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venerdì, 25 gennaio 2008
 

Ogni finesettimana Giuseppe prende il motorino e va alla scuderia, dove trascorre la giornata a strigliare ed addestrare i suoi due cavalli. Giuseppe ha tredici anni e una vera passione per i cavalli. Qualche volta, con un po' di vanità, Giuseppe indossava il berretto di equitazione anche a scuola. Il 23 novembre 1993, Giuseppe sta asciugando il suo cavallo dopo una cavalcata pomeridiana, quando un'auto si ferma davanti alla scuderia. Ne escono tre uomini con la divisa della polizia. Chiamano Giuseppe dall'altro lato della strada. "Andiamo, salta in macchina - gli dicono - andiamo da tuo padre". Il viso del ragazzo si illumina. Lascia cadere le spazzole, e corre. Corre verso quegli uomini in divisa da poliziotto. Sale sul sedile posteriore della macchina. "Andiamo", dice. Nessuno lo rivedrà mai più.

Durante il viaggio, Giuseppe si rende conto che non sta andando ad incontrare il padre. Se ne accorge. Domanda perchè. E' allora che gli uomini vestiti da poliziotto lo immobilizzano, lo tengono per le braccia, e gli infilano un cappuccio in testa. Quando l'auto si ferma, lo trascinano fuori e lo guidano lungo i gradini di una stanza sotterranea e buia. Giuseppe non riuscirebbe a vedere ugualmente nulla, per via del cappuccio che ha sulla testa. I tre uomini vestiti da poliziotti gli legano una corda intorno ai polsi ed alle caviglie, poi lo assicurano al muro. E lo lasciano lì.

Il padre di Giuseppe si chiama Santino. Per via del suo naso schiacciato, da pugile, tutti lo chiamano menzanasca. Uno importante, menzanasca. Uno che si faceva rispettare. Soldi, potere, rispetto. Aveva tutto quello che un uomo del suo rango potrebbe sperare di avere. Poi aveva deciso di raccontare certi fatti. E da potente e riverito che era, agli occhi dei suoi amici era diventato un delatore. Un confidente. Un infame. E gli infami non possono vivere accanto agli amici di una volta. Santino vive in una località segreta, al nord.

Giuseppe era un ragazzino metodico. Problemi non ne aveva dato mai, mai un dispetto, mai un ritardo. Quando la madre Francesca non vede il motorino, la prima cosa che fa é chiamare la scuderia. "Giuseppe è andato via poco prima delle cinque", le dicono. "Col motorino", aggiungono. La madre chiama gli ospedali della zona, preoccupata. Niente. Nessun ricoverato corrisponde alla sua descrizione.
Villabate è un paesello, una stretta striscia di verde tra le montagne in fondo ad una scarpata di rocce scure, ad est di Palermo.
Quando a Palermo non torni in orario, e non sei all'ospedale dopo un incidente, la preoccupazione si trasforma in paura, di quella che ghiaccia il sangue nelle vene. Perchè é probabile che sia accaduto il peggio. E a Palermo, il peggio non è semplicemente morire.
E' morire in una certa maniera.

Tutti sembrano aspettare Giuseppe. In realtà aspettano sue notizie. Perchè sanno che Giuseppe non lo rivedranno mai più.
Lo sanno, in fondo al cuore.
Alle nove di sera, sulla porta di casa del suocero compare un messaggio. "Il ragazzo lo abbiamo noi. Tuo figlio non deve fare tragedie". Il figlio in questione é Santino menzanasca.

Tecnicamente, Santino é un collaboratore di giustizia. Di quelli "pesanti". Di quelli che conoscono i segreti, quei segreti che non possono essere rivelati, il cui riserbo genera una violenza che non conosce limiti. Il segreto prima di tutto.
Abita lontano, Santino. In una località segreta. E racconta. racconta fatti, persone, circostanze. Dettagliatamente. In prima persona. E quindi va zittito. E punito. Prima punito.
Quando Santino inizia a raccontare i fatti di cui è a conoscenza, la moglie Francesca decide di non seguirlo nella sua nuova casa segreta. Resta a Palermo. Lì ha le sue radici, lì vuole restare, e far crescere i suoi figli. Si trasferisce poco lontano, ad Altofonte.
Francesca é figlia di Altofonte, dell'aria che si respira ad Altofonte, della cultura che imbeve Altofonte. ha sposato un uomo di un certo tipo, di quelli coi soldi e col potere. E' rispettata, si é fatta una posizione. E non capisce, non vuole capire la decisione del marito di rinunciarvi.

Quando gli giunge la notizia che il figlio è stato rapito, Santino fugge dalla custodia della polizia e arriva a San Giuseppe Jato, nel tentativo di saperne qualcosa in più sulle sorti del figlio. Dopo due giorni si riconsegna alla polizia. La notizia gli arriva sotto forma di un altro biglietto lasciato sotto la porta del padre. "Tappaci la bocca", c'è scritto. Insieme al biglietto sgrammaticato, ci sono due fotografie di Giuseppe. Chi l'aveva rapito sapeva dell'adorazione che correva tra nonno e nipote, e aveva sperato che potesse far leva su Santino. Per tappargli la bocca.

San Giuseppe Jato non é lontana da Altofonte. L'aria che si respira è la stessa. A San Giuseppe Jato comandano due fratelli. Giovanni ed Enzo. Sono figli d'arte. Di quell'arte che si sublima ammazzando, rubando, affossando le sorti di un'isola. Di quell'arte che si fa scudo di parole e le difende a colpi di pistola.
Si fanno chiamare uomini d'onore.
In nome dell'onore della famiglia, Giuseppe è segregato per due anni in una caverna, perchè il padre non racconti.
A gennaio del 1996, Giovanni é condannato all'ergastolo. Cieco di rabbia, dalle sua mani parte l'ordine. Giuseppe va eliminato.
Prima di farlo, gli fanno scrivere un'altra lettra al nonno. L'ultima. Stremato da una prigionia di oltre due anni, la grafia è illegibile. "Non ce la faccio più", si intuisce. E poi la frase agghiacciante "Voi ve ne fregate di me". Prima di ammazzarlo, riescono a fargli maledire il padre.

Lo raggiungono nella caverna. Lo girano con la faccia al muro. Giuseppe non resiste. Due anni in catene gli hanno mangiato i muscoli. Non ce la fa nemmeno a stare in piedi. Anche stavolta sono in tre. Il primo, che combinazione si chiama anch'egli Giuseppe, lo tiene per i piedi, Enzo lo alza per le braccia. Il terzo, Vincenzo, gli fa un cappio intorno al collo. Giuseppe, l'ormai quindicenne Giuseppe, muore, lentamente. Quando esala l'ultimo respiro, i tre gettano il corpo in una tinozza d'acido. Bruciano i vestiti ed il materasso sul quale Giuseppe aveva dormito per ventisei mesi. Mentre Vincenzo sta per buttare la corda che lo ha ucciso, Enzo ride. "Perchè non la tieni come trofeo?" gli chiede.


Sono questi, gli uomini d'onore.




Giuseppe Di Matteo muore dopo oltre due anni di prigionia.

Santino Di Matteo perde un figlio dopo aver scelto di collaborare con la giustizia.

Francesca Castellese, sua moglie, perde un figlio. Si era dissociata pubblicamente dalla decisione del marito, e restò in silenzio fino alla fine.

Giovanni Brusca finisce all'ergastolo da latitante, nel gennaio del 1996. Tempo dopo, rivolgendosi a lui durante un processo, Santino Di Matteo gli grida in faccia "Se ti prendo ti ammazzo con le mie mani. Perchè non sei venuto a trovare me, così vedevamo chi doveva morire, tu o io?"

Enzo Brusca, suo fratello, viene catturato dalla polizia, dopo un raid. Davanti alle telecamere ha il volto tumefatto. Le foto segnaletiche gliele scattano sotto le fotografie di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Non saranno pochi i politici a stigmatizzare i festeggiamenti che i poliziotti, incappucciati col mefisto per evitare rappresaglie, mettono in scena dopo l'arresto.

Vincenzo Chiodo, in preda ai rimorsi per l'omicidio di Giuseppe Di Matteo, scappa. Due giorni dopo, sotto la porta di casa, la moglie riceve un biglietto. "Se tuo marito si fa arrestare e poi si pente, berremo il sangue dei tuoi figli". Il giorno dopo si presenta alla Dia di Palermo. Ha molte informazioni da condividere.

Giuseppe Monticciolo, il terzo assassino, diventa collaboratore di giustizia. Sarà lui a raccontare tutta la storia di Giuseppe Di Matteo.




La mafia è una montagna di merda.



Garantisce Mister TheGoblin | gennaio 25, 2008 17:04 | commenti (8)


giovedì, 17 gennaio 2008
 

Quando ho letto, tempo fa, che Jennifer Herrema e Neil Hagerty si erano salutati per l'ultima volta, non so perchè, avevo un groppo alla gola di discrete dimensioni.
Avevo la sensazione che fosse finita qualche cosa di grande, di importante. Per loro due, e stranamente anche per me. E' questa la sensazione che mi aveva ghermito la gola. Avevo la sensazione che anche per me qualcosa si stesse per chiudere irrimediabilmente una fase, senza sapere cosa mi avrebbe portato quella che si sarebbe aperta.
Chiaramente, stavo sparando cazzate.
Gliene fotteva assai, di me, a Jennifer Herrema e Neil Hagerty.
Nemmeno sapevano chi fossi.
Nè la mia vita aveva mai avuto qualche particolare attinenza con la loro. Avevo campato una trentina abbondante di anni senza che la mia vita risentisse dell'evoluzione della loro, di vita, e tutto sommato non me la ero cavata proprio malissimo.

E insomma, quei due insieme mi piacevano. Mi piacevano un casino.
Erano una di quelle coppie tenute insieme da collanti pericolosi, sempre in bilico tra la vita e la morte, letteralmente, tra l'epica, il dramma e la tragedia, tra il sublime ed il disastro.
Una di quelle coppie cementate dall'amore chimico, dalla droga sentimentale, dal bisogno reciproco di aggrapparsi a qualcuno per non lasciarsi sprofondare e la necessità di trovare un compagno di vizi che non rompesse troppo i coglioni con le prediche non richieste. Jennifer Herrema e Neil Hagerty erano tutto questo, col contorno di una musica apocalittica e strafottente nello stesso tempo, pretenziosa e sbragata, anfetaminica e narcotica, tutto e niente. Ma non alternativamente. Erano tutto ed il contrario di tutto nello stesso identico istante.
Cioè, per me lo erano.
Probabile che nemmeno loro stesso abbiano pensato in questi termini la loro relazione, umana e musicale. Secondo me basilarmente se ne strafottevano. E quindi mi piacevano.
Non mi piacevano i Royal Trux, che alla fine, di fatto erano loro due, mi piacevano proprio Jennifer Herrema e Neil Hagerty.
Ecco, tanto per dirla alla bacio Perugina, in un mondo che andava troppo veloce per i miei gusti, sapevo che c'era qualcosa la cui velocità riuscivo a relazionare con le mie attitudini. E questo qualcosa erano loro.
Finchè é durata.
Le foto, avreste dovuto vederle, le foto. Belle le foto, belli loro, bello il contesto. Mi sentivo lì in mezzo a quei contorni tossici e slabbrati, in quella quiete che non era di questo mondo. Mi sentivo con loro.
Quella del booklet interno di Thank You era struggente.
Talmente struggente che nemmeno ci provo a descriverla, che la banalizzerei e comunque voi non la capireste, e quindi vafanculo.
(Senza contare che, beh, si, Jennifer Herrema é una gran bel pezzo di fica, ed assomiglia pure ad una mia ex di una certa importanza, e ritengo che la stessa cosa si possa affermare di Neil Hagerty, che tra l'altro é la copia di James Williamson, si, quel James Williamson. Ma non é quello il punto)


E insomma, credevo davvero che due persone passate attraverso quello che immagino abbiano passato loro, col cazzo che si lasciavano.
E invece me la sono presa nel culo ancora una volta.

Che poi adesso pare che fosse una cosa mia personale, mentre in realtà, a rigor di logica, avrei dovuto solo prenderne atto e basta. Ma siccome la logica abita dall'altra parte del mare, mi sono sentito tradito io. In prima persona.
Che cazzo, ho pensato, no, loro no.
Mavaffanculo, ho pensato.
Perchè qualcuno deve sempre rompere i coglioni alle mie illusioni, ho pensato, perchè non mi lasciano almeno la speranza di un mondo che risponda ai miei canoni, ho pensato.
Tutte 'ste cose, ho pensato.
Cose che normalmente si smette di prendere in considerazione seriamente una volta che l'acne inizia a lasciare il posto alla barba.
Era finita una favola, per quello che mi riguardava.

Degli Rtx di Jennifer Herrema, francamente, me ne fotte davvero poco, più o meno quanto me ne fotta degli Howlin' Hex di Neil Hagerty, che tra nome e cognome ha aggiunto anche un Michael che mi infastidisce, mi sa di posticcio, così come mi sa di posticcio la riduzione ad acronimo di Royal Trux ad Rtx effettuato da Jennifer Herrema.
Mi sono sentito tradito, abbandonato e spogliato, quando si separarono.
E oggi non me ne fotte assolutamente più un cazzo.

Sembra una di quelle storie d'amore che finiscono per consunzione, per essersi già detto tutto, perchè non c'é più niente che ci si possa regalare.
Di quegli amori che pur senza acrimonia lasciano un dolore sordo, pulsante, come una fitta.
Che sta in agguato, e si fa sentire solo in determinati momenti di troppa nostalgia, ma che sai che in fondo é sempre lì, vigile.
Ma nell'anima, non nel cuore.
Che poi magari sono rimasti amici, si sentono, si vedono, vanno a bere qualcosa assieme, poi all'improvviso c'è un attimo di silenzio e si rendono conto che c'é qualcosa di maledettamente vuoto in tutta la faccenda.
E si riempie l'horror vacui con una enorme messe di minchiate, che rendono il tutto triste e patetico.
Perchè i grandi amori andrebbero consegnati alle nebbie della memoria, e lasciati lì, sotto vetro, in attesa che qualcuno li contempli quando le cose si fanno dure e fuori ci sono i lupi.
Per scaldarsi.
E basta.

Ciao Jennifer, ciao Neil. E' stato bello finchè é durato.

Garantisce Mister TheGoblin | gennaio 17, 2008 18:02 | commenti (5)


lunedì, 14 gennaio 2008
 

Senza fiato.
Senza girarti indietro. Con la sensazione di un coltello a serramanico pronto a scattare fuori, a filo di gola.  Correre. Correre forte.
E lui dietro.
Non guadagna terreno. E non ne perde.
Un occhio che osserva. E ti insegue.

Corri, scansi le pozzanghere, ci inciampi dentro, cadi, ti rialzi, continui a correre.
L'ombra proiettata per terra e illuminata dai lampioni ti nasce alle spalle, ti affianca, poi ti supera e infine scompare.
E così lungo tutto il tragitto.
E la gola che brucia.
Ed il fianco che duole.
E i polmoni che scoppiano.
Ed il respiro che si fa spezzato.
E l'occhio, sopra.
Corri.
Corri forte.
Corri a perdifiato.
Scappa.
Scappi.

Poi, all'improvviso, il muro. Di mattoni rossi. Ed il filo spinato sopra. Che si avvicina.

Sono cazzi.

Non si può più andare avanti. C'é da saltarlo. Da scavalcarlo.
Una parola.
Non con la vista appannata, il cuore che pulsa a tamburo e il respiro che non c'è.

E l'occhio che ti insegue.

Ti fermi.
Cadi in ginocchio. 
L'umido della pozzanghera ti entra dentro le rotule. Le mani in faccia registrano qualcosa di umido.
Sudore.
E lacrime.
E singhiozzi alternati a respiri profondi, che ingoi aria ma non é mai abbastanza.
E polmoni che bruciano.
E cuore che esplode.

E ti giri.
E ti aspetti il peggio.

Eccolo lì.

L'occhio.

Che ti guarda.

Non puoi più fuggire.

Sembra ridere.
Cazzate, ti racconti facendo appello a quel minimo di ragione che ti resta.
Un occhio non può sorridere.
Non può.
E invece lo fa.
Sorride.
E ti si gelano le ossa.
E non é il freddo, o l'umidità.

L'occhio che ti inseguiva.
E ti osserva.
E ride.
Poi allarga le ali.

E diventa notte.

 

Garantisce Mister TheGoblin | gennaio 14, 2008 18:40 | commenti (5)


venerdì, 11 gennaio 2008
 

 

Allora. Questa specie di pozione della fattuchiera qui sopra, è il liquido corrosivo che si allea con i succhi gastrici per procurarmi i danni allo stomaco che sto volontariamente cercando di infliggermi con una condotta alimentare pressochè suicida. In bicchiere di plastica, tra l'altro, che se tardo a berlo me la scioglie, la plastica.

Il capo, che è uno che a certe cose ci tiene (non come me, che alla stregua di un barbone mi calo qualsiasi cosa sia anche solo lontanamente assimilabile ai distillati del malto), al posto del caffè si é invece ciucciato un Glen Grant.

Lui il Glen Grant, io il Glen Ayrmore.

No, tutto questo preambolo per suggerire due o tre cose, del tipo:

- che siamo due viziosi poco seri che bevono - molto - durante l'orario di lavoro.
- che siamo due viziosi poco seri che continueranno a bere anche dopo l'orario di lavoro.
- che ce lo meritiamo perchè, personalmente, quando mi sveglio con un sms di complimenti che afferiscono al culo immane che mi faccio per sei giorni alla settimana, enne ore al giorno, il cazzo mi rimane poi duro per tutta la giornata, e 'sta cosa in qualche modo va procrastinata il più possibile
 - che l'atmosfera di sciollero che preventivavo e mi auguravo sta proseguendo con una vigorìa che francamente non mi aspettavo.
 - che, conseguentemente, tra poco abbandoneremo il metifico alcoolico che ho qui, sulla scrivania, e ci delizieremo il palato con abbondanti dosi  di questo nettare che vedete quiggiù, che noi siamo persone di un certo livello e ci piace trattarci come Dio comanda.

(e cunnutu cu si nni penti)

 

 

Garantisce Mister TheGoblin | gennaio 11, 2008 17:24 | commenti (10)


lunedì, 07 gennaio 2008
 

Difficile scegliere una parola, una frase, un discorso per dare l'addio ad una creaturina piccola, bassa e sgraziata e con due enormi orecchie da pipistrello che ti ha letteralmente dimorato ai piedi per quasi quattordici anni.
Difficile evitare la retorica e la pomposità.
Nemmeno ci provo, quindi.

Quando mia sorella lo raccolse, quel primo maggio del 1994, Ayrton Senna era morto da tipo mezz'ora. Scontato che ne prendesse il nome, che in casa mia il nome di Ayrton Senna Da Silva era venerato solo poco meno di quello di Gilles Villeneuve. E quindi Ayrton. Che rimase anche quando prendemmo contezza del fatto che quella cosetta era femmina.

Io non c'ero, quel giorno.
Di tutta la faccenda ne ebbi consapevolezza quando bestemmiando mi accorsi che una palla di pelo color miele mi aveva pisciato ai piedi del letto. Aveva capito tutto.
Tutto insieme, lo potevo raccogliere in un pugno.
Era bellissimo. Bellissimo davvero, non una di quelle frasi fatte che si dicono dei cuccioli e dei neonati. Un cucciolo strabiliantemente bello. Poi crebbe.
E crescendo assunse forme strane: gambe troppo corte per un bracco e troppo lunghe per un bassotto, corpo, visto dall'alto, di forma vagamente topesca, orecchie enormi, coda da serpente che non ebbe mai, letteralmente mai, un attimo di requiem.
Ayrton, secondo tutti i canoni, era un cesso.
Ma aveva un viso che sembrava quello di un bambino di tre anni.
Te ne accorgevi all'istante, se rideva, o piangeva, o se era pensieroso o se qualcosa non era di suo gradimento. E sospirava. Sospirava sempre. Uno spleen più che umano.
Di cane, d'altra parte, non aveva nulla. Correva come un coniglio, e se gettavi lontano un bastoncino, ti guardava con fare interrogativo domandandoti praticamente "e scusa, ora cosa cazzo vorresti da me?". Non ha mai brillato nelle faccende dinamiche, diciamocelo. Era più un tipo alla Giacomo Leopardi.

Quando la mia casa si popolò di gatti, apparentemente Ayrton non fece una piega. Con l'espressione che è sempre stata un po' malinconica prese atto del cambiamento, lui che a sua volta aveva usurpato spazi alla gatta primigenia, e restrinse i suoi orizzonti. Una mossa ragionevole, la sua, che difese con costanza e coerenza. Vanno bene i gatti, ma che nessuno osasse oltrepassare "quella" porta, altrimenti erano cazzi. Conformemente all'indole meditaboda e poco incline all'azione, la sua nozione di "cazzi" consisteva in un'abbondante, prolungata e petulantissima dose di abbaiate. Da fare bestemmiare anche San Francesco, che con gli animali pare ci sapesse fare.

Ci ho pensato un bel po' di volte a come sarebbe stato non averlo più tra i coglioni, non avere più croccantini sparsi per casa e sbriciolati sotto le scarpe, non sentirlo più abbaiare contro i gatti scassaminchia o il latrato che inevitabilmente mi svegliava la mattina quando si sentiva troppo solo, non avere l'incombenza di farli fare la pisciatina notturna, o postprandiale, o notturna o, la più odiosa, mattutina.
Ci ho pensato un bel po' di volte, e non mi sono ma dato una risposta.
Come sempre, aspettavo che una canzone parlasse per me.

Oggi, che mi trovo a doverla scegliere, una frase, l'unica cosa che mi viene in mente è quell'espressione di velata tristezza, che ci guardavamo in faccia e sospiravamo, l'uno davanti all'altro, quando della mia, di espressione triste e malinconica, volevo fare partecipe qualcuno.

Adesso mi trovo a dover scegliere qualcosa che ti accompagni per l'ultima volta, e non scelgo.

In questo momento stai morendo, ed io non ho il coraggio di scegliere. Di tutto quello che si vorrebbe dire, in questi momenti, non trovo nulla di appropriato. E, come sempre, lascio che sia la musica, a parlare. Tutto quello che dovevamo dirci ce lo siamo già detti. Una carezza, stamattina, prima di uscire, ed un suo sospiro. Un addio di quelli senza troppe smancerie. Che altrimenti poi si diventa teatrali. E non é bello dare spettacolo.

Niente parole, quindi. Solo una canzone per accompagnarti, io che sono inchiodato qui e che forse é meglio che lo sia.
Una canzone per accompagnarti, dovunque vada un canetto che sta per morire.
E anche stavolta lascio che sia il caso, a decidere. E il caso, anche stavolta, ha deciso come meglio non avrebbe potuto. E nemmeno io.

Ciao Ayrton dagli occhi malinconici. Questa canzone é per te.

 

With your mercury mouth in the missionary times,
And your eyes like smoke and your prayers like rhymes,
And your silver cross, and your voice like chimes,
Oh, who among them do they think could bury you?
With your pockets well protected at last,
And your streetcar visions which you place on the grass,
And your flesh like silk, and your face like glass,
Who among them do they think could carry you?
Sad-eyed lady of the lowlands,
Where the sad-eyed prophet says that no man comes,
My warehouse eyes, my Arabian drums,
Should I leave them by your gate,
Or, sad-eyed lady, should I wait?

With your sheets like metal and your belt like lace,
And your deck of cards missing the jack and the ace,
And your basement clothes and your hollow face,
Who among them can think he could outguess you?
With your silhouette when the sunlight dims
Into your eyes where the moonlight swims,
And your match-book songs and your gypsy hymns,
Who among them would try to impress you?
Sad-eyed lady of the lowlands,
Where the sad-eyed prophet says that no man comes,
My warehouse eyes, my Arabian drums,
Should I leave them by your gate,
Or, sad-eyed lady, should I wait?

The kings of Tyrus with their convict list
Are waiting in line for their geranium kiss,
And you wouldn't know it would happen like this,
But who among them really wants just to kiss you?
With your childhood flames on your midnight rug,
And your Spanish manners and your mother's drugs,
And your cowboy mouth and your curfew plugs,
Who among them do you think could resist you?
Sad-eyed lady of the lowlands,
Where the sad-eyed prophet says that no man comes,
My warehouse eyes, my Arabian drums,
Should I leave them by your gate,
Or, sad-eyed lady, should I wait?

Oh, the farmers and the businessmen, they all did decide
To show you the dead angels that they used to hide.
But why did they pick you to sympathize with their side?
Oh, how could they ever mistake you?
They wished you'd accepted the blame for the farm,
But with the sea at your feet and the phony false alarm,
And with the child of a hoodlum wrapped up in your arms,
How could they ever, ever persuade you?
Sad-eyed lady of the lowlands,
Where the sad-eyed prophet says that no man comes,
My warehouse eyes, my Arabian drums,
Should I leave them by your gate,
Or, sad-eyed lady, should I wait?

With your sheet-metal memory of Cannery Row,
And your magazine-husband who one day just had to go,
And your gentleness now, which you just can't help but show,
Who among them do you think would employ you?
Now you stand with your thief, you're on his parole
With your holy medallion which your fingertips fold,
And your saintlike face and your ghostlike soul,
Oh, who among them do you think could destroy you
Sad-eyed lady of the lowlands,
Where the sad-eyed prophet says that no man comes,
My warehouse eyes, my Arabian drums,
Should I leave them by your gate,
Or, sad-eyed lady, should I wait?

(Bob Dylan, Sad eyed lady of the Lowlands)


Garantisce Mister TheGoblin | gennaio 07, 2008 16:16 | commenti (12)


giovedì, 03 gennaio 2008
 

Quando l’unica incombenza, una volta aperti gli occhi che già fuori il sole va a nascondersi dietro le montagne, è quella di modulare l'intensità con la quale grattarsi i coglioni, beh, non credo si possa affermare con serenità che l’anno sia cominciato male.

E infatti non l’affermo.

Visto che la consequenzialità degli atti è una verità inconfutabile che finchè il Big bang non imploderà in Big Crash col cazzo che qualcuno si può mettere a discuterla, quest’anno, che di propositi non ne avevo fatti, giustamente non li ho visti scomparire gorgogliando giù per lo sciacquone del cesso già alle sette e mezza della mattina dell’uno gennaio.

Pensatela come volete, ma questo è un traguardone, rispetto ai miei parametri.
E quindi, mentre Stravacco si scopre intimista e sentimentale per gli effetti deleteri della craniata al suolo, mentre Caos è persa nel suo universo popolato da creature di fantasia mitizzate fino al paradosso, mentre Lamodica, che è un tipo penso & agisco, sta ponderando e valutando attentamente cosa scrivere nel prossimo post, che vedrà la luce presumibilmenteverso la fine di aprile, mentre vi vedo tutti abbastanza dubbiosi o indecisi o interrogativi o meditabondi, io mi assumo le responsabilità che mi competono, e dichiaro ufficialmente che il 2008 sarà l’anno dello sciollero.


Costi quel che costi.


E stavolta chi non é con me è contro di me.


Su questo non ci sono cazzi che tengano.

E quindi per il duemileotto io ho la ferma intenzione di elevare lo sciollero a scuola di pensiero con una sua ferma dignità accademica.
L'Accademia dello Sciollero.

Che poi non vedo perché Epicuro si e Bop no, tanto per dirne una.

Lui l’etica edonistica, io lo sciollero.

Sciollerum, nel caso in cui voleste pezzalculisticamente declinarlo in latino per darvi un tono intellettuale e farvi i fichi con gli amici.

Intendiamoci, non è che una svolta epocale nella storia della civiltà occidentale l’abbia scritta così, buttando giù alla cazzo di cane  parola dopo parola sperando chissà per quale miracolo che alla fine assumessero qualche significato coerente senza troppe modifiche sostanziali.

Diciamo che ho aspettato di pisciare fino all’ultima goccia di quella cosa brutalmente alcolica di dubbia provenienza che alla festazza di capodanno spacciavano per rhum Pampero e che però c'era il problemone che di Pampero non aveva proprio un cazzo.
E nonostante il palato fine che mi ritrovo, di quella specie di miscela al 2% per Ciao Piaggio ne ho bevuti ettolitri, letteralmente.

Tanto che un tizio che conoscevo e che mi stava sul cazzo in maniera terrificante, in evidente stato di alterazione sensoriale, si è preso la briga di informarmi che per lui quella alla quale attendevamo, per motivi ovviamente diversi, era una “festa da sballo”. Un errore di quelli che normalmente si commettono solo una volta nella vita, perché il tapino probabilmente ne era inconsapevole, ma, come quando il medico ti percuote col martelletto tiparle un calcio, a me quando sento il termine “sballo” mi si allungano i muscoli del collo tipo fionda, lanciando la fronte alla ricerca del naso dell’interlocutore.
Cosa che inaspettatamente non è accaduta, perché ho raccolto gli ultimi barlumi di lucidità e al tipo, che non avrà capito un cazzo, ho spiegato con un’arguzia ed una proprietà di linguaggio che combatteva ferocemente con il cervello ridotto allo stato gassoso, che l’importante non è lo “sballo”, ma quello che succede durante lo sballo. E che spesso è divertente in maniera inversamente proporzionale a quanto poi si ricorda, tre giorni dopo.

Me ne sono andato, con l'intruglio alcoolico in mano, che il tipo stava ancora raccogliendo i cocci delle palle che gli si erano infrante per terra.
Non escludo che quella mattina stessa abbia abbandonato tutti i sui averi (e quelli del padre), si sia vestito di un cilicio e adesso sia  in giro per il mondo a predicare il mio verbo.

Visto che come mi pare di aver vagamente accennato prima, questo tizio mi sta simpativo più o meno come la lebbra, tutta la faccenda l'ho archiviata mentalmente nello scaffale "sentirsela sucata".

Una soddisfazione come questa non me la toglievo da un po' di tempo,e personalmente, il 2008 l’ho già archiviato come anno spettacolare.

 


E detto fra noi, se finisse domani non sarebbe malissimo.


 

 

Garantisce Mister TheGoblin | gennaio 03, 2008 02:15 | commenti (8)



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