa che ti viene in mente è "lo rifaccio". Tanto più che è appena rispuntato il sole.
Come quelle parole. Quelle pericolose. Quelle che il rischio concreto é quello di affogarci dentro. E tutto sommato non sarebbe la peggiore delle sorti, che certe faccende non é che si possa controllarle più di tanto. Come il mare. Che cazzo vuoi controllare. Il mare fa come dice lui, puoi solo subirlo o farti condurre dove vuole lui. Che come esperienza puttana di eva se è eccitante.
Come quelle parole che a leggerle giureresti di avvertire un formicolio di eccitazione, una sensazione di cazzo che si indurisce. Le parole che ti fanno paura ma ti attraggono, cazzo se lo fanno. Come il respiro spezzato, affannoso. Come il pensiero che ti balena malsano in mente. "lo rifaccio". A cazzo durissimo, che forse è dovuto alla mancanza d'aria, al respiro corto. E forse no.
Quelle parole che possiedono carisma e potere, e sembrano avere vita propria. Che decidono. Quelle parole che hanno l'andamento di Careful with that axe, Eugene di Pink Floyd. Otto minuti e cinquanta di psicosi molesta, di pensieri cattivi e di reazioni pericolose. E' così, non c'è granchè da farci. Le parole hanno potere.
Rallenta. Dai un'occhiata in giro. Poi tuffati di nuovo.
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