
Ciao Giovanni.
Eccoci qui, come ogni anno.
Sempre più vecchi, sempre meno ottimisti. A ricordarti.
Pensa un po', oggi ti ha citato anche Francesco Cascio, presidente dell'Assemblea Regionale Siciliana appena eletto.
Mi piacerebbe darti una buona notizia, invece no. Un gran paio di palle.
Qui è sempre peggio.
Sono passati sedici anni, e sembra l'altro ieri. Io me lo ricordo alla perfezione, quel 23 maggio, sai? Era un sabato pomeriggio, caldo, ozioso, di quelli che trascorrevo lenti e noiosi convinto che la routine alla quale mi ero costretto fosse amore, fosse sentimento, fosse qualcosa di importante. Invece era solo noia, come diceva Franco Califano. Perchè i maestri andrebbero sempre ascoltati, perlamadònna.
Me le ricordo, le notizie frammentarie, io incollato al televisore e i mugugni per quella mia attenzione sospetta, che c'era caldo e il mare chiamava. Me le ricordo, le voci che si rincorrevano sui telegiornali. Che quelle erano cose lontane dagli orizzonti dei diciottenni. E potevo anche capirli. Sono io che sono fatto male.
Eri morto.
No, eri ferito ma cosciente.
No, eri grave ma non in pericolo di vita.
No, eri spacciato.
No, in fin di vita ma parlavi.
Avevo diciannove anni e la testa confusa, sei concetti in croce e la convinzione che la legalità, l'ordine, la legge fossero i valori con la v maiuscola. Concetti molto fascisti, quale mi professavo nel 1992.
La molla, me lo ricordo, era scattata nel 1989, quando qualcuno ti lanciò l'avvertimento all'Addaura, quei non so quanti kg di tritolo destinati a non scoppiare, ma a farti riconsiderare le tue priorità. Me le ricordo, le critiche, le prese per il culo, le accuse.
E' un malato di protagonismo che inventa gli attentati per farsi pubblicità.
L'esplosivo se l'è messo da solo.
Un pazzo, un mitomane, e poi che cazzo vuole da noi, che gli affari poi vanno male?
Ecco.
Quel giorno ho tracciato la linea sulla sabbia, la linea che distingue i quaquaraqua dagli uomini, senza passare per i pigliainculo, gli ominicchi e i menzi uomini.
Leggendo di te, di Paolo Borsellino, di Rocco Chinnici, di Antonino Caponnetto, ma anche di Emanuele Basile, di Ninni Cassarà, di Calogero Zucchetto, di Antonio Ingroia, di Giuseppe Di Lello, di Leonardo Guarnotta, di Carlo Alberto dalla Chiesa, di Cesare Mori, di Boris Giuliano e di tutti gli altri, credo di essere diventato il massimo esperto vivente in aneddotica legata alla lotta alla mafia.
E, questo non lo credo ma ne ho certezza, una persona migliore. Migliore davvero.
E poi c'era lui, quel Paolo Borsellino, missino, uomo di destra nel quale riponevo le sparanze di una vera destra. Ma quella è un'altra storia.
E insomma, Giovanni, sappi che ti ho voluto bene da prima che morissi.
Facile, tessere le lodi di un eroe, per giunta morto. Molto meno facile evitare le risatine di scherno di chi ce la sa e ti guarda con l'aria di chi sa come va il mondo, e certi casini sono da evitare, figurarsi quando a farteli notare è un muccuso di diciott'anni. Che ne sa, un diciottenne, di come va la vita? In Sicilia, poi, dove la vita scorre diversa piuttosto che in qualsiasi altra parte del mondo.
E però io la ragione lo sapevo, dove stava di casa.
Sapevo per chi fare il tifo, sapevo chi erano i banditi e chi gli sceriffi, che nel cazzo di vecchio west i buoni erano buoni ed i cattivi erano perfidi e malvagi, non come qui dove i cattivi sono riveriti e serviti ed hanno il culo leccato da mattina a sera ed i buoni devono giustificarsi anche se vanno a pisciare più di tre volte al giorno. E non escono mai dalla trincea, elmetto in testa e colpo in canna, e per questo sono malvisti, che qui vogliamo un po' di pace e di tranquillità, vogliamo.
Io me lo ricordo, quel sabato 23 maggio del 1992. Mi ricordo Jovanotti e la sua canzone composta per l'epoca, per una volta denudata dall'insopportabile retorica che normalmente queste occasioni suscitano. Io che nel 1992 non ascoltavo altro che i Ramones, capisci?
Me lo ricordo, quel pomeriggio. Col sole che tramontava, e con la sensazione di un enorme buco qui, nello stomaco. Era finita. Un problema in meno, un imbarazzo messo da parte, tre metri sotto terra. Ce ne sono stati, tra quelli che hanno officiato il tuo funerale, ad aver tirato un sospiro di sollievo. Puoi starne certo. Si che lo sai.
Vabbè, facciamola breve.
Sembrava che tutto dovesse cambiare, invece non è cambiato un cazzo. E' peggio di prima. Sei morto per niente. Sei morto per niente e hai dato ragione a chi, invece che incollato al televisore a vedere se fossi morto e come e perchè, mi voleva a mare, a inaugurare la stagione dei bagni, a godersi la brezza del pomeriggio.
Che dirti?
Che qui è come vivere immersi nella marmellata, che inghiotte tutto e rende ogni mossa lenta e faticosa, talmente tanto faticosa che nemmeno ne vale la pena, che poi comunque la marmellata inghiotte tutto di nuovo?
Dovrei insultarti così, insultare la tua memoria, la tua e quella di chi è morto con te, prima e dopo di te per vincere la stessa guerra contro il nemico invisibile?
Che dirti?
Potrei dirti che non ricordo con esattezza la mia reazione a sera tarda, quando ormai anche il più possibilista dei cronisti si era arreso all'ineluttabilità del concetto di onore e di vendetta di Cosa Nostra. Potrei dirti che non ricordo se piansi e mi rinchiusi in me stesso o abbozzai e seguii il richiamo della fica, che a diciannove anni vince sempre su tutto. Potrei dirtelo, ma mentirei, quindi facciamo che 'sta confessione la tengo per me.
Potrei dirti cosa mi succede ogni volta che arrivando da Trapani, poco prima di giungere a Palermo, quando attraverso tutta quella serie di paesini dai nomi caratteristici, Cinisi, Villagrazia, Carini, tutti con una storia che a leggerla bene dovrebbe far sudare freddo, quei paesini che sembrano fare da preludio a Capaci, a quel guard rail colorato di rosso, a quella stele anch'essa rossa con sopra scritti cinque nomi, quel monumento a quanto siamo stronzi, noi siciliani, a quanta merda in faccia ci meritiamo, a quanto eravamo i primi nel mondo e ci siamo ridotti a raccogliere le briciole per quell'indole a fare sempre bidè palle e culo al potente.
Potrei dirtelo, cosa mi succede, che l'ultima volta ci sono passato in moto e ho accelerato a velocità da vaporizzazionedei punti della patente perchè vedere quella stele mi procura ancora il groppo alla gola e l'aria che manca.
Potrei dirti cosa mi succede quelle rare volte che mi capita di andare all'autoparco della polizia, qui a Messina, e ti assicuro che non ci si capita per caso, e vedo i resti della Croma, quella Croma che guidavi prima che una tonnellata di esplosivo sventrasse trecento metri d'autostrada cancellandoti dalla faccia della terra, e mi sembre sempre stano considerare come, per un verso o per un altro, alla base ci siano sempre fiori. Fiori freschi.
E nonostante questo, il comune di Messina dove misteriosamente sono rimasti a marcire i rottami, in sedici anni non ha trovato una sistemazione consona e solenne, o anche solo significativa. Poi dice che a uno gli girano i coglioni.
E niente, voleva essere un ricordo, il mio, e invece, come sempre, è diventato un pallosissimo rompimento di coglioni di pesantezza e recriminazioni e bestemmie a denti stretti e tutto il resto, e tutto volevo tranne che diventasse questo. Ma tanto dovevo.
Mi dispiace.
Antonio Montinari. Vito Schifani. Rocco Di Cillo. Francesca Morvillo Falcone. Giovanni Falcone.
Bop non ha mai dimenticato.
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