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giovedì, 29 maggio 2008
Ladies and Gentlemen,
giù il cappello davanti al genio.

venerdì, 23 maggio 2008

Ciao Giovanni.
Eccoci qui, come ogni anno.
Sempre più vecchi, sempre meno ottimisti. A ricordarti.
Pensa un po', oggi ti ha citato anche Francesco Cascio, presidente dell'Assemblea Regionale Siciliana appena eletto.
Mi piacerebbe darti una buona notizia, invece no. Un gran paio di palle.
Qui è sempre peggio.
Sono passati sedici anni, e sembra l'altro ieri. Io me lo ricordo alla perfezione, quel 23 maggio, sai? Era un sabato pomeriggio, caldo, ozioso, di quelli che trascorrevo lenti e noiosi convinto che la routine alla quale mi ero costretto fosse amore, fosse sentimento, fosse qualcosa di importante. Invece era solo noia, come diceva Franco Califano. Perchè i maestri andrebbero sempre ascoltati, perlamadònna.
Me le ricordo, le notizie frammentarie, io incollato al televisore e i mugugni per quella mia attenzione sospetta, che c'era caldo e il mare chiamava. Me le ricordo, le voci che si rincorrevano sui telegiornali. Che quelle erano cose lontane dagli orizzonti dei diciottenni. E potevo anche capirli. Sono io che sono fatto male.
Eri morto.
No, eri ferito ma cosciente.
No, eri grave ma non in pericolo di vita.
No, eri spacciato.
No, in fin di vita ma parlavi.
Avevo diciannove anni e la testa confusa, sei concetti in croce e la convinzione che la legalità, l'ordine, la legge fossero i valori con la v maiuscola. Concetti molto fascisti, quale mi professavo nel 1992.
La molla, me lo ricordo, era scattata nel 1989, quando qualcuno ti lanciò l'avvertimento all'Addaura, quei non so quanti kg di tritolo destinati a non scoppiare, ma a farti riconsiderare le tue priorità. Me le ricordo, le critiche, le prese per il culo, le accuse.
E' un malato di protagonismo che inventa gli attentati per farsi pubblicità.
L'esplosivo se l'è messo da solo.
Un pazzo, un mitomane, e poi che cazzo vuole da noi, che gli affari poi vanno male?
Ecco.
Quel giorno ho tracciato la linea sulla sabbia, la linea che distingue i quaquaraqua dagli uomini, senza passare per i pigliainculo, gli ominicchi e i menzi uomini.
Leggendo di te, di Paolo Borsellino, di Rocco Chinnici, di Antonino Caponnetto, ma anche di Emanuele Basile, di Ninni Cassarà, di Calogero Zucchetto, di Antonio Ingroia, di Giuseppe Di Lello, di Leonardo Guarnotta, di Carlo Alberto dalla Chiesa, di Cesare Mori, di Boris Giuliano e di tutti gli altri, credo di essere diventato il massimo esperto vivente in aneddotica legata alla lotta alla mafia.
E, questo non lo credo ma ne ho certezza, una persona migliore. Migliore davvero.
E poi c'era lui, quel Paolo Borsellino, missino, uomo di destra nel quale riponevo le sparanze di una vera destra. Ma quella è un'altra storia.
E insomma, Giovanni, sappi che ti ho voluto bene da prima che morissi.
Facile, tessere le lodi di un eroe, per giunta morto. Molto meno facile evitare le risatine di scherno di chi ce la sa e ti guarda con l'aria di chi sa come va il mondo, e certi casini sono da evitare, figurarsi quando a farteli notare è un muccuso di diciott'anni. Che ne sa, un diciottenne, di come va la vita? In Sicilia, poi, dove la vita scorre diversa piuttosto che in qualsiasi altra parte del mondo.
E però io la ragione lo sapevo, dove stava di casa.
Sapevo per chi fare il tifo, sapevo chi erano i banditi e chi gli sceriffi, che nel cazzo di vecchio west i buoni erano buoni ed i cattivi erano perfidi e malvagi, non come qui dove i cattivi sono riveriti e serviti ed hanno il culo leccato da mattina a sera ed i buoni devono giustificarsi anche se vanno a pisciare più di tre volte al giorno. E non escono mai dalla trincea, elmetto in testa e colpo in canna, e per questo sono malvisti, che qui vogliamo un po' di pace e di tranquillità, vogliamo.
Io me lo ricordo, quel sabato 23 maggio del 1992. Mi ricordo Jovanotti e la sua canzone composta per l'epoca, per una volta denudata dall'insopportabile retorica che normalmente queste occasioni suscitano. Io che nel 1992 non ascoltavo altro che i Ramones, capisci?
Me lo ricordo, quel pomeriggio. Col sole che tramontava, e con la sensazione di un enorme buco qui, nello stomaco. Era finita. Un problema in meno, un imbarazzo messo da parte, tre metri sotto terra. Ce ne sono stati, tra quelli che hanno officiato il tuo funerale, ad aver tirato un sospiro di sollievo. Puoi starne certo. Si che lo sai.
Vabbè, facciamola breve.
Sembrava che tutto dovesse cambiare, invece non è cambiato un cazzo. E' peggio di prima. Sei morto per niente. Sei morto per niente e hai dato ragione a chi, invece che incollato al televisore a vedere se fossi morto e come e perchè, mi voleva a mare, a inaugurare la stagione dei bagni, a godersi la brezza del pomeriggio.
Che dirti?
Che qui è come vivere immersi nella marmellata, che inghiotte tutto e rende ogni mossa lenta e faticosa, talmente tanto faticosa che nemmeno ne vale la pena, che poi comunque la marmellata inghiotte tutto di nuovo?
Dovrei insultarti così, insultare la tua memoria, la tua e quella di chi è morto con te, prima e dopo di te per vincere la stessa guerra contro il nemico invisibile?
Che dirti?
Potrei dirti che non ricordo con esattezza la mia reazione a sera tarda, quando ormai anche il più possibilista dei cronisti si era arreso all'ineluttabilità del concetto di onore e di vendetta di Cosa Nostra. Potrei dirti che non ricordo se piansi e mi rinchiusi in me stesso o abbozzai e seguii il richiamo della fica, che a diciannove anni vince sempre su tutto. Potrei dirtelo, ma mentirei, quindi facciamo che 'sta confessione la tengo per me.
Potrei dirti cosa mi succede ogni volta che arrivando da Trapani, poco prima di giungere a Palermo, quando attraverso tutta quella serie di paesini dai nomi caratteristici, Cinisi, Villagrazia, Carini, tutti con una storia che a leggerla bene dovrebbe far sudare freddo, quei paesini che sembrano fare da preludio a Capaci, a quel guard rail colorato di rosso, a quella stele anch'essa rossa con sopra scritti cinque nomi, quel monumento a quanto siamo stronzi, noi siciliani, a quanta merda in faccia ci meritiamo, a quanto eravamo i primi nel mondo e ci siamo ridotti a raccogliere le briciole per quell'indole a fare sempre bidè palle e culo al potente.
Potrei dirtelo, cosa mi succede, che l'ultima volta ci sono passato in moto e ho accelerato a velocità da vaporizzazionedei punti della patente perchè vedere quella stele mi procura ancora il groppo alla gola e l'aria che manca.
Potrei dirti cosa mi succede quelle rare volte che mi capita di andare all'autoparco della polizia, qui a Messina, e ti assicuro che non ci si capita per caso, e vedo i resti della Croma, quella Croma che guidavi prima che una tonnellata di esplosivo sventrasse trecento metri d'autostrada cancellandoti dalla faccia della terra, e mi sembre sempre stano considerare come, per un verso o per un altro, alla base ci siano sempre fiori. Fiori freschi.
E nonostante questo, il comune di Messina dove misteriosamente sono rimasti a marcire i rottami, in sedici anni non ha trovato una sistemazione consona e solenne, o anche solo significativa. Poi dice che a uno gli girano i coglioni.
E niente, voleva essere un ricordo, il mio, e invece, come sempre, è diventato un pallosissimo rompimento di coglioni di pesantezza e recriminazioni e bestemmie a denti stretti e tutto il resto, e tutto volevo tranne che diventasse questo. Ma tanto dovevo.
Mi dispiace.
Antonio Montinari. Vito Schifani. Rocco Di Cillo. Francesca Morvillo Falcone. Giovanni Falcone.
Bop non ha mai dimenticato.
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mercoledì, 21 maggio 2008
New Day Rising

venerdì, 16 maggio 2008
Ascoltare col groppo alla gola e lo stomaco attorcigliato il primo cd di mp3 masterizzati dopo averli scaricati da Napster, e considerare come il 2001 sia davvero un millennio diverso, un'era geologica fa, un contesto spazio tempo distante anni luce.
Avere difficoltà a ricordare se portassi o meno, e in caso positivo quanto lunghe e quanto folte, le basette nel 2001.
Tentare di capire come cazzo si sia riusciti ad uscire vivi dallo sciollero no-limits dell'inverno-primavera 2001.
Leggere con un velo agli occhi gli addii degli Hellacopters che si stanno sciogliendo e farsi venire in mente cosa significassero per te gli Hellacopters nel 2001.
Quel 2001 vissuto con la gola in fiamme e le corde vocali a sanguinare, trascorso troppo in fretta, sempre due passi avanti, volato via mentre aveva ancora troppo da dire e troppissimo da fare.
Quel 2001 in the fast lane.
Quel 2001 che se lo volessi raccontare non troverei altro di meglio da fare che ficcare gli auricolari nelle orecchie dell'interlocutore, e fargli ascoltare i quattro minuti e quaranta di Nothing dei Beatings. Il 2001 in quattro minuti e quaranta secondi.
Il 2001della Zagara, delle lenti a contatto, del vespone di Cicci, degli enne mesi in Olanda, di Buffy The Vampire Slayer ogni pomeriggio cascasse il creato, delle nottate a vincere scudetti e coppe dei campioni col Messina F.C. a Pc Calcio e delle domeniche a vincere campionati di c1 inculando l'elefante sugli scaloni del Nuovo Comunale Giovanni Celeste, i su e giù dall'A18, ufficialmente e clandestinamente, sempre di notte, solo di notte, e le albe che ho visto su quell'autostrada, porcaputtana quante ne ho viste, un anno di albe sulla vespa, un anno di albe annebbiate da tanto di quell'alcool che il fatto che ancora me ne ricordi, seppure sommariamente, è uno di quegl'eventi talmente inspiegabili che lascio proprio perdere. Il 2001 a velocità warp, a carburante nucleare, a denti digrignati e notti insonni, a mattinate di sonno disturbato e di occhiali da sole a nascondere sguardi liquidi e vacuità assortite. E lo sciollero uber alles. E l'autunno che per la prima volta non mi ha fatto venir voglia di morire. E il nodo in gola che mi viene adesso quando ascolto la musica del 2001, quella musica, che per ogni episodio c'ho la canzone che gli corrisponde, qui dietro, stampata a fuoco nella corteccia cerebrale.
2001. Altro che Odissea nello spazio. Odissea nei miei cazzi.
Senza il 2001 Bop non sarebbe mai esistito.
martedì, 06 maggio 2008
(Questo è quello definitivo. Quello che verrà dopo non loso, devo ancora pensarci)
"Dammi le chiavi, vado a fare un giro con la moto che chissà per quanto non la vedrò più, una moto".
Parti per Orvieto tra tre giorni, è appena iniziato agosto. Tanto per iniziare ti fai quindici giorni di Car. Centro addestramento reclute. Un palo nel culo di dimensioni colossali. Roba da bestemmiare, davvero. Roba da non pensarci, che se ci pensi poi ti infeliciti anche gli ultimi giorni prima di un buco nero grande dieci mesi.
"Dammi le chiavi, vado a fare un giro in moto".
Giuseppe ha il Ducati Monster 600. Giallo. Come quello che piace a te. Come quello che avresti in garage se non fosse che tenerlo in garage per un anno mentre tu sei a marciare e giocare a fare la guerra non è proprio una mossa delle più intelligenti. Il Ducati Monster 600 giallo, le cui chiavi Giuseppe ti lancia al volo. Ben felice di farti sverginare la sua creatura. Giuseppe, che con te e dieci altri amici da una vita ha diviso vespe, motori, caschi verniciati a bomboletta e cadute da nsobri e da ubriachi, ossa rotte e ginocchia sbucciate, e mattine d'estate sottratte al sole e al mare e immolate all'altare degli 0,2 cavalli in più sul motore della vespa incrostato eternamente d'olio, tutti attorno, come gli alchimisti, ad improvvisarsi preparatori a colpi di lima e flessibile, combinando guai pur di fare andare la sua vespa giusto un Km orario più veloce del Si di Davide. E quindi questo giro sulla moto nuova te lo meriti.
"Portamela sana, che ancora la sto pagando".
Scherza, Giuseppe. Sa della tua passione per la marmorea ciclistica delle Ducati, e del piglio da Kevin Schwantz col quale affronterai i cinque km di curve che da Letojanni portano a Sant'Alessio. Conosce i quattro anni che hai trascorso a farti il culo, quasi settimanalmente, avanti e indietro dai percorsi impestati del campionato regionale di enduro, e che la moto tu la chiami tranquillamente per nome. E quindi scherza, sapendo che di tiri mancini tu non ne fai.
E quindi sali in sella. Il casco. Porca troia, un casco. Che senza il casco nemmeno la tolgo dal cavalletto, la moto. Chi cazzo ha un casco, qui?
"Chi cazzo ha un casco, qui?", domanda Bop, fiducioso. "Tu?". "No, io no". Tu?" Nemmeno io". "Tu?" "Si, ma è a casa. Toh le chiavi, sali e prendilo". Evvaffanculo, che ti tocca farti tre rampe di scale, e dopodomani parti pure per i quindici giorni di Car. E il Ducati Monster giallo che aspetta solo te. Mondo di merda. E quindi sali, apri la porta, rovisti, trovi il casco, scendi giù. A noi due, Ducati Monster giallo.
"Torno subito, ci metto due minuti".
"No, cazzo, aspetta..."
"Giuro, due minuti giusti"
Fai appena in tempo a sentire "minuti", che Sebastiano si è già volatilizzato all'orizzonte. SUl Ducati Monster Giallo la cui sella aspettava il tuo, di culo. Sebastiano è il gemello di Giuseppe, e benchè a guardarli non li definiresti nemmeno lontanamente parenti, il legame di sangue è il legame di sangue, e viene sempre per primo. La gerarchia innanzitutto. E resti lì, col casco in testa come uno stronzo, a bestemmiare contro Giuseppe mentre un bicilindrico a distribuzione desmodromica urla sempre più lontano e sempre più basso. Fottuto effetto doppler.
Tre giorni ancora.
Tre giorni alla privazione della libertà per i successivi dieci mesi.
Il cazzo di servizio militare.
E la Ducati Monster che ha preso il volo.
"Vaffanculo tu e quel coglione di tuo fratello. Un giro, volevo farmi, uno solo".
Frustrazione, si chiama. Col casco ancora in testa.
"Mi ha detto che torna tra un paio di minuti, che cazzo di fretta hai?"
Giusto. Che cazzo di fretta hai? Te l'ha strappato da sotto il culo, il Ducati Monster giallo, ma che cazzo di fretta hai? Nessuna. Tra un po' avrai il vento in viso ed il ginocchio a cinque centimetri dall'asfalto. Che saranno mai un paio di minuti in più? Niente. Non sono niente.
Solo un po' d'ansia ingiustificata.
E un groppo alla gola.
E uno strano risentimento verso Giuseppe.
E la sensazione strana di aver visto Sebastiano allontanarsi al posto tuo.
Dovevo esserci io, là sopra.
Dovevo esserci io, pensi.
E lo stomaco ti si contorce.
Ma ci scherzi sopra, imputando tutto al disappunto che deriva dal sentirti scavallato.
E diventi perfido.
"E secondo te te la riporta tutta intera?", interroghi Giuseppe, che di riportare al garage mezzi a due ruote piegati in due ne sa qualcosa. "E' la genetica che vi fotte, a voi due". Infierisci. Tutti ridono. Giuseppe ride. Ridono Fabio e Paolo, ridono Francesco, Laura e Graziana, ride Romina. Ridoto tutti. Tu no. Tu non ridi. Tu non hai voglia di ridere. Tu hai qualcosa che ti impedisce di respirare.
I due minuti diventano dieci. E tutti a prendere per il culo Giuseppe.
I dieci diventano venti. E tutti a guardare gli orologi.
I venti diventano trenta. E tutti a cercare di parlare d'altro.
I trenta diventano quaranta. E nessuno ha più voglia di scherzare. E tu sudi freddo. E la temperatura si abbassa di colpo. E' il tre agosto, e tutti abbiamo le felpe col cappuccio calato sulla testa, quando un cellulare trilla.
"E' tuo fratello, che ti chiama per farsi venire a prendere", dice qualcuno. Forse lo dici tu, ma non ne sei sicuro. E' il momento di quella notte che nessuno riesce a ricordare con certezza. Forse non è mai accaduto.
"Giuseppe, Sebastiano ha avuto un incidente, qui, all'incrocio. Aspettami lì, sto venendo a prenderti"
Ancora oggi, ogni volta che mi fermo a quel semaforo che hanno messo un paio di giorni dopo l'incidente, la coda dell'occhio coglie il rifiuto che ho da nove anni di soffermare lo sguardo su quella lapide, ma il suo dovere deve pur farlo, e quindi mi offre quella visione periferica e sfocata che volutamente cerco di ignorare.
Perchè so che quei fiori stretti intorno al palo della segnaletica avrebbero dovuto essere i miei.
Questione di secondi, e su quel Ducati Monster giallo sventrato come se qualcuno avesse messo una granata nel serbatoio ci sarei stato io. Avrei dovuto esserci io. Per questo, quando passo da quell'incrocio che oggi è sorvegliato che nemmeno la Casa Bianca, ho sempre cura di distogliere lo sguardo dall'aiuola.
Distolgo lo sguardo che mi riporta alla mente i lampeggianti blu delle ambulanze, il serbatoio accartocciato del Ducati Monster giallo a sessanta metri di distanza da una Mercedes guidata da un diciottenne culo pieno che degli stop se ne fotte tre cazzi, una Mercedes di quelle belle grosse con quello che resta di un Ducati Monster giallo piantato dentro la parte sinistra del cofano.
Distolgo lo sguardo da silenzio calato come una mannaia tra le prese per il culo dell'ultima serata spensierata prima dei dieci mesi di malo verde militare nel culo.
Distolgo lo sguardo sulle ossa che si gelano, e sugli occhi fuori dalle orbite che ricordi aver avvertito distintamente quando Giuseppe chiude il cellulare e dice solo "Sebastiano è morto", prima ancora di saperlo. Perchè il legame di sangue è il legame di sangue. Perchè due gemelli li separi alla nascita, ma in fondo non hai separato un beato cazzo, hai solo messo due specchi di fronte l'uno all'altro, e uno specchio, che per quanto deformante sempre specchio resta, se si spacca sull'altro riflette le crepe e le linee frastagliate.
Distogli lo sguardo sull'aria che ti è mancata per un secondo lungo un paio di millenni.
Distogli lo sguardo su tutte le coincidenze che hanno fatto sì che lì, su quell'asfalto, il corpo disarticolato, irriconoscibile e morto non fosse il tuo. Che qualcuno avesse deciso al posto tuo, ed avesse concluso che la tua ora ancora non era arrivata.
Quest'estate saranno nove anni, Sebastiano. Nove anni che hai preso il mio posto.
Cercherò di farmene una ragione dopo nove anni.
Che in tutti questi anni non ci sono mai riuscito, a capacitarmene, a ragionare razionalmente sul fatto che sei morto quando invece avrei dovuto morire io, sparso a pezzi tra una Mercedes, un'aiuola, sessanta metri di strada e quello che restava di un Ducati Monster giallo, lì dove oggi c'è una lapide che ti ricorda.
Probabile che stavolta troverò il tempo e la voglia di portartelo un fiore.
No, non in quella sera.
Facciamo che sarà una sera diversa.
Una notte.
Ci faremo una chiacchierata, io e te, dopo questi nove anni.
Probabilmente ti ringrazierò.
Non t'incazzare casomai dovessi farlo. Sai cosa voglio dire.
Parleremo un po', da soli, tu ed io.
E mi racconterai cosa è successo davvero quella sera.
Perchè sei morto tu e non io, perchè hai voluto per forza farti un giro prima di me, di prepotenza, quasi che fosse una questione di vita e di morte.
Mi racconterai un po' di cose.
Io ti porterò un fiore, uno solo.
E canterò una canzone.
Life's a gas, dei Ramones. "La vita è una cosa meravigliosa", vuol dire, alla lontana. Sarebbe bello potertelo sentire dire ancora.
Ecco, facciamo che lo dico io. Anche per te.
Ciao Sebastiano, vediamo quest'estate.
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